Desaparecidos

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“Non lasciateci soli perché l’Ucraina è ferita e ha bisogno di solidarietà”. È l’appello che Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina, lancia all’Europa all’indomani degli scontri di Maidan e alla vigilia di una difficile e delicata fase di transizione che porterà a fine maggio il Paese alle elezioni. Sua Beatitudine Shevchuk è a Roma, dove ha partecipato con Papa Francesco alla segreteria del Sinodo sulla famiglia. Incontrando i giornalisti ha detto: “Stiamo vivendo un periodo di buio perché non sappiamo come andrà a finire. Ma stiamo vivendo anche un periodo di speranza perché Maidan è diventata un lievito che ha fatto fermentare tutta la società”. L’arcivescovo lancia all’Europa “un appello alla solidarietà”: “Vorrei che gli europei si risvegliassero. Quello che è successo in Ucraina, può succedere anche altrove e fare finta di niente può provocare una sfiducia verso i valori europei anche nei Paesi occidentali”. L’arcivescovo non ha nascosto che, in questi mesi, “la società europea si è dimostrata passiva”, pronunciando parole che a Maidan “hanno provocato solo rabbia perché la gente si è sentita tradita”. Nel voltare pagina e guardare al futuro, l’arcivescovo chiede ora all’Ue di rivedere le normative sui visti di entrata. “L’Europa – afferma – non deve difendersi dai giovani ucraini”. L’arcivescovo si rivolge anche all’Italia, chiedendo di accogliere le migliaia di feriti come hanno già fatto Polonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia. “Abbiamo ancora bisogno di aiuto perché il pericolo di una guerra civile non è ancora passato. Gli aiuti economici sono importanti. Alcuni dicono che siamo sull’orlo del default. E la stabilità calma le emozioni e le paure. Ma la solidarietà umana e diplomatica è ancora più urgente”.

“I desaparecidos ucraini”. Nel suo lungo racconto, Shevchuk ripercorre le tappe più importanti del lungo e sanguinoso braccio di ferro tra governo e società civile, da quando il 22 novembre scorso il presidente Yanukovich annunciò che non avrebbe firmato il testo di associazione dell’Ucraina con l’Unione europea. “Questa decisione è stata uno choc per il Paese. Come quando un treno viaggia a tutta velocità e improvvisamente frena e tutti cadono a terra”. Gli studenti hanno cominciato a manifestare in modo pacifico. Poi sono cominciati gli scontri con una escalation di violenza e brutalità. L’arcivescovo racconta ai giornalisti di “un uso spropositato della forza” da parte delle forze speciali, i “berkut”, assoldate dal governo. Riferisce di “gruppi che rapivano le persone, le torturavano e poi gettavano i cadaveri fuori dalla città di Kiev. I sopravvissuti hanno detto che parlavano russo ma con un accento non ucraino. Li torturavano per sapere chi li stava pagando. Ma loro continuavano a rispondere che erano spinti solo dalla coscienza”. Anche l’Ucraina dunque, come l’Argentina, ha i suoi “desaparecidos”. Shevchuk li chiama proprio così. E la domanda ora suona drammatica: “Dove stanno? Chi li ha torturati? Quando ho posto queste domande al presidente, lui non ha risposto”. Le Chiese hanno, quindi, deciso di stare a fianco del popolo, unite e compatte, come non succedeva da secoli in Ucraina. “Dovevamo essere coerenti. Se non ci mettevamo dalla parte della società civile e scappavamo, non avremmo risposto con fedeltà alla missione della Chiesa”. Il Consiglio delle Chiese e delle Comunità religiose ha quindi svolto un ruolo di “mediatori di pace”. Ma non solo: le chiese, i monasteri e le cattedrali sono diventati in questi giorni di battaglia ospedali clandestini. Nella cattedrale cattolica latina, dietro all’altare, per esempio, è stata allestita una sala operatoria dove si sono salvate vite umane.

Il pericolo del separatismo. 
È di sabato scorso l’ultimo appello congiunto di tutte le Chiese e Comunità religiose del Paese contro il “separatismo”. “Qualcuno – dice l’arcivescovo – sta tentando di dividere il Paese, di far scoppiare una guerra civile, di contrapporre una parte della Nazione contro l’altra. Alcuni vogliono far passare quello che è successo in Ucraina come un colpo di Stato compiuto da estremisti. Come testimone oculare, posso dire che non è vero”. Rispetto all’atteggiamento della Russia, l’arcivescovo afferma: “È vero che ha richiamato l’ambasciatore russo per consultazioni. È vero che sta mettendo in discussione il lavoro legislativo del Parlamento. È vero che in Crimea sono disposti a dare la cittadinanza russa. Sono tutti fatti che c’inquietano ma c’incoraggia anche il fatto che il Parlamento russo ha detto di voler rispettare l’integrità dell’Ucraina”. E aggiunge: “Noi come capi delle Chiese faremo di tutto per contrastare il pericolo della divisione”.

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