Oltre 100 chiamate al mese nei centri antiviolenza. Una rete di protezione per le donne

violenza di genere anno 2024 Bergamo

Sono state 90 le nuove chiamate ai Centri antiviolenza di Bergamo e provincia a giugno, sono 664 da inizio anno: cifre a cui bisogna aggiungere i numeri di forze dell’ordine, ospedali e sportelli di ascolto per capire quanto violenza domestica e stalking siano diffusi sul territorio.  

“Tutti i mesi raccogliamo questi dati dai centri antiviolenza di Bergamo e provincia – spiega Sara Agostinelli, della Rete bergamasca contro la violenza di genere -. Ogni mese sono tra 90 e 120 le nuove chiamate, che si aggiungono alle donne già seguite dai centri. Non tutte le chiamate si traducono in presa in carico: alcune prendono appuntamento, altre chiedono solamente informazioni”.

È purtroppo provato dalle statistiche che solo una piccola parte delle persone che subiscono violenza trova il coraggio di raccontare o denunciare, ma quando se ne parla, queste donne si sentono meno isolate e sole e le chiamate aumentano.

Ogni 8 del mese – una data simbolica, per collegarsi all’8 marzo – la Rete bergamasca contro la violenza di genere da gennaio scende in piazza, con un presidio permanente in Largo Rezzara (Piazza Pontida) per denunciare la cultura patriarcale, sostenere chi subisce violenza e aggregare nuove forze e identità che desiderino condividere questa lotta.

Senza simboli, firme, loghi, nè nomi di gruppi, associazioni, partiti, nè adesioni personali, per essere presenti per la fine di femminicidi e violenza di genere. Unico segno distintivo, fasce fucsia da mettere al braccio, al collo, in testa, sulle borse.

Nata a novembre 2023, dopo una manifestazione organizzata dal basso e in modo molto spontaneo a seguito del femminicidio di Giulia Cecchettin, che aveva visto la partecipazione di più di 5 mila persone, si tratta di un network che riunisce tutte le organizzazioni attive sul tema e persone singole che hanno sentito la necessità di mettersi in gioco. Non solo donne, ma anche uomini.

“L’idea iniziale – continua Agostinelli – era di scendere in piazza ogni volta che avveniva un femminicidio, ma poi abbiamo preferito fare qualcosa di fisso. Ci ritroviamo, spieghiamo chi siamo, facciamo degli interventi e leggiamo i nomi delle vittime di femminicidio, con l’età e da chi sono state uccise, per ridare umanità a queste cifre che spesso si leggono: non sono numeri, ma persone con una storia”.

Si lascia poi il microfono aperto, per dare la possibilità di intervenire ai partecipanti. Da tempo la Rete invita musicisti locali ai presìdi, convinta del fatto che sia necessario coinvolgere anche il mondo della musica, e in generale della cultura, per cambiare la cultura che produce femminicidi e violenza. Tutti i mesi la Rete annuncia il presidio del giorno 8 con i quadratini fucsia, via social e whatsapp.

Dal 1 gennaio, in Italia, sono stati 54 i femminicidi. In 9 casi su 10, l’uccisione arriva dopo lunghi periodi di violenza, a volte anni. Anche a livello locale si può fare molto per supportare chi vuole uscire dalla violenza, proteggere chi rischia di perdere la propria incolumità o la vita e combattere la cultura patriarcale.

“Il tema della violenza maschile contro le donne non è emergenziale – sottolinea Sara Modora, del Centro antiviolenza Aiuto Donna di Bergamo -, ma strutturale ed esiste a livello trasversale. Le donne che si rivolgono a noi provengono da tutte le situazioni possibili ed immaginabili. Sono storie faticose e dolorose, che stanno dentro un rapporto di forza uomo – donna purtroppo ben inserito nel sistema culturale ed educativo”.  

Gli osservatori internazionali segnalano che in Italia non si sta facendo abbastanza: da ormai più di 10 anni è stata ratificata la Convenzione di Istanbul, ma le azioni e gli investimenti previsti ancora sono in larga parte disattesi.

“C’è ancora tanto lavoro da fare: le convenzioni vengono ratificate, ma il cambiamento culturale dobbiamo sceglierlo. La volontà di parlare, di portare alla parità di genere viene visto spesso ancora come qualcosa solo delle femministe, ma è di tutti. La prima cosa da fare è non negare questa violenza presente e cambiare lo sguardo sulle vittime, che va sempre sul comportamento di quest’ultime, ci si interroga cosa abbia portato gli uomini a reagire così. Inoltre si segue l’emotività, reagendo solo quando accadono i femminicidi, invece bisogna cercare di guardare la realtà di tutti i giorni da un altro punto di vista, se si vogliono davvero cambiare le cose”.

E conclude: “Alle donne che subiscono violenza vorrei dire che non devono sentirsi sbagliate, non sono loro sbagliate, ma il comportamento dell’altro. Se vogliono, hanno in sé la forza per uscirne. Hanno la possibilità di avere una propria indipendenza: è faticoso, ma è possibile essere una donna posizionata nel mondo con maggiore consapevolezza. Le fiabe con il principe azzurro ci hanno un po’ ingannate: prima bisogna realizzarsi, e poi eventualmente essere le compagne di qualcuno”.

Per info sulla Rete bergamasca contro la violenza di genere: stopfemminicidibg@gmail.com.