Al Macs di Romano un incontro per riscoprire il pittore Giuseppe Brina in «Un’Opera al Mese»

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Al Macs, Museo d’arte sacra di Romano di Lombardia, una domenica dedicata al pittore Giuseppe Brina in occasione del secondo incontro «Un’Opera al Mese». Quest’anno lo scopo della rassegna di incontri è «conoscere di più quegli artisti romanesi che abbiamo scelto per dare il titolo alle sale del nostro museo – introduce don Tarcisio Tironi, direttore Macs – e che non si sono limitati a lasciare opere solo a Romano, ma anche fuori».

Oggigiorno, parlare dell’artista Giuseppe Brina non è semplice per vari motivi. Innanzitutto, è uno dei temi «meno percorsi in assoluto dagli storici dell’arte e dalla critica storico-artistica passata e contemporanea» afferma Silvio Tomasini, storico dell’arte, Segretario dei Musei Bernareggi e Rettore della rete museale di Gandino, intervenuto durante la serata.

Le origini di questo pittore si presumono romanesi perché sono state dimostrate dai documenti di battesimo e dalla diffusione, durante il XVII secolo, del cognome Brina nella città di Romano di Lombardia. Nel 1681 Giuseppe Brina, viene documentato, che riceve un pagamento per due opere pittoriche commissionate dalla Congregazione del Santissimo Sacramento della città Romano di Lombardia: uno stendardo e una scenografia quaresimale che rappresenta il Cristo che esce dal sepolcro con una veduta di paese.  In secondo luogo, Brina è talmente poco conosciuto che fino a qualche anno fa s’ignorava addirittura la sua data di nascita: alcuni studiosi come Giuseppe Maria Tasso lo segnala vivente nel 1761, Pasta lo dice morto nel 1775 mentre Marenzi lo dichiara nato nel 1684 e morto nel 1765; il primo dato di Marenzi è improbabile perché se nel 1681 gli vengono pagate le sue prime opere, si supporrà che Giuseppe Brina abbia avuto diciotto anni, l’età giusta per ricevere un compenso. Ma, un altro aspetto più interessante è che la grande maggioranza delle sue opere non sono mai datate.  Tra i dipinti a lui attribuiti da studi recenti sono:  il dipinto Madonna con Gesù Bambino e santi e anime purganti che si trova nella cappella Capizzone, Oratorio Cucchi in Valle Imagna del 1701 e il ciclo di sei dipinti presso il Santuario della Madonna della Fontana a Romano di Lombardia realizzati tra il 1718 e 1720 composta da Adorazione dei Magi, Fuga in Egitto, Presentazione al Tempio di Maria, Sposalizio della Vergine, Cacciata di Gioacchino dal Tempio e Il sogno di Gioacchino. In questi sei dipinti si può notare la permanenza in Valtellina che era un crocevia di correnti artistiche di varie regioni del Nord Italia quali del Veronese per l’abbondanza di personaggi e i costumi molto vaporosi raffigurati, i volti caricaturali e i templi monumentali. A seguire, l’affresco Gloria di San Giovanni Gualberto e Santi realizzato tra il 1701 e 1702 nella chiesa del S. Sepolcro di Astino , due dipinti che si trovano a palazzo Agliardi una delle residenze civili più importanti a Bergamo e la pala Sant’Antonio da Padova nella Chiesa di San Pietro dei Cappuccini a Romano di Lombardia.

Durante il 1702 e il 1704, Giuseppe Brina si trova a Chiuro per la decorazione della volta della parrocchiale dove entra in contatto con i Ligari, una storica di pittori dell’epoca. Da Chiuro passa a Boffetto, al Santuario dell’Assunta di Bormio, di nuovo a Chiuro in San Carlo con il Miracolo della Madonna della Neve e a Morbegno dove affresca il Santuario della Beata Vergine Assunta. Nel frattempo, Giuseppe Brina allarga la sua bottega con stuccatori, quadraturisti e decoratori. Negli affreschi rimane l’aspetto caricaturale dei personaggi raffigurati, lo sguardo tagliente, l’affollamento delle masse cerchie angeliche e il gioco di chiaroscuro.
Successivamente, dal 1718 al 1720 è a Ponte per gli affreschi del Santuario della Madonna in Campagna poi di nuovo a Bormio e a Tirano; rimane in Valtellina fino al 1722 (dal 1702). Tra le opere realizzate in quel periodo ci sono: Profeti nel Santuario della Madonna della Campagna, Il Martirio San Gervasio e Protasio e Il trasporto delle reliquie dei Santi Gervasio e Protasio nella Collegiata di Bormio, nella chiesa di Sant’Agata nel Carmine a Bergamo Sant’Andrea d’Avellino, Sposalizio Santa Teresa, San Francesco Saverio, Sant’Antonio da Padova, Assunzione della Madonna Allegoria femminile con anfora, Visita S. Pietro, S. Maria Maddalena dei Pazzi, Gloria S. Maria Maddalena dei Pazzi, e allegoria delle nozze mistiche S. Maria Maddalena e nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano Gesù Bambino benedicente in Gloria per la Canonizzazione di San Pio V, il Papa della battaglia di Lepanto.

L’evento della canonizzazione di questo Papa è stato di grande fermento tant’è che a Brina nel 1713 viene commissionato delle opere a riguardo. Lui realizza due grandi tele a Crema, oggi conservate all’Accademia Tadini di Lovere  e uno stendardo che i domenicani ricevettero solennemente in cattedrale dal vescovo e che portarono processionalmente in San Domenico collocandolo al centro dell’apparato effimero su di un altare. Giuseppe Brina realizza una tela di enormi dimensioni, «460x600cm, 24mq» racconta Silvio Tomasini per rappresentare la canonizzazione di San Pio V e ritrae addirittura tutti i cremaschi presenti alla celebrazione tra cui il vescovo, il superiore dei domenicani a Crema e i reggenti della città. Infine, altri dipinti di Giuseppe Brina sono: Il Miracolo di San Pio V conservata dall’Accademia Tadini di Lovere, Madonna in Gloria S. Zenone a Cene, gli affreschi di Palazzo Fogaccia a Clusone, il dipinto della parrocchiale di Vertova, una presentazione al tempio di Gesù Bambino, uno stendardo che raffigura l’Ultima Cena e Adorazione dei Magi nella chiesa di Olera attribuito al pittore romanese da due storici italiani dell’arte molto famosi, Simone Facchinetti e Vittorio Sgarbi.

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