Noi figli di papà

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Non ho ancora capito se posso considerarmi “bamboccione”… vivo ancora in casa con i genitori, ma a 23 anni, il vivere sotto il tetto famigliare è ritenuto ancora socialmente accettabile… per lo meno accettabile secondo un certo tipo di giornalismo che riporta, con una certa dose di sconcerto e un velato imbarazzo, le statistiche che vedono i giovani italiani restii a stabilirsi per conto proprio, fuori da casa di mamma e papà, rispetto ai loro coetanei del resto d’Europa.

IL BAMBOCCIONE

In questi anni d’esasperazione mediatica sull’argomento, si è venuto a creare lo stereotipo del “bamboccione”: il ragazzotto che è proverbialmente fuori corso all’università, che si sveglia tardi restando in pigiama fino a sera, che non lavora, amante del cosiddetto “cazzeggio”, pigro ed indolente all’idea di abbandonare le comodità di casa e le cure materne, incapace di cucinarsi il pranzo o rifarsi il letto da solo.

A questa figura del “bamboccione”, palesemente delineata come negativa nell’epoca dell’arrivismo assoluto, vengono di frequente affiancate, dalla stampa, le figure di giovani che, rispetto ai loro coetanei “bamboccioni”, sono riusciti nella vita diventando giovanissimi manager o promettenti imprenditori. Ho letto spesso articoli (in riviste contraddistinte da un alto dosaggio di pubblicità di orologi, abiti e mocassini firmati) che, presentando la storia di questi giovani che ce l’avevano fatta, ne intessevano le lodi e i pregi, lasciando prefigurare l’amara morale della favola: «l’Italia di domani la faranno loro, non i bamboccioni…». Ovviamente sto esagerando, ma è proprio questa la sensazione che mi lasciano quei reportage, cioè l’innato bisogno di dividere i giovani in due categorie: quelli che stanno in pigiama tutto il giorno ( i “bamboccioni”) e quelli invece che a 26 anni sono già “arrivati”; dividere i perdenti dai vincenti.

NECESSITÀ E VIRTÙ

È innegabile la bravura e il coraggio di giovani che hanno profuso forze, energie, fantasia ed entusiasmo per distinguersi nel mondo del lavoro e dell’impresa; ma non per questo ci si deve ritener autorizzati a denigrare i cosiddetti “bamboccioni”, coloro che vivono ancora con i genitori, mentre i loro coetanei han già fatto carriera. Già il suono di questo brutto sostantivo, così diffusamente utilizzato con fin troppa faciloneria, sembra tradire una sorta di sotteso pregiudizio negativo verso il ragazzo che, per necessità, vive ancora con mamma e papà.

La realtà è ben più complessa e, a differenza di quello che si crede di sapere, molto spesso il “vivere ancora in casa con i propri genitori” non è una scelta volontaria, ma una necessità imposta da determinate contingenze che variano a seconda delle singole storie personali, una condizione che è oramai condivisa dal 61% dei giovani.

Vivere da solo è una sfida sia perché non puoi più contare su mamma che ti prepara il pranzo e che ti rifà il letto o che ti lava i vestiti sporchi, sia perché devi fare i conti con spese ed oneri che prima non rientravano nella tua ordinarietà (gli studenti “fuori sede” mi potranno ben capire in questo, soprattutto quando hanno a che fare con canoni da strapazzo); ma è comunque un segno di responsabilità e la conquista dell’autonomia. Da un punto di vista prettamente logistico, ostacola il fatto che, per andare a vivere da solo, servono i “mezzi economici” (che soprattutto in questo periodo non tutti dispongono, anche se dotati di un lavoro o qualsivoglia stage).

Allora, o hai la fortuna di avere uno stipendio sufficiente da pagare un affitto, o potrai pure andare a vivere da solo, perdendo l’infame “status di bamboccione”, ma dovrai pur sempre dipendere dai tuoi che sborseranno l’affitto: acquisendo lo status di “mantenuto”, venendosi affibbiato l’appellativo ancora più amaro di “figlio di papà”… oppure accetti di essere un “bamboccione”.

Parlando per la mia generazione, si viene a creare un dilemma frustrante, perché da una parte siamo desiderosi di smarcarci dalla casa famigliare e di sobbarcarci le responsabilità proprie della quotidianità adulta; dall’altra siamo consci del fatto che non possiamo oberare i nostri genitori di oneri, quale un affitto e spese connesse, senza disporre di uno stipendio decente.

Sto prendendo forse un po’ troppo le difese della categoria alla quale appartengo e nella quale faccio rientrare le storie e le situazioni di tanti miei amici e coetanei: anche io ho vissuto provato cosa vuol dire da solo, seppur per un breve periodo di 6 mesi del mio Erasmus e posso assicurare che non vedo l’ora di avere le possibilità per andare a vivere da solo (ma non perché mi trovo male in famiglia, anzi…).

Il punto è: quando avrò le possibilità per andarmene fuori di casa?

LA POLITICA LATITANTE

La condizione di “bamboccione” è inevitabile per molti di noi giovani e il raggiungimento della totale indipendenza, per molti di noi, sembra essere piuttosto lontana, ma di certo non per colpa nostra (che vogliamo starcene comodi tra le coccole di mamma e abbiano paura di uscire dal guscio) ma per colpa di una politica che per troppo tempo ha evitato a occuparsi della situazione dei giovani, per poi trovarsi in una situazione ancora più amplificata, nella sua gravità, dalla crisi. A differenza nostra, all’estero, c’è un imponente (o almeno esiste) welfare che accompagna e assiste i giovani, sia con contributi integrativi che con strutture e servizi.

Per questo noi non ci piangiamo addosso e non aspetteremo di certo che la politica faccia qualcosa (a meno che esasperati non decidiamo di andare via dall’Italia).

Una “mossa” ce la diamo ogni giorno, prima di tutto accettando amaramente di essere chiamati in quel modo… “bamboccioni”, viviamo ancora con i nostri genitori ok, ma ci stiamo rimboccando le maniche (chi studiando, chi facendo stage non retribuiti, chi lavorando con degli scarni co.co.pro) perché crediamo ancora nei nostri sogni e abbiamo ancora un briciolo di speranza per il nostro futuro che “qualcuno” ci ha bruciato; magari ci lamentiamo un po’ troppo e magari sembriamo a vostro giudizio svogliati, ma per cortesia, almeno smettetela di chiamarci “bamboccioni”.

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1 commento

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    Giovanni Ronchi on

    ” Vivere da solo è una sfida sia perché non puoi più contare su mamma che ti prepara il pranzo e che ti rifà il letto o che ti lava i vestiti sporchi”.
    Ragazzi che per contingenze varie siete costretti a vivere ancora con i genitori, penso che per dimostrare che non si è “bamboccioni” basti molto poco come: aiutare ed imparare a prepararsi un pranzo, aiutare ed imparare a rifarsi i letti, aiutare ed imparare a caricare la lavatrice o lavarsi i panni, aiutare ed imparare a stirarsi i panni e quelli dei familiari, aiutare ed imparare a pulire casa ecc… ecc…facendo così l’onere della realtà che si vive è paritetico e nei casi di maggior bisogno si può ribaltare tanto da sembrare che siano i vostri genitori che vivono con voi….. Per quanto riguarda le attese……….. espresse nel capitolo ” La Politica latitante ” consiglio la visione di qualche film sul Neorealismo italiano…… si oggi non è ieri, ma sia oggi che ieri la vita è un dono che si conquista rischiando di perderla….

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