L’associazione Aiuto Donna: le violenze accadono tra le mura domestiche

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Il 25 novembre sarà la giornata mondiale della lotta contro la violenza sulle donne. Un fenomeno che sta lasciando sempre più tracce nella cronaca nera di tutti i giorni. Un fenomeno che però si può e si deve combattere come fanno quotidianamente le donne della Associazione Aiuto Donna di Bergamo. Ne parliamo con Oliana Maccarini, presidente del centro anti-violenza dell’Associazione.

Di cosa si occupa la vostra Associazione?
«Il nostro è un centro anti-violenza e uno sportello stalking da quando è apparso questo fenomeno. Siamo aperti dal 1999 e ci occupiamo di accogliere le donne che sono state vittime di maltrattamenti e violenze, soprattutto in ambito familiare. Tengo a sottolineare quest’ultimo punto perché la violenza sulle donne è concentrata perlopiù fra le mura domestiche. Un centro antiviolenza è un luogo gestito da volontarie che credono che con la relazione fra donne si possa arrivare a risolvere questa problematica. Il servizio che offriamo è in primis l’ascolto (prima telefonico e poi vis a vis). In secondo luogo si attivano, solo se la persona lo vuole, le consulenze sia legali che psicologiche. Diciamo che noi accompagniamo la donna in questo percorso. Nel nostro centro accogliamo intorno alle 300 donne l’anno che provengono dalla città o dalla provincia di Bergamo».

Con riferimento ai dati Istat rileviamo che il trend nazionale è in leggero miglioramento.
«Diciamo di sì anche si parla ancora di oltre 6 milioni di donne (6 milioni 788 mila per la precisione) che hanno subito nel corso della propria vita una qualunque forma di violenza fisica o sessuale. Sono comunque numeri allarmanti».

Ci racconta quali difficoltà si trova ad affrontare una donna che vuole uscire da questo incubo che è, a tutti gli effetti, la violenza?
«La domanda giusta da porsi penso sia questa: che cosa trova una donna che fa questo grosso atto di coraggio e decide di lasciare le mura domestiche? Spesso sono donne il cui compagno le ha isolate, non hanno più un posto di lavoro, sono destrutturate dalla paura e dalle violenze. Quello a cui vanno incontro è un percorso difficile e queste donne lo sanno bene. Spesso le donne che vengono da noi è la prima volta che raccontano la loro difficile storia: quando vanno al pronto soccorso per le botte che hanno preso raccontano sempre che sono cadute dalle scale. In questi giorni abbiamo creato un protocollo multi-istituzionale che comprende anche il pronto soccorso del Riuniti di Bergamo: è giusto che anche loro, i dottori, guardino con un occhio di riguardo queste donne, che diano loro conforto, specie se non è la prima volta che arrivano al pronto soccorso. C’è da dire però questo: diverse altre Nazioni offrono più risorse alle donne vittime di violenza. Basti vedere la Spagna: in diverse città hanno adibito delle “case per le mogli” che ospitano le donne che hanno subito violenza. In Italia subiamo questa impossibilità di provvedere, di poter dare loro un luogo sicuro dove stare, perché, anche se una decidesse di allontanarsi dalla propria casa, noi non siamo in grado di offrirle un alloggio sicuro».

Come lei ha sottolineato la maggior parte delle violenze avviene nell’ambito di una relazione. Leggo, sempre dai dati Istat, che il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. È un dato che deve far riflettere perché quando si pensa allo stupro o alla molestia sessuale si pensa quasi sempre alla violenza subita inaspettatamente per strada, in realtà non è così.
«Il problema è molto grave: la donna non è abituata a prendere atto di questa violenza. Solo quando incontra una psicologa si rende conto della situazione e spesso ammette: “Io subisco per tenerlo buono”. Non è facile, per una donna, riconoscere che questa è violenza. E più difficile ancora è farle capire che ha dei diritti, che può tutelare i propri figli rivolgendosi agli assistenti sociali».

E la violenza psicologica?
«Quella è la più terribile perché distrugge la persona umana. Se per anni ti viene detto: “Sei una incapace, non sei buona a nulla, neanche a tenere la casa!”, la tua autostima si annulla e tutto questo lascia dei danni terribili. E non a caso, come dicevo prima, il percorso per uscire da queste violenze è lungo. Non esiste la bacchetta magica che risolve queste situazioni; però si può. Quello della violenza è un vero e proprio ciclo: si comincia in modo blando e sporadico per poi passare ad una violenza sempre più dura e frequente. Quando questi mariti o compagni capiscono che c’è la possibilità che lei se ne vada per sempre inizia un nuovo periodo che è chiamato la “luna di miele”: le donne arrivano qua e ci dicono “Questa volta è diverso: è arrivato con la collana di perle e mi ha giurato che non lo farà più”. Si convincono che il loro amore possa risolvere tutto. Ed ecco perché noi vogliamo arrivare prima all’educazione presso le scuole per far riflettere, per educare al rispetto di sé e dell’altro».

Anche lo stalking è una violenza psicologica…
«Lo stalking è in aumento proprio perché le donne si stanno rendendo conto che anche questa è una violenza. Esso avviene quasi sempre quando c’è stata una relazione che viene interrotta e lui non accetta di essere lasciato. La cronaca descrive abbastanza fedelmente queste situazioni. Quante volte abbiamo sentito parlare dell’ultimo appuntamento chiarificatore? La donna in quei casi è regolarmente ammazzata perché lui capisce che non c’è più niente da fare. Nella maggior parte dei casi lo stalker è un uomo italiano (circa il 70% dei casi) di ceto medio-alto, con un lavoro. Questo vuol dire che non sono persone disagiate o dei mostri».

È interessante valutare come i media, in questi ultimi tempi, stiano dando molto spazio a questi fatti di cronaca. Da una parte è un bene perché può essere un modo per fare sensibilizzazione; dall’altra però si rischia di invadere una privacy che deve essere dovuta in queste situazioni.
«Sì, anche perché spesso non espongono  correttamente quanto accade. Bisogna anche stare attenti alle parole usate: spesso si legge la frase “E’ stato un raptus”. No, non è stato un raptus; nella maggior parte dei casi è una cosa che l’uomo matura lentamente, così come la violenza – lo dicevamo prima – si intensifica di volta in volta. Oppure si sente dire: “E’ una persona normale che diventa violento solo quando beve” come se fosse una giustificazione essere violenti quando si beve. Questo non va bene perché sembra che, in questo modo, si dia la colpa a qualcosa di esterno».

Come fare a prevenire queste violenze? Come agire sulla sensibilità, per esempio, dei più giovani?
«La violenza sulle donne è un problema culturale. Noi andiamo nelle scuole e alle ragazzine poniamo domande di questo tipo: Quante di voi si sentono dire dal fidanzato: “Dammi il cellulare per vedere chi ti scrive”? Quante telefonate ricevete al giorno da parte sua che vi chiede “Dove sei? Con chi sei? Cosa fai?”. Questi sono i primi segnali di un rapporto non corretto, non rispettoso  che si sta instaurando. Quante volte queste ragazzine, per stare insieme al proprio fidanzato, lasciano le loro amiche? Sono tutte fasi dell’ inizio di un rapporto non paritario. Un rapporto malato».

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