(Dis)informazione

Ci si incavola, in effetti. Anche il parroco di Belsito (vedi l’articolo di don Giacomo Panfilo). Per la verità il parroco di Belsito è più depresso che incavolato. Per un motivo molto semplice: parte dell’informazione sull’evento romano della canonizzazione ha parlato di tutt’altro. Meglio: ha parlato della canonizzazione, ma degli aspetti decisamente più marginali dell’evento: i costi per l’amministrazione comunale, gli incidenti, quello che non ha funzionato. Ho notato che qualche sito di giornale e lo stesso TG 1 hanno riferito, con notevole rilievo, di proteste da parte di qualche pellegrino.

Sinceramente, non si riesce molto a capire che su un evento che coinvolge un milione di persone, debba considerarsi una notizia il fatto che una decina di loro protestano. Mi pare che, dietro questa strana attenzione, c’è un problema più generale. L’informazione laica non può ignorare un evento del genere. Deve parlarne per forza. Ma deve parlarne laicamente, cioè prendendone le distanze. E il segno della presa di distanza è la critica. Solo che, appunto, il risultato finale è la non notizia diventata notizia. Come se, per parlare dell’incontro tra Putin e Obama, si descrivesse il colore delle stringhe delle loro scarpe. E’ una notizia, certo, perché sono le scarpe di Putin e di Obama. Ma non ci serve molto per capire l’importanza del loro incontro.

Una volta, a proposito di un’informazione del genere, si sarebbe parlato di pregiudizi ideologici e si sarebbe citato il principio sacrosanto del grande giornalismo anglosassone, secondo il quale si deve distinguere fra la notizia e l’opinione. Ora, invece, pare proprio che l’opinione laica abbia determinato la notizia: dieci persone su un milione hanno protestato. Certo: è vero che hanno protestato. Ma questo giornalismo che ne parla è ancora un buon giornalismo?

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