Le foto di Mario Dondero alla Galleria Ceribelli. «Ho cercato di essere il cronista che racconta il grande teatro del mondo»

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Foto © Mario Dondero «Il mondo di Piero della Francesca: contadino della regione Sansepolcro, 2002

«Mario Dondero, un uomo, un racconto»: a poco più di un anno dalla scomparsa del grande fotografo, una mostra alla Galleria Ceribelli di Bergamo propone dall’11 marzo fino a metà maggio un viaggio nella sua poetica e nell’universo di storie che ha raccontato nei suoi viaggi in giro per il mondo (Bergamo, via San Tomaso 86, orario 10-12.30 e 16-19.30, chiuso domenica e lunedì).

Nell’esposizione si potranno ammirare 60 fotografie, con un rilevante capitolo di inediti, selezionate da Tatiana Agliani in collaborazione con l’Archivio Dondero (Fototeca Provinciale di Fermo), diretto da Pacifico d’Ercoli; le immagini sono stampate ai sali d’argento e presentate in formati straordinari realizzati ad hoc. L’impegno dell’Archivio prende forma con questo primo progetto espositivo raccontando il lavoro, con importanti scoperte, di un fotografo straordinario.

La mostra intreccia momenti del lungo percorso di vita di Dondero: l’appassionante ritratto costruito negli anni sul mondo della cultura europea del secondo Novecento, con le sue idee, il fermento di sperimentazioni e la tensione morale che lo attraversa, a Roma, a Milano, a Parigi, come a Londra; le immagini di importanti momenti storici come il maggio francese, la caduta del muro di Berlino, i conflitti del Medio Oriente, ma soprattutto il racconto della storia minuta, della vita quotidiana della gente comune. I padri che tengono in braccio i figli, i pastori, i contadini con le loro zappa. La vita che scorre per tutti.

Ecco allora le fotografie dei villaggi del Mali, del Senegal, del Niger, dove Dondero torna ripetutamente soprattutto nel corso degli anni settanta, delle famiglie contadine in Portogallo, Italia, Spagna, di Cuba, negli anni più duri dell’embargo, della vita nella Russia di Putin. Volti, ritratti di uomini e donne, frammenti di vite che ci guardano e ci parlano attraverso l’obiettivo del fotografo, coinvolgendoci nel dialogo appassionato che Mario Dondero ha intessuto per tutta la sua vita con il mondo e la realtà.

Vi invitiamo a rileggere l’intervista fatta da Alessandra Stoppini a Mario Dondero per il Santalessandro poco prima della sua scomparsa. Il fotografo, nato a Milano il 6 maggio 1928, ha conservato sempre intatto il suo stupore, fino alla fine. «In ogni scatto cerco l’umanità» diceva. Nei suoi scatti si ritrova la maggior parte dei personaggi che hanno segnato la storia del “secolo breve”. «Mi interessa conoscere le persone – diceva -, chi sono, cosa fanno. Fotografo solo le cose che mi interessano e le situazioni che mi stimolano. Vedo questo mestiere come un dovere sociale». L’artista da giovane credeva che il suo destino si sarebbe compiuto in mare e invece ha iniziato il suo lavoro quasi per caso «facevo il cronista e mi ero stufato di dover chiedere ogni volta un fotografo che corredasse i miei pezzi». Interessatosi da sempre ai destini degli esseri umani Dondero, il quale ha compiuto la sua formazione culturale nella Parigi della metà degli anni Cinquanta, per tutta la sua vita «ho cercato di essere il cronista che documenta le variazioni che si producono in seno alla società, fotografando non solo rivoluzioni e altri eventi politici ma la vita ordinaria degli abitanti europei, il lavoro nelle grandi fabbriche e, soprattutto a Parigi, la strada, il grande teatro della vita».

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