Il tempo è denaro, diceva Benjamin Franklin. Ma quanto vale un’ora di lavoro?

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Quanto vale un’ora di lavoro di un calciatore rispetto a quella di un impiegato? Anche il valore del tempo è una misura delle diseguaglianze sociali. Non si vuole fare qui del facile populismo sostenendo che in Italia c’è un crescente bisogno di riequilibrare l’eccessiva disparità reddituale che sta arricchendo pochi, e impoverendo moltissimi. E non è solo una questione di giustizia sociale: se la classe media perde sempre più potere d’acquisto, appunto non compra, non muove i consumi e quindi l’economia. C’è da invertire una spirale negativa pericolosissima, dunque.
Che la situazione sia questa, lo dicono i numeri. L’Italia non ha un salario minimo stabilito per legge, così come pochi altri Paesi occidentali. La Germania della signora Merkel sta aumentando quello attualmente in vigore con il beneplacito di tutti, e non appunto per facile populismo, ma per spostare una parte della redditività delle aziende dai (pochi) azionisti ai (molti) lavoratori-consumatori. Lo stesso si sta facendo negli Usa, patria del liberismo più sfrenato dove però esiste un salario minimo – 7,5 dollari, cioè 5,5 euro l’ora – che obiettivamente è minimo. Lì la discussione non è se aumentarlo, ma di quanto: portarlo a 10 dollari? Qualcosa di più, come stanno legiferando autonomamente alcuni Stati dell’Unione? La richiesta viene avanzata dai piccoli imprenditori (sic!), che soffrono la concorrenza salariale delle grandi Unions che sottopagano il proprio personale.
Torniamo in Italia, dove appunto non è previsto un salario minimo ex lege ma dove funziona la contrattazione collettiva settoriale. Sta di fatto che la crisi economica la sta mettendo in ginocchio: c’è chi punta a disdire il contratto collettivo, chi lo lascia scadere e morta lì, chi inizia trattative lunghissime con scarsa voglia di concluderle; chi infine le ha concluse, con aumenti salariali minimi o assai contenuti. Non dimentichiamo che lo Stato non rinnova il contratto ai dipendenti pubblici dal 2009…
Ecco che l’idea di fissare un minimo retributivo valido per tutti, braccianti agricoli come colletti bianchi, garantirebbe una paga almeno dignitosa e – in teoria – contrasterebbe fenomeni di speculazione sulla pelle dei lavoratori: si ha notizia di finte cooperative che pagano 4 euro l’ora, di braccianti nel Mezzogiorno ancor più sottopagati.
Quanto dovrebbe valere al minimo un’ora di lavoro in Italia? Beh, la materia è complessa, si deve salvare la capra dei lavoratori e i cavoli degli imprenditori, guardare alle esperienze oltreconfine, valutare la situazione attuale italiana, le differenze tra i vari settori… Si tenga conto che la Germania sta alzando il minimo a 8,5 euro l’ora. Stiamo parlando di cifre lorde, e ci sono contratti – ad esempio quello delle colf – che in Italia prevedono anche 5 euro lorde l’ora (infatti in questi settori il “nero” è esplosivo).
Ma una soluzione si può trovare, equa (quindi “salvo che i contratti collettivi non stabiliscano di più”) e tale che aiuti a combattere il lavoro nero: che sfrutta le persone, danneggia la collettività, falsa la concorrenza. Il minimo orario può essere un tassello per far crescere questo Paese, per cambiare l’equazione “bassi salari-alti profitti”, per evitare che sperequazioni che vedono taluni guadagnare in un anno quanto altri in un’intera vita lavorativa, portino ad un’instabilità sociale che già oggi fa capolino qua e là. Per non parlare appunto del rilancio dei consumi: meglio cento che abbiano di che pagarsi il pane, che uno che si strafoghi con brioche ripiene di caviale. Non solo scandalizza, ma a ben pensarci è un danno per tutti.
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