Don Marco Sanavio, uno “smanettone” a servizio del Vangelo

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Venerdì prossimo ci sarà il nostro convegno su “Chiesa e Internet”. Per incominciare ad “assaggiare” il dibattito che apriremo, ecco un esempio interessante di come la pastorale può incontrare il web. Ascoltiamo l’esperienza di don Marco Sanavio, che in gergo tecnico è un vero “smanettone”: gestisce un sito, www.giovani.org, un blog, scrive per famiglia cristiana, fa animazione ai social network per genitori e ragazzi nella sua diocesi, ha aperto una “chat amica”.

 

Don Marco Sanavio, che è stato vice parroco della Chiesa di Cristo Re di Padova e ora è direttore delle comunicazioni sociali della Diocesi della città di San’Antonio, ci indica le varie modalità per «un uso critico della rete» soprattutto da parte dei giovani internauti. «Le singole persone vanno educate a navigare con responsabilità». Don Marco, quarantacinque anni, una grande esperienza nel saper coniugare il mondo dei new media con l’attività pastorale, spiega come ha saputo comporre fin dal 1999 mondo digitale e Vangelo, rispondendo alla domanda di spiritualità che esiste anche su internet. Sanavio però mette in guardia dai pericoli di una rete a volte «fin troppo “spiona”». Un vademecum interessante, un dialogo a tutto tondo sulla vita digitale e le sue sfide da parte di un pastore del web alla vigilia del convegno organizzato dal santalessandro.org “La Chiesa, Internet e i social network”, che si svolgerà il 20 giugno alle 17,30 presso la Sala Piatti di Bergamo. «La rete diventa un credito di fiducia».

Don Marco, com’è nato il Suo interesse per il web?
«È nato durante il Giubileo del 2000 per una richiesta di monsignor Domenico Sigalini, originario di Dello in provincia di Brescia, al tempo direttore della Pastorale giovanile italiana poi Vescovo di Palestrina e presidente della Commissione Episcopale per il Laicato dopo essere stato assistente generale dell’Azione Cattolica. Don Domenico mi chiese una modalità per raccontare in modo più vicino al mondo giovanile l’idea di Giubileo. Da lì poi si è sviluppata una serie di attività che ho svolto: attività di formazione, attività di pastorale on line. I miei stessi studi che convergevano verso una scuola francese di Lione tenuta da un prete francese chiamato Pierre Babin che si occupava di multimedialità e pastorale, mi hanno portato a fare questo nella vita. In quel periodo ero prete da poco, avevo poca esperienza nella pastorale, è stato interessante mettere insieme le due strade: quella di imparare a fare il prete e quella di imparare come si fa pastorale con l’elettronica».

Quali sono gli strumenti che una diocesi può mettere in atto per attivare una strategia di comunicazione creativa che poggi sui moderni sistemi di comunicazione?
«Noi abbiamo studiato un sistema misto. Funziona così: utilizziamo la rete, i social media per stabilire dei contatti con le persone, poi le incontriamo, le indirizziamo a incontri di spiritualità non convenzionale dal vivo e continuiamo a seguirli dopo con e-mail e Facebook. Questa è la strada: pensiamo che stare sul web sia un primo contatto anche con persone che magari per pregiudizio o per tanti motivi si erano allontanate dalla comunità, dalla Chiesa. Poi le vogliamo incontrare di persona perché la prossimità è importante, chi fa pastorale con questi mezzi cerca di radunare le persone che stanno a 20/50 chilometri di distanza. La fase successiva è di seguirle. In Quaresima per esempio usiamo molto questo sistema».

Di che cosa si occupa www.giovani.org?
«Nel corso del tempo si è trasformato. Quando lo abbiamo aperto il sito era uno tra i primi riferimenti per i ragazzi sul web. Aveva una chat all’interno della quale i ragazzi s’incontravano a distanza, c’era una suora di clausura che rispondeva alle richieste dei ragazzi, c’è ancora oggi, è una suora di un monastero di Rimini. I ragazzi poi si ospitavano a vicenda, a casa propria, nei vari luoghi d’Italia, questo accadeva negli anni 2000/2005. Oggi www.giovani.org rimane un riferimento per i giovani che frequentano gli oratori italiani».

Quali sono le finalità del blog webpastore.org da Lei curato?
«Nasceva dalla pubblicazione di un libricino scritto con un frate francescano che vive qui a Padova: come si può essere pastore anche nel web? La nostra risposta era semplice: bisogna innanzitutto ascoltare, poi si può interagire, rispondere e si possono soprattutto intessere delle relazioni. Nel libricino concludevamo che è importante mettere in piedi delle relazioni significative anche attraverso la rete. Pur non avendoti mai visto, pur non avendo mai avuto la possibilità di incontrarti dentro una chiesa o in una piazza, io mi fido di te, so che sei una persona reale e che in qualche modo possiamo camminare a fianco. La rete diventa così un credito di fiducia».

Segue la formazione di adulti e ragazzi all’uso dei new media. Sbaglia chi demonizza il mare magnum di Internet spesso giudicato pericoloso per i naviganti in erba?
«Direi proprio di sì. A Padova siamo in quattro: io, una psicologa e due attori (animano delle interazioni tra genitori e figli, giocano insieme, il tutto per rendere più gradevole l’incontro ai giovani) che giriamo ormai da dieci anni parrocchie e scuole incontrando contemporaneamente genitori e figli e spesso anche docenti. Li aiutiamo a vedere il lato positivo della rete e a capire che senza strumenti straordinari (studi particolari o particolari competenze) anche i genitori o i docenti possono aiutare i ragazzi a un uso critico della rete. Questo è possibile».
Fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione webmaster cattolici italiani. Quella dei siti cattolici è una realtà in continua ascesa?
«Sì e soprattutto è una realtà molto autonoma rispetto ad altre associazioni che s’incontrano a livello di media. L’associazione stessa si è evoluta perché gli strumenti cambiano, perché le ricerche ci aiutano ad approfondire, quindi la bellezza di stare in questa associazione è che si cresce sempre mettendosi in ascolto di esperti e anche del mondo vasto di webmaster».

All’interno del convegno organizzato dal settimanale on line della diocesi di Bergamo santalessandro.org “La Chiesa, Internet e i social network”, che si svolgerà il 20 giugno alle 17,30 presso la Sala Piatti di Bergamo, il direttore di Famiglia Cristiana Don Antonio Sciortino parlerà di “Come abitare da credenti la rete e i social network”. Alla luce di un nuovo rapporto tra fede e tecnologia nei social network, del quale Lei è un qualificato rappresentante, quali possono essere le opportunità, le conseguenze ma anche i rischi?
«L’opportunità più grande oggi è quella rappresentata dalle relazioni. Lo stesso creatore di www (World Wide Web), Sir Tim Berners-Lee dice che non chiamerebbe più le tre www “grande ragnatela mondiale” ma “grande graffo gigante”. Il graffo è una rappresentazione di relazioni. I rischi oggi sono quelli di consegnare troppi dati personali all’elettronica anche senza accorgersene. Faccio un esempio: mi è capitato a una fiera di elettronica che guardando quattro pubblicità che mi avevano posto in sequenza, hanno capito dal movimento dei miei occhi il prodotto che avrei comprato. Quindi non ci sono solo i dati che io scrivo consapevolmente ma l’elettronica oggi è in grado di registrare anche dei parametri biometrici, che si riferiscono alle mani, al volto, alle espressioni, alla voce. Questo è un rischio, dobbiamo stare molto attenti perché la rete è “spiona” possiede tanti nostri dati personali».

Cura sul settimanale Famiglia Cristiana la rubrica Nuove parabole. Il titolo ha un doppio significato?
«Ovviamente sì, le parabole erano dei racconti brevi che Gesù utilizzava, dove la conclusione o un elemento all’interno della parabola suscitava curiosità. Erano racconti spesso simbolici che avevano in sé “un granello di pepe”. Anche la rete può diventare una parabola, ci sono dentro la rete dei fenomeni che scatenano la nostra curiosità e possono diventare un aggancio di pastorale ed io cerco di sfruttare questi fenomeni».

Com’è cambiata l’immagine della Chiesa con Papa Francesco?
«È sotto gli occhi di tutti che c’è una grande attesa, alcuni parlano di nuova Pentecoste, c’è un desiderio di rinnovamento, di tornare all’essenziale. Papa Francesco è consapevole che i suoi gesti diventano esemplari. Quando il Pontefice fa una scelta di essenzialità tutti quanti ci sentiamo provocati da questa scelta. Ciò è amplificato in maniera potente anche dai new media: oggi basta che una persona con un cellulare scatti una foto che ritrae Bergoglio che accarezza un malato rilanciandola nel mondo, che in pochi secondi il gesto del Papa fotografato diventa un gesto di tutti. Quindi la “condivisione istantanea” ci aiuta a percepire come l’elettronica possa essere un potente amplificatore di una personalità autentica».

Pensando al recente #weprayforpeace lanciato dal Pontefice su Twitter prima dell’incontro dello scorso 8 giugno in Vaticano per l’invocazione di Pace con i presidenti di Palestina, Abu Mazen, e Israele, Shimon Peres, il social network che cinguetta può essere considerato un ottimo strumento di evangelizzazione?
«Come dicevo prima, mi rifaccio a quanto raccontavo rispetto alle nostre esperienze pastorali. Sì, Twitter può essere considerato un ottimo strumento di evangelizzazione se è affiancato a “un’attività in presenza”. Mi spiego: se io pubblico una frase tratta dal Vangelo in rete però poi non ho un riscontro “vivo”, concreto, l’utente capisce subito che non è autentica. Invece se il tweet, è accompagnato da “un’attività dal vivo” allora diventa potente, un segno di Chiesa. Chi si occupa di web distingue rapporti mediati dall’elettronica (cellulari), non più chiamati virtuali perché danno l’impressione di essere finti, dai rapporti in presenza, cioè “dal vivo”».

don marco pp

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