Mondiali di calcio. Ahi, ahi, ahi, Siamo fuori. E crolla un mondo

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È finita. Siamo fuori dai mondiali. Ma non significa soltanto che non passeremo agli ottavi di finale. Significa tanto altro.

Con la speranza della vittoria i nostri giocatori diventavano facilmente eroi, perché si investiva moltissimo in loro e ci si identificava con loro. Erano sovraestimati: non si trattava soltanto di una partita e neppure di un campionato del mondo, ma della gloria della patria, dell’Italia, del futuro… Insomma un sacco di cose.

Ma è andata male. La sconfitta innesca un movimento contrario: gli eroi, colpevoli di non aver saputo fare gli eroi, diventano vittime. Non so se avete notato alcuni dei servizi della primissima ora. Prandelli, il maggior responsabile della sconfitta, è stato il primo bersaglio. È sotto accusa il suo contratto, il fatto che è stato stipulato prima del mondiale, che i compensi sono stati ritoccati verso l’alto, nonostante crisi e spending review. L’interessato, insieme con Abete, ne ha tratte le immediate conseguenze e si è dimesso.

Proviamo a fare mente locale. Se l’Italia avesse vinto i mondiali, qualcuno avrebbe avanzato obiezioni del genere? Ovviamente no. Anzi si sarebbero trovati motivi a sufficienza per giustificare spese e stipendi: il prestigio dell’Italia val bene un milione e mezzo di euro di compensi all’anno; hanno fatto i bene i dirigenti del calcio nazionale a stipulare il contratto prima; teniamocelo stretto, questo Prandelli che il mondo ci invidia. E così via.

Insomma il mondo drogato dei desideri, soprattutto quelli di massa, ha una sua verità che non è la verità. E questa si confonde con quella e il discernerle è difficilissimo.

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