La nuova chiesa dell’ospedale. Molti consensi e qualche punto debole

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Si continua a parlare della nuova chiesa del nuovo ospedale. E, a quanto pare, tutti sono d’accordo nel dire che è “bella”, “molto bella”. Nel mio piccolo e per il poco valore che può avere un banale parere personale, anch’io sono d’accordo: è molto bella. Soprattutto l’architettura dà compiutamente l’idea di qualcosa di azzeccato, di equilibrato, di elegante. Bella.

LO SPAZIO CELEBRATIVO È TROPPO SCHIACCIATO

Era necessario precisare questa sensazione generale per poter rivendicare la libertà di un paio di osservazioni, a questo punto marginali che hanno il poco valore che hanno sia perché marginali sia perché fatte da chi è stato marginale, anzi estraneo ai progetti e alla loro realizzazione. Rivendico, insomma, il diritto di essere un privato cittadino che, di fronte a una interessante opera pubblica dice: “Bella, ma”. Ho già fatto presente in un articolo apparso qualche tempo fa sul nostro settimanale  che lo spazio della celebrazione è troppo “schiacciato” in una chiesa così ariosa, troppo tradizionale e scontato in una chiesa di così accattivante modernità. Questa era la prima osservazione, già fatta.

LE IMMAGINI DELL’ALTARE: PIÙ DECORAZIONE CHE RAPPRESENTAZIONE DEL MISTERO

Vorrei adesso tentarne, sommessamente, una seconda a riguardo della decorazione, soprattutto quella dell’abside. Soprattutto quella, perché i profili sfumati di piante sul cemento delle pareti mi sembrano una buona trovata. In fondo, in una chiesa moderna, losanghe e fiorellini non dicono nulla. Dice invece qualcosa, e molto anzi, questo struggente sogno di una natura che arriva a sfregiare il cemento duro delle pareti e perfino lì, all’entrata dell’ospedale e perfino lì, nella chiesa.

Ho invece alcune perplessità sui peraltro preziosi, elaboratissimi vetri dei tre “quadri” dell’abside. Ammiratissimo per la preziosità e leggerezza delle immagini. Perplesso, molto perplesso in rapporto alla loro funzione liturgica. Quei “quadri”, infatti, dovrebbero essere non una decorazione ma la rappresentazione di un mistero e non di un mistero qualsiasi, ma della morte – resurrezione del Cristo, il cuore del cristianesimo.

Si è parlato molto di “albero della vita” a proposito di queste immagini. Ma bisogna osservare che non basta mettere l’immagine di un albero, seppure bello ed elaborato, in una chiesa perché diventi l’albero della vita. In quelle immagini non vedo una sufficiente “distanza” simbolica grazie alla quale si potrebbe dire che una pianta è diventa “albero della vita”. Qui ho l’impressione che è avvenuto il contrario: l’albero della vita è diventato una pianta. In altre parole: l’aspetto decorativo ha prevalso sul contenuto del mistero. La decorazione ha sopraffatto la rappresentazione. Il mistero è offerto in superficie, non è scavato in profondità. Certo: la figura del Cristo c’è. Ma è un Cristo d’altri tempi, non moderno, ingenuamente rassicurante. Non patisce come patisco io, sia perché quella immagine appartiene al passato, appunto, sia perché assorbita in questo tripudio decorativo che sta attorno alla croce. Nell’intervista pubblicata dall’Eco di Bergamo il 30 agosto, l’artista dice che il cuore dell’immagine sta nel dolore delle donne consolate da Papa Giovanni, mentre il Cristo è già oltre il dolore, nella luce della pasqua. Bello, ma ambiguo. Lo stesso artista dunque dice che il dolore del Cristo è negato più che affermato e che si è come dislocato sulle donne consolate da Papa Giovanni.

IL CRISTO NON SOFFRE. MA IO SOFFRO

Il risultato finale è che, certo, non si voleva infierire su gente che soffre esibendo un Cristo che soffre. Ma quale deve essere il messaggio da consegnare a gente che sta attraversando l’esperienza del dolore? Se gli dico che il Cristo non soffre lo allontano: è così diverso da me da potersi permettere di volare sopra la mia sofferenza: lui à già nella luce. A me pare invece che sia necessario dire che mentre io passo attraverso la sofferenza, anche lui ci passa. Altrimenti si rischia una visione disincarnata, monofisita. Il Cristo è talmente Dio da essere assai poco uomo. E questo è un problema che non riguarda solo questa immagine e non riguarda solo la Chiesa di oggi, ma la Chiesa di tutti i tempi. Per questo spero di avere torto, perché altrimenti il Cristo decorativo di queste immagini serve perché lenisce il dolore, ma non lo risolve, serve per piangere di meno ma non dà la risposta a chi non può far altro che piangere. E questo sarebbe, liturgicamente e teologicamente parlando, un bel disastro in una chiesa che si trova alla soglia dell’ospedale.

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5 commenti

  1. Francesco Rampinelli on

    Condivido l’opinione del direttore mons. Carrara. Le critiche che rivolge all’edificio e al suo corredo iconografico, ancorché espresse in modo molto pacato, sono sostanziali e radicali perché riguardano la ragion d’essere dell’architettura sacra e contengono in nuce la spiegazione del perché oggi non siamo più in grado di erigere chiese. Siamo capaci di costruire edifici eleganti, impiegando mezzi ingenti e talvolta tecnologie sofisticate, li abbelliamo con decorazioni raffinate, aggiungiamo gli effetti speciali dell’illuminazione artificiale, ma pur mettendo in atto tutte queste alchimie non ne ricaviamo un edificio sacro. La chiesa dell’ospedale è un bell’edificio, ma è INDIFFERENTE. E’ un edificio a-liturgico, fatto dall’uomo per l’uomo, funzionalmente adibito alla celebrazione di un culto algido e spiccio ad un Dio astratto, ma facilmente riconvertibile ad altre e più presentabili funzioni o ad altri culti. Una chiesa moderna, adulta, agnostica.

  2. giovanna brambilla on

    Leggendo l’articolo d monsignor Carrara il mio primo pensiero è stato se avevamo visto entrambi la stessa chiesa; il secondo pensiero, altrettanto rapido, sorto quasi in risposta al primo è stato che penso che sia un peccato che la chiesa dell’ospedale sia stata vista, sino ad adesso, solo da poche persone, a mio parere nessuna delle quali neutrale, perché legate al mondo delle autorità, del clero, dell’ospedale o dell’arte: una frequentazione di quelli che saranno davvero i suoi fruitori, infatti, sarà la vera cartina di tornasole della validità di questo progetto, al di là delle nostre voci. Apprezzo quindi la schietta dichiarazione della soggettività del punto di vista dell’autore dell’articolo, una soggettività che è indice di correttezza e trasparenza, alla quale io stessa mi appello, senza nascondere che appartengo alla quarta categoria citata – il mondo dell’arte – il che ovviamente condiziona il mio punto di vista e forse anche la mia personale percezione dello spazio. A me la chiesa piace, mi affascina, non in modo asettico e svincolato dal contesto, ma proprio come risposta alle esigenze del luogo: l’ospedale è una parabola della vita, vi accade di tutto, vi si rinnova il miracolo della vita, la gioia della guarigione, la disperazione degli incurabili, il vuoto della morte, è un luogo di attese, di momenti di silenzio, di emozioni in solitudine, che a volte uno spazio di raccoglimento e preghiera aiuta a stemperare, ad ascoltare e accogliere, a superare. Monsignor Carrara insiste sulla resa iconografica di Cristo e della sua sofferenza, come chiave del mistero della resurrezione, parla di “infierire su gente che soffre” e del “messaggio da consegnare a gente che sta attraversando l’esperienza del dolore”. Certo, questo è vero, ma – sempre a mio modesto parere – è parziale. Credo che una chiesa anzi “la chiesa dell’ospedale” non debba essere un luogo sbilanciato verso la sofferenza, ma aperto alla vita nel suo senso più pieno. Nella mia limitata conoscenza iconografica sulle decorazioni absidali so per certo che la crocifissione non è sempre stata il motivo cardine delle rappresentazioni: a volte l’abside non era decorato, oppure – come in Sant’Ambrogio o Santa Pudenziana – il Cristo era trionfante, la croce gemmata, perché il messaggio di speranza poteva prendere molte vie, suggerire la Gerusalemme celeste, la Parousia, come in San Vitale. In questo testo leggo le parole “leggerezza, preziosità e decorazione”. Ecco, di nuovo sento che la parola leggerezza è perfetta per Andrea Mastrovito, se la si intende non come superficialità ma come la straordinaria freschezza e delicatezza che questo artista ha nel trattare le cose ultime e penultime. Non mi trovo invece con “preziosità e decorazione”: certo, la lavorazione del vetro, complessa, con il timore che fosse irrealizzabile che ha tenuto tutti in tensione fino alla fine, è preziosa, ma credo che questi due termini possano essere fuorvianti, che facciano apparire l’idea di Andrea come una sorta di rococò, contemporaneo, di virtuosismo sterile, di pura decorazione. Conosco l’artista, l’ho visto lavorare – in fondo l’ho detto sin dall’inizio che anche io sono “di parte” – e so quanto l’origine di ogni suo lavoro parta da una domanda molto essenziale che egli si pone, ovvero per chi sta lavorando, quale deve essere il senso della sua opera, quali fondamentali a cui fare riferimento. Forse, allora, per chi prega in uno spazio sacro, è importante trovare delle immagini affidabili, che rincuorino e forse, per chi porta in quel luogo pesi o gioie, è importante che l’abside in qualche modo accolga lo sguardo e non lo respinga. L’opera di Mastrovito, in fondo, fa questo. Si appella all’oro bizantino come strumento di creazione di uno spazio altro, ma lo contamina con una successione di vetri che creano una profondità che lo sguardo sente, comprende, ma di cui non individua in prima istanza la dinamica, che funzionano come le quinte e i fondali di una scenografia. Avete mai visto santa Maria presso San Satiro a Milano? Lì Bramante fa lo stesso, crea in pochi centimetri l’illusione di un vasto abside, che consente allo sguardo di trovare, in quella chiesa altrimenti mutilata, un approdo. Ora, nella chiesa dell’Ospedale, Mastrovito prende il “catino” absidale e ne fa un recipiente per gli occhi e le loro lacrime o i loro pensieri, siano di gioia o dolore, questo ci vedo io. E ci vedo anche l’umiltà di inserire non rappresentazioni astratte ma un Cristo riconoscibile e fiero, delle donne dai tratti lombardi, un Papa che fu figura chiave nell’attenzione alle persone, non ci vedo l’albero della vita, ma legami familiari in Cristo, legati alla sua vita, una madre, rapporti di amicizia, di premura e sollecitudine. E la luce che l’abside emana, amplificata dall’oro e sommata a quella che penetra dal tetto sospeso, portano chiarità in un luogo dove chi prega ha fame di luce, e se le stigmate di Cristo sono trasfigurate, per volontà dell’artista, che voleva così invitare alla speranza, è perché molti di quelli che entrano in chiesa di ferite e piaghe hanno già conoscenza diretta. Quando Correggio dipinse la cupola per il Duomo di Parma, creando un’illusione spaziale senza precedenti, e generando disagio tra i canonici che avevano anche ventilato l’ipotesi di distruggere l’affresco, si levò la voce di Tiziano – un pittore lontanissimo dallo stile del Correggio – che disse ai committenti che se anche avessero preso la cupola, l’avessero rovesciata e l’avessero riempita di monete d’oro, non l’avrebbero mai pagata per quello che era il suo valore. Con questo non intendo paragonare Mastrovito a Correggio, né insinuare che non sia stato pagato abbastanza, solo spezzare una lancia a suo favore. Ma è solo un punto di vista.

  3. silvana messori on

    Grazie a Dio, possiamo essere nella diversità di opinioni… artisti, teologi, o semplicemente .. persone che guardano, ascoltano, alzano gli occhi nell’esprimere ciò che “sentono”. Porrei però a tutti una domanda: cos’è una chiesa?.. cosa deve esprimere in realtà se non il senso di quello che stiamo celebrando.. o in silenzio .. meditando?.. modestamente e con tutto il rispetto verso coloro che , con non poche fatiche.. riescono ad esprimere le proprie “sensazioni” in arte(tutto tondo), a mio parere, il luogo, “chiesa” che sia vicino ad un ospedale.. o in mezzo alle nostre comunità, dovrebbe dare senso e spazio, a quanto lì si deve celebrare…il Cristo Risorto! … Le opere d’arte.. sono un’altra cosa.. nei vari contesti. A volte semplicità nei simboli e nella concretezza di quanto si desidera mettere in evidenza all’uomo di oggi.. quale messaggio all’uomo… di ciò che è Cristo per tutti noi. Il ” a me piace o non mi piace… dovrebbe essere superato andando “oltre”.. con sobrietà e comunione di “forza lavoro” che ogni qualvolta, si deve pensare ad una chiesa(ma è sempre auspicabile per tutto ciò che è “città”) si possano avere decisioni in opera dopo un vero e approfondito culto in profondità, ascoltando le varie voci, e.. non “elitario” di parte…

    • Francesco Rampinelli on

      Che cos’è una chiesa? Ecco, questo è il punto. Se fosse semplicemente uno spazio in cui si “deve celebrare il Cristo Risorto”, cioè uno spazio d’eccellenza in cui si svolge a cadenza giornaliera o settimanale una grande festa, allora il problema sarebbe solo funzionale ed estetico e la chiesa dell’ospedale sarebbe forse l’ideale. Ma una chiesa cattolica non è solo questo. Una chiesa cattolica è un edificio sacro eretto per celebrare in modo degno e confacente le funzioni liturgiche ed in particolare la S. Messa, cioè la rinnovazione incruenta del sacrificio di Cristo sul Calvario per la salvezza delle nostre anime; inoltre, essendovi conservate le Sacre Specie, è luogo di preghiera d’elezione, sia in forma personale che comunitaria. Come si diceva una volta, in senso figurato, è quindi porta del Cielo: pertanto ogni mattone, ogni fregio, ogni raffigurazione, ogni arredo, ogni suppellettile qui collocati dovrebbero essere consapevolmente realizzati dalla mano dell’uomo a gloria di Dio. Non si tratta di dire “mi piace” o “non mi piace”: ci sono chiese brutte, ma che hanno pienamente questo carattere sacro e quindi assolvono degnamente alla loro funzione; e spazi bellissimi, eleganti e piacenti, ma che tale carattere sacro non hanno e quindi non possono essere propriamente definite come chiese. O, almeno, come chiese cattoliche.

  4. Il mio é il commento più semplice, quello di un uomo che davanti a quell’opera di Andrea si è sentito come spinto a guardare verso l’ alto, verso un Cristo ormai risorto ma che sa leggere nel dolore di ogni uomo e gli è di conforto ed è ancora li, nel cuore di chi lo cerca, a portar la gioia del suo messaggio.
    Quella gioia che qualche volta forse latita in chiese molto ben decorate da artisti che hanno letto il sacro così bene o molto meglio, forse , di tanti altri, ma che pur con questo non riescono quasi mai a scuotere il cuore dei presenti.
    Gesù non ha detto che ” laddove sarete riuniti in due o più di due, io sarò in mezzo a voi”;e allora la sacralità del luogo non può nascere più dal cuore delle persone che non dal edificio dove si celebra?
    È un opera come quella di Andrea apre il cuore delle persone più di tante altre quindi…

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