L′atelier dei miracoli

Ci sono libri che sembrano fatti apposta per regalare speranza. “L’atelier dei miracoli” di Valerie Tong Cuong (Salani) è uno di questi. Dotato di una grazia delicata, così come l’autrice, nata in una banlieue parigina e arrivata alla scrittura dopo otto anni di professione nell’ambito della comunicazione. Ha avuto un’adolescenza caotica, ha studiato letteratura e scienze politiche, ora ha lasciato tutto per dedicarsi alle sue più grandi passioni: la scrittura e la musica (canta in una band, i Quark). E’ sposata, ha tre figli, e i suoi romanzi sono stati tradotti in 16 lingue. “L’atelier dei miracoli” racconta la storia di tre persone in crisi alle quali la vita, inaspettatamente, offre una seconda possibilità.

Che cos’è per lei la felicità?
“E’ difficile per me dare una definizione compiuta della felicità. Posso dire che sono piena di gratitudine nei confronti della vita e per il fatto di poter vivere così. E’ un approccio verso la realtà che coltivo ogni giorno, cercando di andare sempre di più in profondità e di acquistare una maggiore consapevolezza di quello che succede e di ciò che la vita può portare con sé. Nessuno è al riparo da eventi violenti e dispiaceri, però se mantengo vivo questo atteggiamento di apertura e di gratitudine, allora qualunque cosa accada posso sempre trovare il modo di andare avanti, e ottenere una lezione dalle prove, e arrivare a un livello più profondo di comprensione di me stessa, della vita, di ciò che mi sta intorno”.

Come sono nate le storie di rinascita che racconta nel romanzo?
“Non c’è nulla di reale o di autobiografico, l’ispirazione mi è arrivata come un regalo. Sono sempre stata sensibile al tema del volontariato e dell’aiuto al prossimo. Da scrittrice cerco di occuparmi dell’essere umano e delle lotte che deve condurre. I personaggi sono arrivati naturalmente da me, mi hanno portato le loro storie e me le hanno sussurrate all’orecchio. Certo appartengono a mondi che conosco bene, ma in questo non c’è niente di preordinato”.

I tre protagonisti sono persone in difficoltà nelle quali non è difficile riconoscersi…
“E’ vero, ognuno ha problemi che potremmo riconoscere in noi stessi o nelle persone che abbiamo accanto, e questo ce li rende più vicini. Mariette è un’insegnante che subisce in modo molto forte le pressioni del marito e dei suoi allievi. Ha perso il controllo, ha rinunciato a tutto ciò che desiderava e passa la vita a fare quello che gli altri si aspettano da lei. Questa è una situazione comune: pensiamo a quante volte per accontentare gli altri si fanno dei sacrifici, ci si lascia ferire, ci si consuma perfino. Non è difficile da una situazione così scivolare in depressione o perdere il controllo. Mike è un senzatetto che vive sui gradini di un palazzo. E’ una persona che pensa di non valere niente, di non meritare l’amore degli altri, non ha fiducia in sé. Cerca di nascondere la visione svalutativa che ha di se stesso mascherandola con un’uniforme. Sono tante le persone che come lui hanno la sensazione di non avere nulla da offrire, di essere vittime di una mancanza d’amore, di non avere uno sguardo benevolo su di sé. E infine Millie è una ragazza che prova un fortissimo senso di colpa, si sente responsabile nei confronti degli altri anche senza motivo. E così sente di non meritare l’amore di nessuno. Ci sono tante persone come loro, potremmo essere noi: non hanno i mezzi per reagire alla difficoltà, sembrano persone in buona salute invece dentro sono in rovina. In qualche momento della vita chiunque può sperimentare una situazione così”.

Nel romanzo Jean, che aiuta Mariette, Mike e Millie, è una persona ambigua. Anche il desiderio di rendersi utili, di fare del bene a chi ne ha bisogno corre il rischio di essere inquinato dalla tentazione del potere?
“Penso in effetti che il rischio esista e che a volte questo accada. Ci sono persone che pensando di fare del bene finiscono per imporre la loro visione del mondo in modo anche brutale. Accade anche perché hanno bisogno costantemente di sentirsi oggetto di ammirazione per i risultati che ottengono, hanno bisogno di sapere che la verità assoluta è nelle loro mani. Questa tentazione di non accogliere davvero gli altri rischia di far crollare dalle fondamenta l’architettura del volontariato che si basa proprio sull’ascolto e l’accettazione dell’altro. Ma in realtà è davvero raro che succeda: la maggior parte delle persone impegnate a fare del bene agli altri trae una grande gratificazione da ciò che fa. Potremmo dire che da un lato entra in gioco un appagamento dell’ego, dall’altro invece c’è anche la possibilità di curare se stessi e le proprie ferite attraverso l’aiuto che si dà agli altri. C’è un’infinita gamma di sfumature, e a me piace addentrarmi nella complessità dei rapporti interpersonali. Dal mio punto di vista noto, proprio perché da molto tempo impegnata nel volontariato, che la stragrande maggioranza delle persone sono animate soprattutto dall’altruismo. Gli abusi, comunque rarissimi, sono inevitabili: se ne trovano in qualunque ambiente circoli del denaro, perché c’è sempre chi cerca di approfittarsene”.

Anche la relazione di aiuto non è mai a senso unico…
“No, infatti, e questa è sempre una bella scoperta: più si dà più si riceve”.


latelier_dei_miracoli

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.