L’ignoranza come merito politico e la paura del mondo

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A sottolinearlo si rischia l’accusa di arroganza intellettuale, di aristocratismo da anime belle, di disprezzo classista degli abitanti delle periferie, di elitismo protetto dalle telecamere ZTL…

I nuovi politici gridano “viva l’ignoranza”

Correrò il rischio. Perché il fatto sussiste: Premier, Ministri, Sottosegretari, Deputati… agitano orgogliosamente ogni giorno lo stendardo gialloverde, sul quale sta scritto a caratteri d’oro: Viva l’ignoranza! Si tratta di un’ignoranza enciclopedica, che si estende dalla storia patria, alla geografia, all’economia, alla finanza… Va preso atto che l’investimento elettorale sull’ignoranza ha dato i suoi frutti. Un sacco di Italiani li ha votati, nonostante tale vasta incompetenza, esibita assai prima del 4 marzo. Nonostante o grazie a questa? Sì, proprio grazie a questa. Vi si sono orgogliosamente riconosciuti. Basta con la dittatura dei competenti! Dal punto di vista dei suddetti Premier, Ministri ecc… il “siamo stati eletti dal popolo” è esattamente quanto basta per giustificare qualsiasi castroneria. Come è evidente, fa acqua da tutte le parti, suona più come alibi furbesco che come argomentazione fondata, non tutti i suddetti ci credono in cuor loro, ma questo è il loro business politico, non si sa quanto duraturo, e perciò se lo tengono stretto.

E gli elettori, da parte loro…

Risulta più interessante per noi, e più inquietante, il tentativo di renderci ragione di ciò che è avvenuto tra gli elettori. Quale catastrofe culturale ha potuto accadere?

Secondo i numerosi “pentiti” del voto, ma pur sempre in cerca di una giustificazione razionale del proprio clamoroso abbaglio, la colpa ricade sulle élites precedenti, che si sono dimostrate incapaci di garantire sicurezza, lavoro, sviluppo. Élites colte, intelligenti, preparate, bene educate, ma indifferenti alle sofferenze del popolo. E soprattutto impotenti, incapaci di riforme radicali, di cui pure parlano da decenni: da quella della Pubblica amministrazione – la burocrazia è diventata una corporazione oppressiva e un freno allo sviluppo delle forze produttive – a quella fiscale fino alla perenne e aggravatasi questione meridionale, fino a quella della Scuola…

Quanto all’immigrazione, la gestione pasticciata e burocratica dei Ministri degli Interni, prima di Minniti, l’ha trasformata da opportunità potenziale in una catena di rischi. I “pentiti” percepiscono perfettamente che il livello delle competenze del nuovo personale politico è decisamente basso, ma la rabbia e la delusione per le speranze tradite sono così forti che hanno deciso di rischiare il tutto per tutto sui nuovi cavalli, anche se appaiono sempre più degli autentici ronzini.

Tuttavia, i pentiti sono pochi, almeno per ora. La maggioranza giallo-verde degli Italiani condivide fini, linguaggi, strategie, argomentazioni giallo-verdi, benchè il consenso appaia reciprocamente strumentale: i verdi sostengono i gialli, solo perché costoro sostengono i verdi e viceversa. I due elettorati sono differenziati culturalmente e territorialmente, ma condividono l’essenziale: lo sguardo sul mondo “là fuori”. Il punto di vista sullo spread come prodotto di congiura demoplutocratica, sull’Europa quale nemica, sull’immigrazione quale rischio fatale per l’identità italiana è lo stesso per tutte e due le componenti elettorali del governo giallo-verde. L’unico punto di frizione reale riguarda le “grandi opere”. La frattura dipende dalle diverse culture territoriali: il Nord ha bisogno delle grandi opere, che colleghino il sistema-Paese ai flussi di traffico delle merci su scala euro-asiatica, il Sud di Di Maio chiede assistenza, posti di lavoro nella Pubblica amministrazione, condoni e perdoni per l’illegalità di massa diffusa per intere regioni meridionali.

Ripiegati su di noi, da sempre

Quel che conta è che l’incrocio tra ignoranza di base, analfabetismo funzionale, interessi contingenti ha generato una rappresentazione del mondo, dell’Europa e dell’Italia che è totalmente sconnessa dalla realtà effettuale. Ed è esattamente questo il punto di sutura tra passato e presente. Infatti, questa visione/collocazione autarchica dell’Italia nel mondo non è nata con Salvini-Di Maio. Finché è esistito il bipolarismo mondiale USA-URSS, che regolava a grandi linee le dinamiche di potere mondiali e la continua insorgenza di conflitti locali, l’Italia stava al riparo della sua nicchia occidentale. Alla difesa dei confini pensava la Nato. A tal punto che l’esercito di leva è divenuto inutile ed è stato congedato.

Gli unici soggetti che guardavano fuori e intrattenevano relazioni con il mondo erano/sono le imprese italiane, piccole o grandi, che in gran parte stanno nel Nord del Paese. Ma la mentalità della maggioranza degli Italiani era ed è del tutto introversa. La scottatura tragica del fascismo imperiale, delle guerre d’Africa, di Albania e Grecia, il disprezzo non nascosto da parte degli Alleati nella Conferenza di Parigi del 1947, il controllo assi stretto mantenuto dagli Americani e soprattutto dagli Inglesi sull’iniziativa politica, economica italiana nel Mediterraneo e persino sui servizi segreti, mediante il controllo di Stay Behind e Gladio, hanno forgiato un riflesso massiccio di difesa dal mondo.

Gli ultimi due tentativi di muoversi in piena autonomia – quello di Moro e quello di Craxi – sono finiti in tragedia o bruciati in tempi brevi. Da anni gli Italiani stanno ripiegati su di sé. Sì, abbiamo missioni all’estero, qualificate e stimate dalle popolazioni dei Paesi, in cui essere operano. Ma la loro connessione con la politica estera dell’Italia nel mondo resta debole – quando non avversata – tanto nella coscienza dei politici quanto nell’opinione pubblica.

Se questo è il background, la predicazione neo-nazionalista gialloverde ha trovato il terreno ideale. Il generoso tentativo di Renzi di esportare l’Italia nel mondo e dunque di educare il Paese ad assumersi responsabilità globali si è impigliato nella catena di errori politici, di cui è responsabile lo stesso Renzi. Il top del narcisismo neo-nazionalista è stato raggiunto, quando qualche ministro giallloverde ha proposto di non pagare più i nostri creditori, singoli, privati o pubblici. Il che è come dire che il mondo là fuori ci deve mantenere. Converrà, forse, a questo punto, ripartire dalla geo-storia per ricostruire una coscienza pubblica del Paese.

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