Al lavoro nelle terre confiscate alla mafia: “Così costruiamo un mondo migliore”

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Da terre di mafia a terre di lavoro e legalità. Da proprietà dei boss a proprietà della collettività. Da luoghi di morte e sopraffazione a luoghi di rinascita, speranza e impegno civile. Sono sempre di più i giovani di tutta Italia che ogni estate scelgono di mettersi in gioco e di partecipare ai campi di volontariato di “E!state Liberi” organizzati da Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie  sui beni confiscati alle mafie e gestiti dalle cooperative sociali di Libera Terra. Volontà di lasciare un segno, desiderio di spendere un’estate al servizio di un’ideale, collaborare ad un progetto civile… Sono tanti i  motivi che li spingono, ma  alla base di tutto c’è una sola cosa: la convinzione che se si vuole un mondo migliore bisogna crearlo. E pazienza se questo significa rinunciare ad un’estate al mare per andare invece a lavorare nei campi, toccare con mano le ferite inflitte dalle mafie al nostro paese e formarsi sulle tematiche di legalità, partecipazione e democrazia.

«Ho deciso di provare perché avevo voglia di collaborare in gruppo e conoscere gente nuova impegnata nella lotta per una vita migliore – racconta Venere, 22enne di Ardesio che ha partecipato ad un campo di volontariato in Sicilia un paio di anni fa – Diciamo che questa esperienza mi ha fatto ritrovare la voglia di impegnarmi per un mondo più bello, perché siamo noi giovani con la nostra forza a poter davvero cambiare le cose». Il campo a cui ha partecipato Venere era organizzato a Corleone, sui terreni confiscati a Totò Riina sui quali ora si produce il “vino della legalità”: «infatti noi abbiamo preparato i campi per la semina e i filari d’uva», spiega la ragazza.

L’obiettivo principale dei campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie è quello di diffondere una cultura fondata sulla legalità e sulla giustizia sociale. I campi si articolano in momenti differenti: da un lato il lavoro manuale agricolo o le attività di risistemazione del bene, dall’altro la formazione e infine l’incontro con il territorio per uno scambio interculturale. Si incontrano i familiari delle vittime di mafia, si approfondisce il fenomeno mafioso, ci si interfaccia con le istituzioni e le cooperative, per riuscire a tradurre un’ideale in un’azione concreta di responsabilità e condivisione.

Come nel caso dell’esperienza di Giorgio, studente bergamasco residente a Pavia, che nel 2011 ha partecipato ad un campo di volontariato di Libera in un agrumeto a Belpasso, in provincia di Catania: «prima di quell’esperienza, non conoscevo Libera né sentivo l’urgenza dell’impegno – racconta -: lì al campo invece ho avvertito il bisogno di essere cittadini protagonisti del cambiamento, come chi lavorava in quella cooperativa, che seminava speranza ogni minuto. Mi ha scosso soprattutto una ragazza catanese che a fine campo ha detto “io mi porto a casa la voglia di non lasciare la mia terra”». Da lì, l’idea: «Anche io ho una “terra” e dei diritti da difendere, così sono tornato a casa e insieme ad altri abbiamo iniziato il percorso per la nascita del presidio di Libera di Pavia».

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