Elezioni europee, chi è ai margini della società non vota

Alcune semplici riflessioni sulle elezioni europee, a caldo e senza avere ancora un quadro preciso della dimensione continentale del voto.
In Italia ha votato circa il 50%, il tema della democrazia legata alla partecipazione si pone tutto, anche se dobbiamo rilevare che per le comunali le percentuali dei votanti sono più alte.

È evidente che i legami dei cittadini con il proprio territorio sono ancora abbastanza forti e comunque più interessati. Il voto è sempre più praticato da chi ha maturità civica, infatti il numero di preferenze complessivamente date rimane più o meno sempre costante e questo certifica che a votare vanno le persone più convinte e responsabili.

Chi è ai margini della società e si sente escluso dalle dinamiche della “normale convivenza” non ritiene il voto cosa importante che possa cambiare la propria vita e pertanto non si pone proprio il problema se andare o no, e abbandona le urne.

Il quadro politico in Italia si è nuovamente polarizzato con più precisione, questo di fatto è un percorso ormai trentennale e che piaccia o meno, al di là delle leggi elettorali e degli spostamenti interni tra partiti affini o contigui, coinvolge il popolo italiano rendendolo “bipolare” e non c’è spazio per esperienze politiche intermedie (terzo polo ecc.).

In questa situazione ci sono due grandi partiti, Fratelli d’Italia a destra e Partito Democratico a sinistra che si trovano la responsabilità di coalizzare attorno alla loro proposta i due schieramenti. Oggi certamente più omogeneo e consolidato a destra, molto più frazionato e conflittuale a sinistra. La proposta di un terzo polo (Stati Uniti d’Europa e Azione) naufraga nel personalismo dei leader e a mio avviso chiude l’esperienza con il rischio di far convogliare il poco elettorato rimasto verso una realtà moderata a destra quale quella di Forza Italia. Gli altri che risultano decisamente sconfitti sono i 5 Stelle, che vedono ormai la loro parabola populista in inarrestabile discesa, tenendo conto che questa esperienza non ha alcun radicamento territoriale e ha sempre avuto le migliori performance nelle consultazioni generali.

Infine una brevissima nota sugli eletti. Come sempre le personalità con grande rilievo mediatico catalizzano il voto di preferenza, premiando anche figure più o meno “divisive”.

Le preferenze multiple hanno poi distribuito su più persone il voto ma a mio avviso privilegiando una precisa tipologia di candidati: i sindaci di grandi città. L’esperienza amministrativa oltre che rappresentare motivo di conoscenza per i cittadini del proprio territorio sembra garantire più affidabilità e anche competenza, sia a destra come a sinistra, pertanto il radicamento territoriale rappresenta ancora l’elemento predominante di consolidamento del consenso.

Infine, a prima vista, appare evidente l’assenza in entrambi gli schieramenti di esponenti espressione esplicita del mondo cattolico aggregato. Questo denota il perdurare di una stasi che coinvolge da moltissimo tempo questa significativa realtà dove l’azione di esponenti provenienti dall’associazionismo cattolico in modo esplicito e con forti legami si ferma in politica ad esperienze più o meno territoriali di piccole dimensioni e non riesce ad incidere a livello più ampio quali elezioni politiche o europee.

È conseguenza di quella insignificanza o irrilevanza della cultura cattolica di cui da tempo si parla o è ancora la nefasta conseguenza del progetto culturale della Chiesa italiana dei primi anni duemila che ha di fatto riportato nelle sacrestie tante energie positive che avrebbero potuto essere spese per il bene del Paese? Su questo credo sia importante e anche urgente una riflessione comune di movimenti e associazioni del mondo cattolico per poter ripercorrere strade di responsabilità civica e politica e indirizzare le scelte che contano verso il bene comune, abbandonando conflitti ideologici e posizioni precostituite o presunte autosufficienze, perché “nessuno si salva da solo”.

Massimiliano Costa

(*) presidente Masci