Andrea Tornielli: Bergoglio ha portato la preghiera nel cuore della politica

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Per i lettori più attenti: verso la fine dell’intervista c’è un’anticipazione che ci riguarda da vicino…Restate sintonizzati…

Andrea Tornielli, editorialista e vaticanista del quotidiano La Stampa, coordinatore di Vatican Insider e blogger di Sacri Palazzi ha ancora negli occhi l’immagine storica dell’incontro di preghiera avvenuto domenica 8 giugno nei giardini vaticani dove Papa Francesco, testimoni il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e il mondo intero, si è stretto in un abbraccio tra il Presidente israeliano Shimon Peres e il Presidente palestinese Mahmoud Abbas per  invocare tutti insieme la pace in Terra Santa, luogo mistico e martire. «Siamo in un momento in cui il processo di pace è davvero stagnante. Bergoglio lancia un sasso nello stagno anche se il sasso, anzi il grido, più che in uno stagno, è gettato verso il cielo, è un grido che si alza al cielo. Il fatto di averlo potuto levare questo grido e questa invocazione insieme ai leader dei due popoli è un segno forte, anche se non possiamo prevedere nessuna conseguenza. Il Papa stesso non ha voluto fare il politico, non ha voluto fare il mediatore. Quello di ieri nel giorno di Pentecoste, festa dello Spirito Santo, è stato un incontro di preghiera ma il Papa è stato molto chiaro nell’indicare la responsabilità di ciascuno». Al termine dell’incontro, in quel tramonto romano dove sullo sfondo si stagliava la Cupola di San Pietro, i protagonisti hanno piantato un olivo «pianta significativa, perché simbolo della pace. Ricordiamo che il tempo in cui l’olivo porta a fare frutti è lungo. Credo che bisogna avere la capacità di avere questo sguardo a lungo termine, di osare coraggio. I gesti del Papa l’hanno dimostrato». A tutti i credenti quel tramonto visto dai giardini vaticani è sembrata un’alba.

«Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento». Possiamo dire che sta tutto in questa frase il senso del recente viaggio apostolico di Papa Francesco in Terra Santa? «Personalmente credo di no, perché il senso del viaggio apostolico, non dobbiamo dimenticarlo, era ecumenico, cioè rispondere positivamente all’invito del Patriarca Bartolomeo I. Il senso del viaggio è stato quella preghiera comune, un fatto veramente inedito, nel Santo Sepolcro, un luogo simbolo delle divisioni tra i cristiani che invece per una volta è diventato simbolo di unità. Questo era il focus. Il Papa non è andato a fare un viaggio perché pensava di fare il mediatore di pace. Certo, essere lì per tre giorni, in Giordania, in Palestina e poi in Israele l’ha portato al centro dell’attenzione del conflitto. Per cui le parole che Bergoglio ha usato, i gesti, il senso delle parole sono state tutte rivolte verso la pace. Ma il focus rimane ciò che è avvenuto nel Santo Sepolcro».

Dialogando con il re Abdullah di Giordania, il presidente israeliano e quello palestinese si è avuta la netta impressione che il Pontefice abbia voluto mettere tutti e tre questi personaggi sullo stesso piano di responsabilità. Che cosa ne pensa?
«Sono assolutamente d’accordo. Certo le responsabilità sono diverse, però è un chiedere a dei leader, a degli uomini che comunque si conoscono per essere stati costruttori di pace, quindi metterli di fronte alla grave responsabilità che hanno cioè quella di rispondere positivamente e concretamente al monito di pace che alberga nei loro popoli, perché come ha detto appunto Bergoglio “vivere senza pace è un tormento”».

All’International Stadium di Amman, Bergoglio ha celebrato la Messa di fronte a 30mila persone, tra loro anche tanti rifugiati dalla Siria, dalla Palestina, dall’Iraq. Le recenti elezioni presidenziali in Siria hanno confermato la scontata vittoria di Bashar al-Assad. Secondo i dati Onu, circa il 40% della popolazione è fuggita. Che cosa può fare la comunità internazionale?
«Credo che debba aprire gli occhi e che non debba considerare la situazione in Siria come a una situazione perduta. Non si debba arrendere di fronte ai dati di fatto. Bisogna aiutare la Siria come pure occorre accompagnare gli israeliani e i palestinesi nel processo di pace. È chiaro che questi conflitti non si risolvono se non con una presa di responsabilità, con una decisione delle parti direttamente coinvolte. Però la comunità internazionale può far molto come pressione, con gli aiuti, con la diplomazia. Non servono gli interventi armati, perché abbiamo visto che nell’area mediorientale gli interventi armati occidentali non risolvono i conflitti ma ne generano di nuovi. Basti pensare cos’è accaduto in Iraq con il dittatore Saddam Hussein, dove la situazione ha fatto precipitare il Paese nel caos per oltre dieci anni, e in Libia con Gheddafi».

Andrea Riccardi nel suo editoriale su Famiglia Cristiana, riferendosi al pellegrinaggio di Bergoglio in Terra Santa, ha scritto che in una “terra inquinata dagli odi” come la Palestina occorre vedere “il futuro insieme”. Quindi “i cristiani non possono sfuggire alla vocazione di un destino comune”. Condivide la riflessione del fondatore della Comunità di Sant’Egidio?
«Sì, certo, perché i cristiani che generalmente hanno un grado di istruzione maggiore cercano lavoro all’estero e se ne vanno. Invece come ha detto il Papa allo Stadio di Amman, i cristiani sono e devono sentirsi cittadini di quei paesi con uguali diritti e con uguali doveri, non si devono sentire cittadini di serie B solo perché sono una minoranza. Anzi, i cristiani possono svolgere un ruolo preziosissimo, pensiamo soltanto all’immagine che abbiamo visto nel tardo pomeriggio di ieri nei giardini vaticani dove al centro tra israeliani e palestinesi, tra Abu Mazen e Simon Peres c’erano Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo. I cristiani uniti sono un segno di riconciliazione, non lo sono soltanto per loro stessi, per le loro comunità e per le loro chiese, sono un segno di riconciliazione per il mondo e per i popoli che si combattono. Dunque credo che questo richiamo di Riccardi sia importantissimo, i cristiani  pur tra tante difficoltà devono poter continuare a vivere, ad avere una patria in quelle terre, perché tutto ciò è un grande segno di riconciliazione».

«In questo luogo, dove è nato il Principe della pace, desidero rivolgere un invito a lei, signor presidente Mahmoud Abbas, e al signor presidente Shimon Peres a elevare insieme con me un’intensa preghiera, invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera». Qual è stata la valenza storica dell’incontro di preghiera avvenuto l’8 giugno, giorno di Pentecoste, il cui seme era stato gettato da Papa Francesco il 25 maggio a Betlemme?
«È stato un gesto inedito, assolutamente nuovo e di portata storica, perché Giovanni Paolo II aveva sì convocato la riunione di preghiera ad Assisi dopo l’11 settembre 2001 ma i protagonisti erano stati i leader religiosi che dovevano contribuire ad affermare il fatto che la religione non può giustificare l’odio, la violenza e il terrorismo. Qui invece il Papa ha portato a pregare coloro che si combattono, i leader politici, due uomini che oltre a essere leader politici sono anche credenti. Bergoglio ha portato la preghiera dentro il cuore della politica, dentro il cuore delle istituzioni, è questa la grande novità del gesto di ieri, un gesto simbolico, potente, una grande immagine. Essere insieme a pregare significa che ci si può riconoscere comunque fratelli e uguali l’uno all’altro. Cosa porterà questo? Non è dato saperlo ma è un grande richiamo alla responsabilità di tutti nel costruirla giorno per giorno e soprattutto per i leader politici di rispondere all’anelito di pace dei loro popoli. Quello di Francesco è stato il gesto di lanciare un sasso in un processo di pace negoziale che è quanto mai stagnante, anzi adesso è bloccato per la decisione di Abu Mazen di fare il governo con Hamas. Pensiamo inoltre alla decisione del governo israeliano di dare il via libera a migliaia di nuovi insediamenti in Cisgiordania».

Prima di partecipare all’incontro di preghiera nei giardini vaticani il Presidente Palestinese Abu Mazen in un’intervista rilasciata a Repubblica tra l’altro, ha detto che la strada per una rapida soluzione della questione israelo-palestinese è difficile, perché «il potere oggi in Israele è nelle mani degli oppositori degli accordi di Oslo». Che cosa ne pensa?
«Penso che ha ragione, bisogna però dire anche che allo stesso tempo Abu Mazen ha fatto un governo con Hamas che non riconosce nemmeno lo Stato di Israele. Le tendenze più radicali Abu Mazen le ha anche in casa… per far la pace come ha detto ieri sera Peres bisogna essere disposti a dei sacrifici e a dei compromessi. Non ci potrà mai essere pace se si guarderà soltanto al passato. La pace potrà essere solo il frutto di un cammino di riconciliazione e di perdono reciproco. Tutti dovranno perdere qualcosa per guadagnare la pace. Per questo è importante il gesto di ieri. “Per la pace ci vuole coraggio, molto più che per la guerra” ha detto ieri sera Papa Francesco. Non dimentichiamolo».

C’è la fondata speranza che presto, grazie ai gesti concreti di Jorge Maria Bergoglio, Gerusalemme possa diventare “la città della pace”?
«Non si possono mettere ipoteche sul futuro. Questa pace viene invocata da Dio e affidata alla responsabilità degli uomini, dobbiamo attendere di vedere se questo frutto germoglierà. Io faccio notare che l’olivo piantato ieri sera al termine dell’incontro di preghiera è una pianta significativa, perché simbolo della pace. È una pianta forte, pensiamo agli olivi che ci sono nell’orto degli olivi e che hanno un’età di secoli e secoli sulle spalle e ancora vivono. Una volta piantata prima che possa portare frutto passano almeno vent’anni. Dunque se l’olivo è il simbolo della pace, ricordiamo che il tempo che l’olivo porta a fare frutti è lungo. Credo che bisogna avere la capacità di questo sguardo a lungo termine, di osare coraggio. I gesti del Papa lo dimostrano. Direi quasi di gettare il cuore oltre l’ostacolo, avere il coraggio di scelte importanti, di gesti, di passi in avanti. Aspettiamo di vedere cosa accade».

Il Segretario di Stato Pietro Parolin ha recentemente dichiarato che il Papa potrà manifestarsi di volta in volta, all’improvviso negli scacchieri internazionali, là dove sarà necessaria la sua presenza. È anche questo il segno della rivoluzione Bergoglio?
«Certamente. Questa frase un po’ sibillina di Parolin ci lascia intendere che il Papa ha questa intenzione. C’è una nuova logica nei prossimi viaggi papali in Estremo Oriente, il primo a metà agosto in Corea del Sud, una riunione di quattro giorni della gioventù asiatica, ciò significa essere vicino al confine con la Corea del Nord, simbolo di divisione e di conflitto permanente nell’area asiatica, soprattutto di una guerra nucleare. A gennaio 2015 Francesco sarà nello Sri Lanka dove c’è una mediazione difficile che vede la Chiesa protagonista e nelle Filippine nelle zone colpite dallo Tsunami».

Si trovava tra i giornalisti che hanno viaggiato sull’aereo papale, destinazione Terra Santa. Andrea, ci tolga una curiosità: com’è, visto da vicino, un Pontefice così carismatico?
«Ho seguito da vicino i viaggi di Bergoglio e ho avuto modo di intervistare Papa Francesco lo scorso dicembre a lungo e di parlare con il Pontefice più volte. L’ho conosciuto parecchi anni prima che diventasse papa. Certamente la cosa che più colpisce, vedendolo da vicino, è la totale semplicità della persona che è rimasta uguale a come era prima. Una persona che mette totalmente a suo agio l’interlocutore, che non crea alcun tipo di distanza o di barriera. Con Papa Francesco ci si sente a proprio agio, è molto facile aprirsi nel dialogo con Lui».

Nel Suo blog Sacri Palazzi si occupa di tutto ciò che ruota attorno al Vaticano. Quali sono i commenti o le riflessioni più frequenti degli internauti?
«Dipende, ci sono alcuni assidui lettori che criticano ciò che scrivo, i commenti sono variegati. Il mondo dei commentatori dei blog è un mondo a parte…».

Coordina il sito Vatican Insider. Che cosa si cela dentro le segrete stanze dei palazzi apostolici che il Pontificato Bergoglio ha iniziato a rendere più trasparenti?
«In questo momento dal punto di vista dell’informazione le persone, i lettori, gli internauti sono più interessati a sapere che cosa avviene sulla scena, piuttosto che dietro le quinte. Sono più interessati a che gli venga raccontato quello che il Papa dice o fa, che ai retroscena che tanta parte hanno avuto negli anni passati. Credo che dentro i Sacri Palazzi stia accadendo un lento processo di sintonizzazione rispetto ai nuovi impulsi che il Papa intende dare. Parlo di processo lento perché ci sono delle resistenze da vincere. Resistenze interne, nell’ambito della Chiesa e della Curia. È un processo lento di sintonizzazione che richiede pazienza».

«In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti uma­ni e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti pos­sono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti». Pensando all’imminente Convegno organizzato dal settimanale on line della diocesi di Bergamo santalessandro.org “La Chiesa, Internet e i social network”, che si svolgerà il 20 giugno alle 17,30 presso la Sala Piatti di Bergamo, sente di condividere il messaggio che il Papa Emerito Benedetto XVI inviò in occasione della 43ªGiornata Mondiale per le comunicazioni sociali?
«Sono d’accordo con il bel messaggio di Benedetto XVI. Le reti sociali sono appunto una grande occasione “di fare rete”, di creare rete e di mettere le persone in rete. Credo che la Chiesa mostri in questo di essere all’avanguardia, di saper e di voler usare Internet per il bene. Penso che la nostra esperienza, parlo del mio blog e di Vatican Insider, sia un esempio dell’importanza che assume la rete in maniera professionale. A chi critica il fatto che il Papa stia su Twitter, ha già superato 11 milioni di follower (ieri Papa Francesco ha lanciato l’hashtag weprayforpeace), rispondo sempre che se prendiamo i detti di Gesù, le cose più importanti dette da Gesù nei Vangeli, riusciamo a farle entrare in meno di 140 caratteri. Il linguaggio asciutto, cronachistico, concreto, diretto dei Vangeli rappresenta una grande lezione scritta 2000 anni fa ma a cui oggi bisognerebbe ritornare perché spesso la Chiesa rischia di essere molto verbosa».

 

 

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