«Troppe regole»

Siamo a Monterosso, in un pomeriggio qualunque. Armati di domande un po’ «fastidiose» a cui noi stessi faticheremmo a rispondere. Senza la pretesa di fare un’inchiesta vera e propria, abbiamo incontrato Carmine, Mattia, Irene, Giuseppe, Matteo e Chiara, che volenterosamente ci hanno espresso il loro punto di vista. Il risultato ci ha spiazzato e un po’ sorpreso, confermando, sulla traccia della ricerca su «Giovani e fede» condotta dagli oratori lombardi, che il rapporto tra i giovani di oggi e la religione è ricco di sfaccettature e di contraddizioni, a volte molto aspre. Anche all’interno delle mura degli oratori.

Cosa è per voi la religione?

Secondo Carmine, 20 anni, la religione è «qualcosa che viene trasmessa all’interno della famiglia, all’inizio viene imposta, ma col tempo ognuno matura una propria idea definendo un pensiero indipendente a riguardo»; Giuseppe, 16 anni, dice invece che la religione è «uno stile di vita che accomuna più persone, le quali, condividendo le stesse idee, formano una comunità». Irene, 15 anni, sostiene che la religione è ciò che «dà conforto a coloro che soffrono e soddisfa le domande di coloro che sono in cerca di risposte», per Chiara invece la religione è «una storia della fede».

 Come vivete la vostra fede?

Alcuni non hanno saputo rispondere; uno di loro mi ha detto schiettamente: «La fede?! Non so neanche se ce l’ho, figurati se riesco a spiegare a te che cosa sia e come la vito!», un altro invece, nel tentativo di dribblare, chiude immediatamente: «è una cosa troppo personale…». È vero, la domanda è tosta, ma Matteo, giovane lavoratore di 25 anni e volontario in oratorio, dice: «La fede, secondo me, è un sentimento, ed un fidarsi di seguire le regole”. Irene invece con sincerità ammette: «Io non ho fede…».

Cosa vuol dire per voi oggi “essere cristiani”?

«Cerco di vivere il mio essere cristiano nelle situazioni di tutti i giorni, con gli amici, in famiglia… – dice Carmine – penso che essere cristiano oggi, in questo mondo troppo complicato per chiunque, abbia ancora un senso: ti indica una strada, ti aiuta nei momenti difficili, ti fa star bene…». Mattia, 17 anni, è più categorico: «Io non mi sento cristiano, ci sono troppe regole, ci sono troppi riti e orpelli che per me non hanno senso, anzi, mi bloccano… sarà anche per questo che non sono andato oltre la prima comunione». Neanche Irene si sente davvero cristiana, frequenta l’oratorio che vede come un efficace centro di ritrovo ma non le interessa la religione; Giuseppe afferma di essere poco costante come cristiano perché il mondo e la società non sono più quelle di cinquant’anni fa in cui la religione aveva un rilievo centrale; la religione oggi è un qualcosa in più in un mondo che offre tante altre alternative e non sempre l’alternativa cristiana è quella più allettante. Fuori dal coro sembra essere Matteo: partecipa alla Messa e alle varie attività dell’oratorio, porta la sua esperienza di cristiano ai ragazzi più piccoli facendo il catechista con spirito missionario, per lui essere cristiano oggi significa contrastare la logica del prevaricamento dell’altro con una logica altruista e disinteressata. «C’è crisi – afferma Chiara – ed è in questa contingenza difficoltosa, impostaci dalla storia, che noi prendiamo al volo l’opportunità per fermarci a riflettere e riscopriamo l’importanza del vivere secondo lo stile del Vangelo».

Chiesa come “istituzione” e Chiesa come “comunità di persone”. Possono convivere o sono in netto contrasto tra loro? Ti capita di provare vergogna perché sei cristiano?

Irene sostiene addirittura che «La Chiesa con il Papa sono una falsità, niente a che vedere con l’esempio di comunità cristiana della mia parrocchia di Monterosso». Carmine invece afferma che i riti imposti dalla istituzionalizzazione della Chiesa appesantiscono coloro che vogliono vivere l’esperienza comunitaria cristiana. Matteo invece è su altre posizioni: «l’Istituzione-Chiesa e la Comunità-Chiesa sono a volte in contrasto ma dovrebbero essere una cosa sola! Personalmente non provo vergogna di essere cristiano… ma provo invece imbarazzo per alcune posizioni che ha avuto la Chiesa che non mi sono per niente piaciute, come per esempio la questione della pedofilia. Spesso poi non mi sono sentito rappresentato da un certo tipo di Chiesa che prendeva posizioni intransigenti. Ora però sono ottimista con papa Francesco che ha portato una ventata d’aria nuova, per esempio aprendo sulla questione della comunione ai divorziati».
«Ultimamente va di moda criticare la Chiesa – interviene Chiara – è pur sempre formata da uomini che sbagliano, ma c’è sempre spazio per perdonare e per ricominciare…».

 

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