Migranti in scena

Incontrare i rifugiati per Pietro Floridia, autore e regista dello spettacolo “Teatro in viaggio – lungo la rotta dei migranti”, che stasera inaugura la rassegna di Teatro dello spirito nell’ambito di “Molte fedi sotto lo stesso cielo” al Qoelet di Redona, “è come stare davanti a un fuoco. Chissà che, per un attimo, non riesca a sfuggirlo questo gelo da mancanza di senso, da parole, parole, parole. E per un attimo mettere in circolo un po’ di questo calore, di questo fuoco. E magari ne rubo anche un pizzico del segreto. E lo diffondo”. Nei volti delle donne che incontra in Marocco, in Mauritania, nel Senegal, a volte gli sembra di riconoscere Sherazade, “quella delle Mille e una notte, che con i suoi racconti si tiene in vita”, solo che ora tiene in vita, magari, la nipote malata. Con la magia di storie vere e forti Floridia trasporta il suo pubblico in un viaggio insieme reale e simbolico che porta a “farsi straniero” a riconoscere quante diversità, quante realtà esistono e a scoprire come esse spingano a mettersi in discussione, a porsi delle domande, a cambiare punto di vista. Il suo è un teatro che nasce dalla strada percorsa, dagli incontri, e che cerca di essere davvero, a modo suo, “necessario”. Anche solo per leggere in modo diverso i servizi dei telegiornali sull’immigrazione, per capire da dove vengano i naufragi e le tragedie come quella di Lampedusa. In scena un viaggio (divertente, curioso, avventuroso, e insieme molto serio) che Floridia ha fatto con lo scenografo Gabriele Silva su un vecchio Land Rover, per due mesi, in Africa. Il programma dei prossimi appuntamenti sul sito http://www.moltefedisottolostessocielo.it/module-News-view-topic-55.phtml

Come ha iniziato a fare teatro con i rifugiati?

“Ho iniziato durante un viaggio fatto in Palestina dieci anni fa con alcuni laboratori sul posto. E’ stata una bellissima esperienza e così quando sono rientrato ho deciso di continuare a costruire spettacoli con persone di altre culture. Sono andato nei centri di accoglienza tra gli immigrati proponendo alcune attività in particolare ai richiedenti asilo politico”.

E che genere di esperienza è stata?

“Molto forte, molto radicale. Il teatro è dialogo ma anche conflitto. Mi sono trovato davanti persone che hanno approcci culturali molto diversi. E’ inziata come una sperimentazione, una curiosità, ma poi questi incontri mi hanno cambiato la vita, è diventata un’esperienza centrale, il mio impegno principale, al punto che adesso vivo per alcuni mesi qui portando avanti questi laboratori teatrali e per altri invece viaggio in giro per il mondo nei contesti dai quali queste persone provengono”.

Che cosa ha scoperto in questi viaggi?

“C’è un grande fraintendimento di fondo. Le aspettative che molti ragazzi hanno rispetto al nostro mondo, rispetto all’Occidente, sono molto lontane dalla realtà per diversi fattori. Prima di tutto chi torna in patria racconta le proprie esperienze in modo differente e interessato. Questo perché molti business nascono dai sogni, bisogna far sognare le persone. Raccontano quindi, per esempio, che i debiti contratti per il viaggio vengono pagati facilmente. Se si pensa a un’altra realtà lontana poi è normale ritenerla migliore di quanto sia veramente. Quando arrivano qui però rimangono delusi, così come in fondo succede anche a noi, che quando andiamo in Africa lo facciamo sulla scorta di un mito, di un’idea, e ci troviamo a fare i conti con una realtà diversa”.

Come ha scelto le storie da mettere in scena?

“Me le hanno raccontate. Sono partito con un itinerario e un pacchetto di indirizzi raccolti tra i ragazzi incontrati a bologna nei laboratori teatrali. Loro hanno avvertito amici e parenti delle città dalle quali provenivano, in Africa, e io sono andato a trovarli. Li ho incontrati e in alcuni casi ho messo in piedi anche là dei laboratori. Ogni volta che mi imbattevo in una storia la scrivevo sul blog, e così è nato un libro e poi lo spettacolo”.

Che cosa significa per lei farsi straniero con il teatro?

“Abbandonare le sicurezze che si hanno se si rimane nel proprio ambiente, quindi cercare un punto di vista altro e marginale sulle cose”.

E i suoi spettacoli aiutano il pubblico a cambiare punto di vista?

“Spero di creare dei ponti. Le mie storie mantengono uno spirito di alterità e di differenza ma allo stesso modo fanno risuonare elementi in comune con le nostre esperienze. Sono partito dagli echi che queste storie hanno fatto risuonare anche dentro di me. Ci sono esperienze che con un po’ di empatia inducono a essere vicini. Non si può vivere le stesse cose ma ci si può calare nei panni dell’altro, ed è utile farlo”.

In queste storie c’è anche una chiave di lettura per l’attualità, per capire meglio l’immigrazione o fatti di cronaca come le tragedie dei barconi?

“L’umanità e la civiltà vengono messe in discussione quando non si reagisce di fronte a realtà come queste o si reagisce creando muri. Non si può guardare a questi fatti senza pensare per esempio che anche l’esperienza coloniale dei Paesi dell’Occidente ha contribuito a creare situazioni difficili e di guerra dalle quali adesso le persone vogliono scappare. Bisogna spendersi ed entrare nella partita anche a costo di rinunciare ad alcuni privilegi a cui siamo ormai abituati, altrimenti la nostra stessa umanità viene meno”.

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