Alieni e teologia, è solo fantascienza? Guy Consolmagno, Specola Vaticana: «Altre forme di vita? Un segno della potenza creativa di Dio»

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In materia di extraterrestri si dà un’ampia letteratura di serie C, che narra di rapimenti su astronavi aliene o fornisce istruzioni per comunicare telepaticamente con altri mondi; c’è persino una religione, il «raelismo», nata nel 1973 per divulgare un messaggio salvifico a noi inviato da una civiltà superiore e per annunciare l’avvento di un’immortalità high tech, mediante clonazione. A fronte di queste cose, troviamo però una disciplina assai più rigorosa, l’«esobiologia» (o «astrobiologia»), che indaga su basi scientifiche la possibile presenza di forme di vita su pianeti diversi dalla Terra. Così intesa, la questione è presa molto sul serio anche dai ricercatori della Specola Vaticana (l’osservatorio astronomico ufficialmente rifondato da Leone XIII, nel 1891, per rendere «a tutti chiaro che la Chiesa e i suoi pastori non si oppongono alla vera e solida scienza, sia umana sia divina»): nel 2008, per esempio, l’Osservatore Romano aveva pubblicato un intervista al gesuita argentino José Gabriel Funes, allora direttore della Specola, intitolandola L’extraterrestre è mio fratello; il medesimo tema è stato poi toccato più volte anche da Guy Consolmagno, statunitense, 65 anni, tre lauree, dal 2015 alla guida della Specola e di un centro di ricerca a essa collegato con sede a Tucson, in Arizona.

Fratel Consolmagno, la prima domanda che vorremmo rivolgerle è di carattere biografico: la sua vocazione religiosa ha preceduto quella scientifica, come astronomo?
«Da giovane, mi era parso di avvertire più vocazioni. Di volta in volta, immaginavo di diventare uno scrittore, un giornalista, un prete, un avvocato. Però sono sempre stato un cattolico. Arrivato ai diciott’anni, mi trovai a dover decidere se entrare nella Compagnia di Gesù e ricevere l’ordinazione sacerdotale o frequentare il MIT – il Massachusetts Institute of Technology – e proseguire i miei studi scientifici. Per un certo tempo pregai sotto la guida di un direttore spirituale gesuita, per poter prendere la giusta decisione. Alla fine, scelsi di diventare uno scienziato e continuai gli studi per quasi un ventennio, fino a diventare insegnante di Fisica in una piccola, splendida università, il Lafayette College di Easton, in Pennsylvania. Solo a quel punto, sentii nuovamente la chiamata a entrare nella Compagnia, ma come fratello gesuita, non come sacerdote».

Nel campo dell’esobiologia ci si aspetta molto dal lancio del telescopio spaziale James Webb, nella primavera del 2019. Grazie a questo e ad altri nuovi strumenti, si spera di poter presto individuare dei «biomarcatori» (gas come l’ossigeno, l’ozono, il metano, che normalmente si accompagnano a processi biologici) nell’atmosfera di pianeti appartenenti ad altri sistemi solari. Che cosa pensa di questa eventualità? Le pare realistica?
«Anche la scienza si basa sulla fede, su molti tipi di fede. Noi non abbiamo ancora alcuna prova dell’esistenza di altri pianeti in grado di ospitare forme di vita. Però questo non ci trattiene dal continuare a svolgere ricerche in questo campo. Non insisteremmo, se non credessimo (ecco la fede in azione!) alla possibilità di trovare delle prove, anche servendoci degli strumenti di cui attualmente già disponiamo. Abbiamo fede, ulteriormente, nella possibilità che nei prossimi vent’anni dei nuovi telescopi ci potranno consentire di raggiungere delle evidenze in materia di vita extraterrestre… ammesso che queste evidenze, in assoluto, si diano. Indubbiamente, la nostra è un’epoca affascinante per chi si interessa di astronomia».

Ancora più sconvolgente che la scoperta di forme di vita su altri pianeti, sarebbe l’entrare in contatto con alieni intelligenti. C’è però chi è scettico al riguardo. Per esempio, si attribuisce a Enrico Fermi la seguente obiezione: «Se ci sono altre civiltà tecnologicamente progredite nell’universo, perché non abbiamo ancora ricevuto nessun segnale da loro?».  In effetti, negli anni Sessanta fu avviato il programma SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence), che tra l’altro prevedeva di scandagliare la volta celeste in cerca di segnali radio provenienti da altri mondi. In oltre mezzo secolo di osservazioni, sembra che non si sia trovato nulla di significativo.
«Guarda caso, io sono membro del comitato scientifico consultivo del SETI Institute, fondato nel 1984 per sostenere e coordinare queste ricerche. Una delle cose più importanti che abbiamo appreso negli ultimi cinquant’anni, è che la presenza di vita intelligente nell’universo – così come noi la intendiamo – non è un dato ovvio. Questa constatazione, però, potrebbe riguardare più le nostre aspettative iniziali che l’effettiva esistenza o inesistenza di intelligenze aliene. Le prime nostre ricerche partivano dall’assunto che questi esseri avrebbero trasmesso nello spazio dei segnali analogici radio o televisivi, facili da distinguere dalla radiazione di fondo che permea l’universo. Tuttavia, proprio nel corso di questi cinquant’anni anche noi, sulla Terra, siamo andati in gran parte convertendo le nostre trasmissioni in segnali digitali, che sono molto più difficili da riconoscere. Ricerche come quelle condotte dal programma Seti negli anni Settanta riuscirebbero a stento a rintracciare dei segnali intelligenti, se in un prossimo futuro si orientassero sulla Terra, così come sarà nei decenni a venire. Questo è tipico della ricerca scientifica: dei risultati negativi non equivalgono a un fallimento, ma ci inducono a riconoscere che i nostri assunti di partenza erano incompleti e che l’universo è più complesso di quanto pensassimo precedentemente. Proprio prendendo atto di questo, riusciamo a conoscere qualcosa di più sul cosmo (e lo stesso principio si potrebbe applicare alla nostra conoscenza di Dio!)».

Visto che anticipare il futuro con la fantasia non è peccato: quali potrebbero essere le conseguenze filosofiche e teologiche della scoperta di forme di vita intelligente su altri pianeti? Thomas Paine, alla fine del Settecento, prevedeva che una scoperta del genere sarebbe stata fatale per la fede cristiana: «Credere che Dio abbia creato una pluralità di mondi, numerosi almeno quanto quelle che chiamiamo stelle – egli scriveva -, rende il sistema delle credenze cristiane piccolo e risibile; lo soffia via dalla nostra mente, come piume nell’aria».
«Non molto tempo dopo che Paine aveva scritto queste cose, il grande astronomo John Herschel argomentava che la presenza della vita su altri pianeti sarebbe stata logicamente inevitabile, data la potenza creativa di Dio. È divertente, mi pare: ci sono atei convinti che la scoperta di altri esseri intelligenti costituirebbe una prova dell’inesistenza di Dio, e ci sono credenti persuasi che una scoperta del genere andrebbe a confermare la loro fede. Il fatto che ancora non si siano trovate delle intelligenze extraterrestri non distoglie nessuna delle due parti dalle rispettive convinzioni. Noi vediamo ciò che vogliamo vedere: questo vale per chiunque. Aggiungerei, tuttavia, che forse non vale la pena di credere in un dio, così come lo intendeva Paine: il dio di cui lui parlava, in realtà, non assomiglia molto al Dio del cristianesimo. Per dichiararsi ateo, uno dovrebbe aver chiaro ciò che intende negare; Thomas Paine invece aveva un’idea abbastanza stramba del contenuto della fede cristiana. Uno degli argomenti da lui portati suonava così: sarebbe assurdo pensare che il Figlio di Dio debba essere crocifisso innumerevoli volte, una su ogni pianeta, per poter operare la redenzione dei suoi abitanti. Ma chi ha detto che la storia della salvezza dovrebbe necessariamente seguire lo stesso percorso, per specie diverse? Per esempio, il racconto relativo alla scelta degli angeli – chiamati a decidere se rimanere fedeli a Dio o ribellarsi – è molto differente dalla narrazione biblica della caduta e redenzione del genere umano».

Ma appunto, delle intelligenze extraterrestri – sempre ammesso che esistano – come potrebbero rientrare nel piano di salvezza di Dio Padre? Di quale «rivelazione» potrebbero essere destinatari questi nostri fratelli alieni?
«Non lo so. Questo non mi impedisce di meditare sulla questione, ma riconosco che, al momento, tali riflessioni vanno ricondotte alla voce “fantascienza” (un genere che io amo molto, peraltro!). Io e un mio confratello, Paul Mueller, abbiamo discusso le implicazioni teologiche della ricerca di altri pianeti abitati nel volume Would You Baptize an Extraterrestrial? («Lei battezzerebbe un extraterrestre?»), che dovrebbe essere pubblicato l’anno prossimo in traduzione italiana. Non ho formulato io per primo la domanda del titolo: è una di quelle che ci vengono poste più frequentemente da chi viene in visita all’Osservatorio Vaticano. Per dirla in breve, la mia risposta sarebbe: “Solo se lui me lo chiedesse!”».

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