La storia di Marta e l’incontro con il Sermig. Solo un sogno condiviso ci potrà salvare

Introduzione:

“Imagine all the people livin’ life in peace. You may say I’m a dreamer but I’m not the only one. I hope someday you’ll join us and the world will be as one” cantava John Lennon nel 1971. Qualcuno si è unito al coro del pacifismo con la voce, altri con il lavoro quotidiano e facendone una scelta di vita.

La storia

La prima volta che ha varcato le porte dell’Arsenale della Pace a Torino non aveva ancora compiuto i 15 anni. Era il 2019. Marta Fossati è una ragazza solare, appassionata alla vita, generosa e creativa. E sa riconoscere le situazioni che meritano la sua attenzione. Di quel giorno di inizio febbraio ricorda i giocattoli e i materiali scolastici raccolti grazie alla generosità di tante famiglie e portati alle porte del Sermig per sostenere alcune attività di un progetto che prende il nome di Arsenale della Piazza. All’oratorio di Nembro era sembrato naturale stringere una sorta di gemellaggio con questo servizio educativo in grado di intercettare e coinvolgere i bambini e i ragazzi del quartiere multietnico e interculturale Borgo Dora. 

Marta al Mondiale

In quelle settimane Marta aveva lavorato alla raccolta di materiali, era stata informata sulla realtà del Sermig e vissuto alcune attività anche in previsione del grande evento che si sarebbe tenuto a Bergamo nel maggio dello stesso anno: l’Appuntamento Mondiale dei Giovani della Pace.

Ripercorriamo la storia dal principio: a metà degli anni ’60 del secolo scorso un gruppo di giovani capitanati da Ernesto Olivero e da Maria Cerrato, una coppia di giovani sposi, dà vita a Torino al Servizio Missionario Giovani, abbreviato nell’acronimo Sermig. L’ideale è nobilissimo e ambizioso: sconfiggere la fame nel mondo. Anche le iniziative che vengono messe in atto sono di grande valore e capaci di coinvolgere moltissime persone con lo scopo di sensibilizzare le coscienze e raccogliere fondi da inviare ai missionari sparsi nei vari angoli della terra: si organizzano così converti, mostre, mercatini, eventi e molto altro. La svolta arriva all’inizio degli anni ’80 quando Ernesto riesce ad ottenere in concessione dal Comune di Torino lo spazio dell’ex arsenale militare di piazza Borgo Dora. Si tratta di capannoni industriali dismessi e abbandonati dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’area era stata destinata a polveriera sin dalla fine del 1500. Qui sono state prodotte molte delle armi utilizzate nel primo conflitto mondiale. Quando nel 1983 Ernesto e i suoi amici entrano in quest’area trovano polvere, ragnatele e calcinacci ovunque ma l’impegno preso è quello di restituire alla città uno spazio rinnovato. Così il lavoro e la generosità di migliaia di persone, giovani soprattutto, permetteranno di ripristinare i tetti, rendere fruibili le sale e i magazzini, consentire di abitare quello che fino a quel momento era solo un simbolo di degrado. All’interno dell’Arsenale, ormai ribattezzato “della Pace”, troveranno spazio magazzini per generi alimentari, vestiti e medicinali da spedire nel sud del mondo, letti e docce per i senza tetto, tavoli e sedie della mensa per i bisognosi, attrezzature sanitarie negli ambulatori dove medici volontari offrono servizi specialistici a chi non è in condizioni di poterli pagare, strumenti musicali e artistici per permettere a tutti di misurarsi con la bellezza e molto altro. L’Arsenale diventa così un luogo-simbolo, un’icona che racconta in che modo solidarietà e bellezza possano prendere il sopravvento su guerra e violenza. Questi spazi rigenerati diventano casa per una comunità di persone che sceglie di vivere in fraternità seguendo la regola scritta da Olivero. Con loro, ogni giorno decide di giovani curiosi e pieni di speranze varcano la soglia del portone di ingresso per offrire tempo e lavoro in favore degli ultimi della Terra e fare così esperienza di servizio e carità in un clima sempre molto effervescente.

Marta con Ernesto

Marta ricorda le sensazioni provate il giorno del suo arrivo all’Arsenale, il primo di una lunga serie: “Ho provato meraviglia e stupore. Questo è un luogo di pace: respiri lo spirito dell’accoglienza: lo trovi nello sguardo delle persone, nei loro sorrisi, nei loro gesti. Tutto lì profuma di pace, di speranza e di felicità”. Così decide di tornare a Torino e di continuare a spendersi per la causa degli ultimi. Tra una raccolta viveri, un canto e un momento di preghiera crescono nel cuore di Marta nuovi pensieri e sentimenti: si alimenta e matura la spiritualità del Sermig. La cura per l’altro si radica nella certezza che è Dio ad amare come Padre tutti i suoi figli, senza trascurare o escludere nessuno. 

Il Mondiale dei Giovani della Pace portato a Bergamo nel 2019 non fa che confermare un cammino intrapreso con determinazione. L’evento che coinvolge alcune migliaia di persone ha la capacità di rinnovare la grande forza del Sermig: il sogno di un mondo senza fame e senza guerra reso possibile dall’impegno dei giovani. 

A questo punto il percorso di Marta si incontra e si intreccia con quello di altri ragazzi e ragazze un poco più grandi: l’evento di Bergamo è stato proposto e organizzato da un gruppo che un prima di lei ha incrociato l’esperienza del Sermig a Torino e se n’è innamorato. È il gruppo Sermig di Bonate-Bergamo. 

Come per Marta, la sua storia comincia quando alcuni adolescenti vivono un breve periodo di volontariato occupandosi di bambini lungo-degenti ospitati all’Arsenale. Di servizio in servizio, di preghiera in preghiera, ciò che era solo un’esperienza, si trasforma in coraggiose scelte di vita. Lo spirito del Sermig plasma i valori e le coscienze di queste persone e dà loro il coraggio di osare scelte importanti. Rosanna Tabasso, oggi presidente del Sermig, descrive il gruppo bergamasco “un segno chiaro che si debba investire sui giovani, una speranza che si è concretizzata e che ha lasciato il segno nel cuore del Sermig”. 

Rosanna Tabasso

Gennaio 2023. Accolgo l’invito di Chiara, Shaquille, Salvatore e gli altri del Bonate-Bergamo di andare a Roma per incontrare Papa Francesco: il Sermig ha ottenuto un’udienza con il Pontefice. L’occasione è di quelle importanti perché, nel suo saluto al Papa, Ernesto ufficializzerà il passaggio di testimone da lui a Rosanna alla guida della sua grande ideazione. La famiglia del Sermig, fraternità – volontari – amici, è tutta riunita nella sala Clementina per ascoltare parole di grande apprezzamento e incoraggiamento. Papa Francesco legge la realtà torinese come opera dello Spirito e suggerisce la via della fraternità come unica strada percorribile perché il mondo scopra la pace. Il termine decisivo dei discorsi pronunciati in Vaticano è “sogno”. “Non avevamo un soldo, ma avevamo un sogno” dirà Ernesto Olivero nella sua introduzione. E gli farà eco il Papa che ribadirà come questo sogno è diventato patrimonio di moltissimi giovani. 

L’Arsenale della Pace è frutto del sogno di Dio, potremmo dire della potenza della Parola di Dio. Quella potenza che sentiamo quando ascoltiamo la profezia di Isaia: 

«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, 
delle loro lance faranno falci; 
una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, 
non impareranno più l’arte della guerra» (2,4). 

Ecco il sogno di Dio, che lo Spirito Santo porta avanti nella storia attraverso il suo popolo fedele. Così è stato anche per voi: attraverso la fede e la buona volontà di Ernesto, di sua moglie e del primo gruppo del Sermig è diventato il sogno di tanti giovani. Un sogno che ha mosso braccia e gambe, ha animato i progetti, le azioni e si è concretizzato nella conversione di un arsenale di armi in un arsenale di pace.

Papa Francesco, Udienza ai membri del Sermig 07/01/23

Dentro questo grande disegno di bene oggi ci sono le storie di persone come Emanuele, liceale pieno di interessi, che dedica pomeriggi interi allo smistamento di generi alimentari da spedire in Ucraina; Chiara, studentessa di medicina, che ha conosciuto il Sermig da giovanissima andandoci con la famiglia e che ora cerca di partecipare ai momenti di formazione e di preghiera anche a distanza; Lorenzo, lo spigliato diciassettenne, che apprezza l’apertura mentale guadagnata facendo azioni caritative: “Mi fa aprire gli occhi sui problemi che ci sono nel mondo, ma anche sul bene che possiamo fare tutti insieme”; Chiara, la neo-giornalista già impegnata nell’ufficio stampa del Mondiale, che ora, da professionista dell’informazione, lavora portando con sé i valori maturati grazie alle esperienze di amicizia e collaborazione molto intense vissute a Torino. Con loro anche alcune giovani famiglie con chiassosi bambini al seguito che lavorano per realizzare a Bergamo una nuova casa “dove poter fare attività con i ragazzi e avere la porta aperta a chi bussa”: un nuovo Arsenale. Un nuovo sogno.

Lorenzo – Emanuele – Chiara

Commento

Piazza San Pietro, 7 gennaio 2023. Salvatore commenta così l’incontro appena terminato tra Papa Francesco e la delegazione del Sermig di cui fa parte: “Ernesto ha descritto il suo sogno che poi è diventato quello di tanti ragazzi, anche nostro. Il Papa ha rilanciato dicendo che in realtà si trattava di un sogno di Dio”. 

È esattamente il termine “sogno” la chiave di lettura per decifrare l’esperienza del Giovani della Pace. 

Il mondo è da sempre il palcoscenico del cinismo e della prepotenza e gli uomini. Loro, grandi attori in scena, sanno interpretare alla perfezione il ruolo dell’egoista, dell’avaro e del tiranno. Nonostante il prevedibile finale di questa commedia, alcuni giovani continuano a immaginare una storia diversa, un nuovo atto da portare davanti al pubblico delle generazioni che si avvicendano nel teatro della storia. A motivare questa attesa è proprio il sogno: un modo diverso di guardare la realtà, uno spazio di speranza e cambiamento così ambizioso da riuscire a disegnare un mondo tutto nuovo. Non un altro mondo frutto di fantasia, lo stesso nel quale abitiamo radicalmente rinnovato. La domanda è invitabile: i sognatori sono inutili illusi incapaci di comprendere coma vanno le cose oppure i migliori interpreti della vita capaci meglio di altri di intuire la vera promessa che vi è inscritta?

Ernesto Olivero ha immaginato un mondo senza fame e senza guerra. Ha pensato che questo fosse il volere di Dio. Si è rimboccato le maniche ogni giorno invitando altri a fare lo stesso. Il suo sogno non è un vaneggiamento ma un impegno concreto e quotidiano che ha entusiasmato molti. La casa del Sermig, una vecchia fabbrica di armi e di morte trasformata in area di solidarietà e di cura per le persone, ha il potere di evocare la verità di quel sogno. Migliaia di persone si sono fidate e impegnate. 

In tutte le città del mondo dove Dio vuole mandarci andiamo con l’entusiasmo dei giovani.

I giovani, al primo posto nella nostra Fraternità, possono essere il sale, il lievito, gli scopritori delle novità dello Spirito, e portare una reale novità al mondo che ha reso poco visibile la paternità di Dio, avendo sempre nel cuore il sì, il «manda me»; avendo sempre nel cuore la gioia di seguire Gesù, sorgente della verità e dell’amore. Con coraggio, la Fraternità cerca di confrontarsi sempre con il cuore sincero dei giovani: essi sono il nostro specchio.

Ernesto Olivero, Si – la Regola del Sermig

Sogno e concretezza sembrano due dimensioni tra loro opposte e incompatibili. E invece è il loro incontro ciò che rende possibile le scelte dei giovani. Non bastano solide motivazioni e progetti ben congeniati per convincere le persone a rimboccarsi le maniche o per consentire a un giovane di fare una scelta di vita. Sono necessarie parole semplici ma evocative, prospettive illuminanti accompagnate da gesti di immediata verità. E servono adulti in grado di dare fiducia e libertà a chi è disponibile a cimentarsi con l’indomabile energia del sogno. Al Sermig questa miscela di positività è esplosa e ha messo in movimento una potente macchina di bene capace di animare altri sogni e perfino delle vocazioni. Lì i giovani sentono che è possibile fidarsi. 

C’è chi si ferma e crede solo alla realtà
Chi chiude gli occhi e fa l’amore

Max Gazzè, Considerando

Probabilmente anche Gesù sortiva lo stesso effetto quando rivolgendosi alle folle annunciava il Regno di Dio. A fare breccia nel cuore delle persone radunate sulle spiagge del Lago di Tiberiade o sulle pendici del Monte delle Beatitudini era la prospettiva di vedere il mondo realizzato per quel che dovrebbe essere: un posto dove tutti si sentono chiamati ad essere felici. E perché allora i cristiani quando parlano della loro fede ai ragazzi si fermano a chiedere performance religiose e regole di buon comportamento? Come è possibile che l’annuncio si riduca al suggerimento di qualche azione gentile nei confronti di chi è svantaggiato? Senza rischio il bene non può esisteste, senza il brivido dell’azzardo il futuro perde tutto il suo interesse, senza ambizione non c’è vocazione. L’Arsenale della Pace è un colossale monumento alla sproporzione necessaria: quella che sempre deve esiste tra le proprie capacità e gli obiettivi che ci si sente chiamati a realizzare.

Noi delle strade non sappiamo che due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande.

Madeleine Delbrel, Noi delle strade

Il grande pericolo di ogni sogno è che si trasformi in un incubo insostenibile o in una cocente delusione. I giovani del Sermig, con la loro ricca e articolata esperienza, ricordano a tutti che il bene lo si può realizzare solo insieme. “Ci vuole una comunità di fede e di preghiera che tiene acceso il fuoco per tutti. Quel fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra e che ormai arde per sempre” ricorda Papa Francesco. Ancora una volta sono i più giovani a indicare la via agli adulti: le scelte personali e i valori di ognuno si devono articolare in una rete di relazioni solide. Si può vivere solo costruendo una casa comune e abitandola facendo squadra. La Chiesa è questo arsenale dove si riescono a unire le forze e a sorridere insieme?

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