La dislessia insegna: le diversità più difficili da accettare sono quelle che non si vedono

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Le diversità più difficili da capire e da accettare sono quelle che non si vedono, come la dislessia. Percy Jackson, il protagonista della saga bestseller sugli eroi dell’Olimpo dello scrittore americano Rick Riordan, popolarissima tra i ragazzi, è dislessico e iperattivo: non riesce a leggere bene le parole – le lettere gli ballano davanti agli occhi -, fatica a seguire le lezioni. Lui, però, è un semidio di quelli della mitologia greca, figlio di Poseidone, divinità del mare, e di una donna qualunque, ed è dotato di superpoteri.
La realtà che vivono i ragazzi tutti i giorni tra i banchi di scuola è decisamente meno romantica. Si comincia con l’imbarazzo degli insegnanti, quando segnalano che “qualcosa non va”, con modalità che spesso alimentano lo smarrimento e il disagio dei genitori. Poi parte l’iter di consulti con psicologi, neuropsichiatri, psicomotricisti, logopedisti. Quando arriva la diagnosi sembra di aver già fatto tanta strada, ma è solo l’inizio, e nessuno indica mai un percorso preciso, definito nello spazio e nel tempo. Si procede a tentoni, perché non esiste una sola ricetta, né una soluzione facile. Ciò che si può fare, oppure no, è una questione di sensibilità, di energia, di risorse emotive ed economiche della famiglia.
Quello che nessuno vede, poi, è la solitudine: quella che provi perché tuo figlio si comporta in modo diverso dagli altri e non capisci perché, non sai come aiutarlo. Quella che viene dai giudizi “facili” degli altri, che non lo invitano alle feste di compleanno e non lo vogliono a casa loro di pomeriggio per fare i compiti, e magari si lamentano perché “disturba la classe”. Quelli che quando lo incontrano al parco lo prendono in giro invece di invitarlo a giocare con loro, perché non sopportano le sue “stranezze”.
Eppure queste persone, anche se in modo diverso da Percy Jackson, sono in fondo davvero dei supereroi: pieni di talenti che aspettano di emergere, di meccanismi di pensiero e di capacità non comuni, anche se per riconoscerle serve qualche sforzo in più, dato che non sono “standard”. La chiave è qui: non è colpa loro se sono “diversi”, se imparano in un altro modo, ma quel dis- che fa così male, impresso come un marchio sulla pelle, è soprattutto negli occhi di chi guarda, nella mancanza di strumenti di chi gli si avvicina pensando solo di dover lavorare per “sottrazione”. Stare accanto a questi bambini speciali, come propone questa settimana la campagna nazionale dell’Associazione italiana dislessia, è un allenamento a guardare chi è “diverso” con altri occhi, a raccogliere la sfida di una prospettiva diversa: solo chi ha il coraggio di uscire dagli schemi riesce a inventare davvero qualcosa di nuovo, come tanti dislessici famosi – da Leonardo da Vinci a Einstein, da Mozart a Walt Disney. Trasformare un “difetto” in un dono: dipende dallo sguardo.

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