Tito Boeri: «Le famiglie sono tornate a standard di vita di 25 anni fa»

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«Il welfare è un bene comune, è una specie di assicurazione sociale. Questa crisi ci ha fatto capire che esiste un rischio non piccolo di finire in condizioni di indigenza. Ci sono persone che appartenevano alla classe media e che sono sprofondate in condizioni di povertà. Abbiamo condotto indagini sui senza casa a Milano e a Roma raccogliendo storie individuali. Le cause che hanno fatto diventare queste persone degli homeless sono le più disparate. Pensiamo sempre che questa categoria di persone sia diversa da noi, in realtà sono persone come noi che però hanno avuto una serie di eventi negativi: perdita di lavoro, divorzi, separazioni, rotture familiari. Un insieme di queste cose le ha fatte scivolare in quelle condizioni. Creare un sistema di protezione di base fa sì che queste persone possano avere un aiuto quando subiscono traumi così pesanti». L’economista milanese Tito Boeri, classe 1958, Professore ordinario di Economia del Lavoro (svolge le attività di ricerca presso l’Igier dell’Università Bocconi), analizza per noi i recenti dati Istat che hanno rivelato che un italiano su dieci si trova in condizioni di povertà assoluta. Il direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti parla di “uno shock senza precedenti nella storia repubblicana”. Scopriamo perché.

«Il bilancio della crisi», rapporto redatto di recente dalla Caritas, ha posto in evidenza il raddoppio dei poveri in Italia. Pochi giorni dopo l’Istat pubblicando i dati relativi alla povertà nel nostro Paese nel 2013 (sulla base dei dati sulla spesa familiare), ha rivelato che gli indigenti sono diventati un esercito di 6 milioni. «Uno shock senza precedenti nella storia repubblicana» ha scritto in un articolo su Repubblica. Cosa intendeva?
«È la prima volta dal dopoguerra che accade che le famiglie italiane, di fatto, ritornino agli standard di vita di 25 anni fa. Non era mai successo prima di tornare così indietro nel tempo, non era mai successo di avere generazioni intere che iniziano in condizioni peggiori delle generazioni che le hanno precedute. Il reddito è diminuito di circa il 13% mentre la ricchezza degli italiani si è ridotta di circa il 10%. Effettivamente uno shock senza precedenti che è frutto di due cose. Per tanti anni l’economia italiana è stata in stagnazione, cresceva molto poco, poi vi sono state due pesanti recessioni, quella del 2008-2009 e poi quella successiva alla crisi dell’Eurozona, del 2011-2012».

Le persone più colpite sono i nuclei familiari con due figli minori, al di sotto del parametro di spesa che l’Istat considera il minimo per non cadere nell’indigenza (circa 1500 euro al mese). Come si può offrire protezione a chi ha meno di 65 anni?

«Questo è il fatto grave della situazione attuale. La cosa più preoccupante che risulta dai numeri che sono stati resi pubblici dalla Caritas e dall’Istat è l’incremento della povertà assoluta. Persone che non possono permettersi un paniere di consumo e uno standard di vita decoroso. In altri paesi c’è stata una crisi altrettanto forte almeno a giudicare dalla caduta del Pil, ma la povertà non è aumentata in maniera così sensibile come da noi dove è raddoppiata. La ragione per cui questo è avvenuto è che gli altri Paesi sono dotati di un sistema di protezione sociale di base che fa sì che le persone che finiscono per eventi esterni a dover soffrire delle forti riduzioni del loro reddito vengono aiutate in qualche modo ad arrivare almeno a quella soglia di reddito che consente di evitare di finire in condizioni di povertà. Basta confrontare la situazione degli over 65 con quelli di chi ha meno di 65 anni. Al di sopra dei 65 anni noi abbiamo uno strumento di contrasto alla povertà che sono le pensioni sociali e le integrazioni al minimo che sono fatte apposte per evitare che ci siano delle persone con più di 65 anni indigenti. La stessa cosa però non funziona al di sotto di 65 anni. Noi dovremmo cercare di introdurre uno strumento di questo tipo per questa categoria di persone. Abbiamo formulato una proposta, parlo di una commissione di esperti della quale facevo parte, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che si chiama Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) che vuole proporre uno strumento come quello che esiste negli altri Paesi dell’Unione».

La situazione non è rosea neanche per chi quest’anno compie 50 anni. Troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per essere riassunti in caso di licenziamento. Qual è il futuro del welfare, e non solo per i neo cinquantenni, in tempo di crisi economica?

«Qui ci sono due questioni che vanno affrontate, la prima riguarda le pensioni e la seconda riguarda il mercato del lavoro. Il problema degli ultracinquantenni che perdono il lavoro è legato al fatto che oggi in Italia esistono dei contratti flessibili che sono concepiti per i giovani, quindi sono contratti di collaborazione coordinata e continuativa, contratti a progetto, contratti di apprendistato. Contratti che pongono il lavoratore in condizione di scarsissima protezione, difficili da proporre a persone che hanno superato i cinquant’anni. Ci sono i contratti a tempo indeterminato che sono invece molto più tutelati. Chi perde il lavoro sopra i cinquant’anni può accedere solo a contratti a tempo indeterminato ma il datore di lavoro difficilmente darà questo tipo di contratto a un cinquantenne. In Italia c’è questa visione che le persone che superano una certa età siano poco produttive. Per quanto riguarda le pensioni noi abbiamo fatto delle riforme pensionistiche che hanno innalzato l’età di pensionamento. Tuttavia c’è un altro modo per rendere il sistema pensionistico sostenibile, permettere a delle persone di andare in pensione un po’ prima, da 61/62 anni in poi. Chi va in pensione prima avrà una pensione più bassa. Sono convinto che anche gli esodati avrebbero accettato questo tipo di soluzione: “Vado in pensione con una pensione più bassa, nel frattempo il mio datore di lavoro mi versa i contributi così quando raggiungo l’età della pensione ho una pensione più sostanziosa”».

Come se la sta passando la classe media? È scivolata verso il basso?
«Si parla tanto in Italia della classe media dimenticandosi dei poveri, di quelli che sono al di sotto della middle class. Guardando i dati italiani, la classe media non sembra aver sofferto di più degli altri gruppi della popolazione. La quota di reddito delle persone che hanno redditi che sono superiori a quelli del 20% più povero che sono inferiori a quelle del 20% più ricco è rimasto stabile dal 1985 in poi in Italia. Il numero di persone che hanno dei redditi che sono compresi tra il 75% e 200% del reddito mediano (il cittadino che è posizionato a metà della scala dei redditi), è addirittura aumentata. Parlare di scomparsa della classe media è sbagliato alla luce di questi dati».

Nel Suo articolo parla di “istituzioni, regole contrattuali e regimi di contrattazione salariale, che ci ostiniamo a non voler riformare”. In che senso?
«Avremmo bisogno di avere dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che non mettano il datore di lavoro il giorno dopo che assume un lavoratore nella posizione di dover pagare in caso di licenziamento dei costi elevatissimi che possono arrivare a tre anni di salario. Bisogna cambiare le regole di ingresso nel mercato del lavoro per permettere a chi con più di cinquant’anni lo dovesse perdere di poter rientrare in qualche modo. Poi ci sono le regole della contrattazione che impongono una dinamica salariale che è legata all’anzianità aziendale e all’età che sono poco flessibili. Sono convinto che molti over 50 sarebbero disposti anche a lavorare con salari un po’ più bassi pur di tornare all’interno del mercato del lavoro. Le regole della contrattazione centralizzata rendono questo più difficile».

Tra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia risulta essere la nazione che spende meno per il welfare (pensioni, sanità, sussidi di disoccupazione e aiuti alle famiglie). Come cercare di cambiare tutto ciò tenendo conto del continuo aumento del debito pubblico pur in presenza di aumenti di tassazioni dirette e indirette?
«L’altra faccia della medaglia della bassa spesa del welfare in Italia è l’alta spesa pensionistica. Abbiamo sempre agito sulle pensioni come uno strumento principale di trasferimento alle famiglie questo ha creato delle iniquità molto forti. Sono convinto che in Italia si dovrebbe porre rimedio, per esempio chiedere alle persone che hanno delle pensioni molto alte un contributo anche per finanziare il welfare per i più poveri e per ridurre le tasse sui lavoratori dipendenti».

Nel libro “Le riforme a costo zero. Dieci proposte per tornare a crescere” (Chiarelettere) scritto con Pietro Garibaldi, proponete una cura dimagrante per la classe politica per passare dalle parole ai fatti. Vuole illustrarci una delle principali riforme trattate nel volume che si possono attuare da subito a costo zero?
«Scelgo la riforma che riguarda le politiche dell’immigrazione. Noi chiediamo delle politiche dell’immigrazione più realistiche che facilitino l’arrivo in Italia di persone più qualificate. Abbiamo in Italia un atteggiamento ostile anche nei confronti di persone che vengono a studiare. Lo so perché nel mio mestiere sono in contatto con studenti e ricercatori extracomunitari che fanno fatica a rimanere da noi anche quando sono ultra motivati. Noi facciamo di tutto per rendergli la vita difficile con il rinnovo del permesso di soggiorno e quant’altro. Questa è una riforma che non costa nulla perché riduce la burocrazia».

Quali argomenti sono trattati nella rivista on line lavoce.info del quale è uno dei fondatori?
«Parliamo della politica economica in Italia. La nostra testata svolge la funzione di “cane da guardia”, “watchdog” della politica economica, facciamo le pulci a tutti i governi andando a guardare le cose che fanno e che non fanno».

 

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