Una vicina di letto in ospedale deve andare all’hospice. Tu cosa le avresti detto?

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Ti riferisco una scena di una familiare che ha passato alcuni giorni in ospedale. La sua vicina di letto è gravemente malata. Un medico le fa visita e le spiega: “Abbiamo trovato un posto per lei in Borgo Palazzo, perché ha bisogno di assistenza continua e lì i suoi familiari potranno farle tutta la compagnia che vorranno”. Borgo Palazzo è l’hospice. Lì non si va per guarire. Che strazio questo congedo dalla vita, ho pensato, quando la familiare me lo ha raccontato! Tu cosa avresti detto a quella signora che doveva è essere ricoverata all’hospice? Antonio.

Proprio per i motivi che tutti ben sappiamo, caro Antonio, non credo sia facile comunicare a un paziente l’imminente ricovero presso un hospice. Non posso immaginare cosa avrei detto alla signora di cui sopra, poiché sono molte le variabili in gioco.

LA PRESENZA DEI FAMILIARI

Tuttavia, nella consapevolezza che tale proposta costituisce una possibilità per vivere in modo dignitoso il tratto terminale della vita, probabilmente, con molta attenzione, comprensione e, spero, con tanta umanità, avrei insistito soprattutto sulla necessità e sull’importanza di ricevere un’assistenza specializzata, 24 ore su 24, in un ambiente il più simile a quello domestico, con la presenza anche dei suoi familiari. L’Hospice, infatti, si propone, grazie ad un equipe di medici e infermieri ricchi tanta “umanità” e di professionalità, l’attenzione e la cura del malato terminale sia dal punto di vista medico, che spirituale e psicologico, e dei suoi familiari. Coloro che hanno vissuto questa esperienza testimoniano, con cuore grato, la positività di queste strutture poiché offrono al malato, oltre che le cure palliative, tanta umanità e solidarietà.

“CURIAMO I VIVI, NON I DEFUNTI”

Tempo fa, lessi con molto interesse nel libro “Lettere al giornale”, uno scritto della dott. A. Goisis, medico che svolge la sua missione presso un Hospice della nostra città. Commentando la “drammatica” frase pronunciata da un parente di un malato: “…Ho capito, all’ospedale curano per guarire, qui curano per morire…”, l’autrice condivide alcuni pensieri nati spontanei nel suo cuore che, come un “grido” dell’anima, ella affida al giornale della nostra città (ndr in “L’Eco di Bergamo” 9 luglio 2012), perché divulghi il vero senso di queste strutture dove, appunto, non si curano i morti, ma i vivi: “l’obiettivo primario dell’hospice è la tutela della qualità di vita del paziente – afferma – (…) realizzato attraverso il controllo dei suoi sintomi e l’attenzione ai suoi bisogni, spesso non solo fisici. (…) In hospice noi curiamo i vivi, non i defunti,… non facciamo eutanasia ma neanche accanimento terapeutico… cerchiamo di stare… nel rispetto assoluto della vita del malato che, qui, in hospice, non viene né accorciata ne allungata, ma viene, soprattutto, rispettata! (…) L’hospice non è il luogo dove si va a morire (alcuni dei nostri pazienti, una volta stabilizzati, tornano a casa loro), ma è il luogo dove l’uomo, in una fase critica della sua vita, viene accolto, ascoltato, curato per il tempo che gli rimane. (…) Noi non ci chiediamo “quanto” tempo, ma “come”, come fare per aiutare il malato a vivere, nel modo più adatto a lui, questo tempo.” (…) “L’hospice non è un servizio alla morte, ma un servizio alla vita!” conclude la lettera.

“NON MORIREMO MAI PIÙ”

In questa realtà difficile da attraversare, la testimonianza della dott. Goisis è simile a uno squarcio di cielo e costituisce per tutti un invito accorato a crescere nella consapevolezza che la vita, anche se sempre è segnata dalla precarietà e dalla finitezza, di cui la morte ne manifesta la radicalità, è ugualmente degna di essere vissuta sino alla fine, con coraggio e con l’aiuto della fede in Cristo morto e risorto. “Siamo nati un giorno, e non moriremo mai più” scrisse al piccolo Francesco, la sua giovane mamma Chiara Corbella Petrillo, morta a 28 anni, per un tumore.
Ripetilo anche tu, caro Antonio, nel segreto del cuore, nella certezza che, nel tuo ambiente di vita, sei chiamato a dare il tuo contributo perché la vita sia sempre vissuta con dignità.

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