Parliamo di morale. Nostra intervista a don Maurizio Chiodi

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Nella mentalità diffusa del nostro tempo, l’espressione “teologia morale” è vista con diffidenza: da un lato, subito si pensa al “fare la morale”, nel senso di dispensare precetti e norme perlopiù ostili alla vita; oppure, la mente va a un sermoneggiare sui principi e i valori (scritti con la maiuscola: il Bene, la Giustizia, la Solidarietà, la Verità) che procederebbe in automatico, senza alcun riferimento alla concreta esperienza di vita degli esseri umani. Adotta però una prospettiva molto diversa don Maurizio Chiodi, docente della Facoltà teologica di Milano e della Scuola di Teologia del Seminario di Bergamo, nel suo ampio volume «Teologia morale fondamentale» (Queriniana, pp. 570, 38 euro): se la fede cristiana non consiste primariamente nell’assenso intellettuale a un certo numero di verità concernenti Dio, ma nella risposta dell’uomo a un appello che giunge da Lui, anche «l’agire del credente – dalle relazioni familiari, sociali, lavorative, pubbliche e politiche, alla vita liturgica e sacramentale, alla preghiera personale – dice umilmente l’opera di un Altro. L’atto di Dio nella storia si dà nell’atto dell’uomo che decide di sé nel suo rapporto a Colui che lo ha costituito come interlocutore. Il vangelo, di cui la Scrittura è attestazione imprescindibile, è grazia e parola che interpella tutti gli uomini».

«Da un lato – ci spiega don Chiodi -, questo mio libro ha la struttura di un manuale in senso classico, visto che riprende tutte le questioni tradizionalmente affrontate dalla teologia morale fondamentale; d’altra parte, il tentativo è quello di andare oltre un’impostazione manualistica, proponendo un’interpretazione complessiva dell’esperienza credente, nel suo profilo pratico».

 

Diffidare, diffidare sempre?

Vogliamo confrontarci subito con una difficoltà di fondo? L’uomo contemporaneo sembra essere andato a scuola dai tre autori che il filosofo Paul Ricoeur descriveva come «maestri del sospetto», Marx, Nietzsche e Freud. Anche chi non ha letto lo «Zarathustra» nicciano o i testi fondativi della psicoanalisi oggi guarda con una sorta di diffidenza preventiva a chi parla di morale: subito ci si chiede quali interessi nascosti costui persegua, quali retropensieri si nascondano dietro le sue parole.

«Per quanto riguarda l’esercizio del sospetto – che davvero è diventato un tratto di fondo della nostra cultura -, io credo che si possano distinguere tre aspetti od obiettivi polemici di tale atteggiamento. Soffermandomi su questi aspetti, vorrei mostrare come nella pratica del sospetto si possa cogliere anche un’opportunità, uno spunto suscettibile di sviluppi positivi, accanto a un’ambiguità di fondo. Indubbiamente, in negativo, il ricorso sistematico e preventivo a tale dispositivo mentale è anche un sintomo dell’individualismo che caratterizza il nostro stile di vita: un individualismo venato di narcisismo – direi -, per cui ognuno di noi è tentato di fidarsi solo di se stesso, salvo poi constatare – svolgendo un minimo esame di coscienza – che nemmeno lui risulta “affidabile” nei riguardi di altri. In realtà la fiducia, nelle relazioni umane, ha un ruolo più originario rispetto a qualsiasi esercizio del sospetto, nello stesso senso in cui una negazione presuppone e rimanda a un’originaria positività: quando si nega questa precedenza, ne derivano conseguenze devastanti, sul piano esistenziale. Tuttavia, resta vero che la pratica del sospetto può avere una funzione purificatrice. L’esempio più istruttivo di una diffidenza radicale nei confronti dell’idea di “verità” ci viene, forse, proprio dalla critica condotta da Nietzsche alla morale occidentale, dalla sua tesi per cui, alla base di ogni discorso volto ad affermare una verità, si celerebbe una menzogna. Lo stesso Nietzsche, però, afferma a più riprese che il suo intento non è meramente distruttivo: la demolizione delle forme della morale tradizionale è il presupposto perché sia possibile una moralità “altra”, non più fondata su meschini autoinganni. Naturalmente, rimane aperta la questione se, assumendo in senso assoluto l’equazione “verità = menzogna”, la stessa proposta nicciana non si riduca a una delle tante variazioni sul tema dell’infingimento, dell’inganno».

Il sospetto, quando è portato all’estremo, tende fatalmente a rivolgersi anche contro se stesso?

«Al limite, è così. Potremmo però considerare la questione anche da un’altra prospettiva. Quello che Nietzsche descrive come un “filosofare a martellate”, ovvero il lavoro di demolizione dei finti ideali-idoli, non tocca la domanda fondamentale: quale evidenza merita credito, nella nostra vita pratica? In base a quale principio – non ultimamente dimostrabile, ma di per sé affidabile, appunto – può valere la pena di “dare la propria vita”, nel duplice significato di metterla a rischio e di metterla al servizio di altri?».

Oltre che dell’idea di verità, di che cosa si diffida oggi?

«Ad esempio, della figura della “legge”: vi è un’antipatia preventiva per le norme, viste come elementi inibitori della vita, del desiderio. Anche qui, a mio giudizio, si può trovare un’istanza di verità: un’etica che si riduca alla dimensione normativa, a un lungo elenco di precetti di cui bisognerebbe solo prender atto, finisce per avvilire il soggetto umano. Indubbiamente la nostra tradizione (anche in quanto cristiana, intendo dire) ha contratto un debito con un’impostazione legalista: la vita morale è allora pensata come semplice sottomissione a precetti immutabili e la trasgressione delle norme come un gesto a cui dovrà invariabilmente seguire la sanzione, il castigo divino. La critica a un’impostazione legalistica dell’etica è in buona parte giustificata, ma, anche in questo caso, si tratta di ritornare su una domanda basilare: che cos’è la legge? Può davvero essere ridotta al livello del precetto e della proibizione? Sotto questo aspetto, il cristiano non può dimenticare la differenza tra la legge-nomos dei Greci, la lex dei Romani, e la Torah veterotestamentaria, che trova il suo compimento nella parola e nella storia di Gesù. Esiste poi una terza forma di sospetto, che si dirige esplicitamente verso il cristianesimo e la sua pretesa di universalità».

Si afferma, in questo caso, che la fede e l’etica cristiane sarebbero legate a una vicenda storica e a una cultura particolari – quelle dell’Occidente?

«Sì, e che proprio per questo non potrebbero davvero aspirare all’ “universalità”. La nozione stessa di una religione rivelata sembra tendenzialmente contraddire la ragione umana e le sue “ragioni”. Su questo tema potremmo, magari, tornare tra poco. Io ora vorrei sottolineare come, da tutte queste considerazioni, chi fa teologia morale possa ricavare un principio guida: occorre praticare uno sforzo di purificazione del pensiero e, soprattutto, bisogna evitare di rifugiarsi in presunte ovvietà, in stereotipi che parrebbero imporsi da sé, al di fuori di qualsiasi disamina critica. Il compito della teologia morale, prendendo in seria considerazione le sfide e le provocazioni portate dalla cultura del nostro tempo, è di rendere ragione della dimensione pratica dell’esperienza cristiana, nel suo essenziale rimando alla rivelazione di Dio, così come è avvenuta – una volta per tutte – nel Signore Gesù. Per “rendere ragione” occorre confrontarsi serenamente con la cultura contemporanea, entrando nelle nuove prospettive che essa apre».

Prima parte. La seconda parte verrà pubblicata la settimana prossima.

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