I suicidi fra i giovani nell’età della performance. Suor Chiara: diamogli ascolto

Buongiorno suor Chiara,
Sono rimasto molto colpito dai dati pubblicati di recente che mostrano quanto siano diffusi i suicidi tra i giovani, per loro rappresentano la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. E quella giovane campionessa di pallavolo, Julia Ituma, che aveva tutto, eppure si è tolta la vita. Come porsi davanti a questo fenomeno, come aiutare? Come genitore mi sento turbato.
Franco

Caro Franco, la diffusione dei suicidi tra i giovani è un fenomeno allarmante che non può non interrogare la società e la Chiesa, perché non è possibile rimanere indifferenti, né sminuirne la portata.

Comprendo la tua sofferenza e il tuo turbamento di genitore impegnato ad educare i figli che potrebbero vivere le medesime problematiche. 

Ogni giorno, in Italia un giovane si toglie la vita e il numero dei giovani che soffrono di un qualche malessere psicologico è in enorme aumento.

La società odierna, che potremmo definire l’età della performance, ti chiede di diventare il numero uno a scuola, sul lavoro e nello sport; ma i giovani che non ce la fanno vengono lasciati soli.

A volte è l’unico modo per dire “io esisto”

Tentare il suicidio per questi ragazzi spesso è l’unico modo per dire: io esisto e sto male. La situazione è peggiorata drasticamente con la pandemia quando l’isolamento sociale, la mancanza di relazioni, ha acuito il malessere e la solitudine. Tante potrebbero essere le cause del disagio e per questo occorre investire nella prevenzione e nell’accompagnamento degli adolescenti e dei giovani che esprimono una maggiore fragilità.

Credo si necessaria una maggiore vicinanza affettiva ed emotiva, un ascolto paziente, un dialogo in famiglia che favorisca una comunicazione semplice e libera per orientarli a dare tutto ciò che è nelle loro possibilità.

Spesso in casa si è così presi dal lavoro, dalla complessità della vita, dall’incastrare gli orari giornalieri, che si trascurano quegli spazi gratuiti dello stare insieme almeno a cena, senza l’assillo del televisore o del cellulare, oppure dello stare seduti in poltrona a raccontare gli eventi vissuti nella giornata.

L’era della solitudine e dell’isolamento

Siamo nell’era della comunicazione digitale ma anche in quella di una grande solitudine e un grande isolamento. I genitori non fanno mancare nulla ai figli, donando loro il meglio di ogni cosa, ma forse manca il necessario, la vicinanza e la presenza.

Essere genitore è uno dei compiti più delicati e impegnativi, ma è anche quello più entusiasmante perché genera vita, non solo quella fisica, ma anche quella umana e spirituale.

È un’opera educativa che deve coinvolgere tutte le agenzie educative, dalla scuola alla parrocchia, perché lavorino in sinergia, creando spazi in cui la cultura dell’efficienza, della prestazione e del successo lasci spazio alla cultura di un amore gratuito e altruista, capace di offrire a tutti, e non solo a quelli “arrivati”, possibilità di una vita felice e riuscita, di una passione che muova la vita.

Recuperare valori e passioni che danno colore alla vita

Sì, occorre recuperare grandi valori, passioni che danno colore alla vita, permettano di “sognare in grande” di muoversi, orientare le energie verso uno scopo che è riconosciuto buono e bello per la propria vita.

Il benessere e il consumismo hanno affievolito la dimensione spirituale della persona che però non può essere dimenticata, poiché in noi vi è un alito divino che geme e chiede di essere sviluppato per trovare forma.

Anche questa è una carenza che impoverisce i nostri giovani e li guida verso una dimensione solo orizzontale che rimane segnata dal limite creaturale. Siamo fatti per l’infinito che per noi è Dio, il Padre di Gesù Cristo! Caro Franco, continua la tua opera educativa camminando accanto ai tuoi figli, anche come testimone di una vita vissuta in pienezza e nell’amore, possibile anche per loro.