Lucio Caracciolo: «Le paure di oggi: stati più deboli, tendenze separatiste, e l’incertezza»

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«Sperare», in una prospettiva autenticamente religiosa, non significa evitare il confronto con la realtà presente, anche nei suoi aspetti più duri e contraddittori. Si spiega dunque perché quest’anno ad aprire Molte fedi sotto lo stesso cielo, la rassegna a carattere interreligioso promossa dalle Acli in collaborazione con altri enti e associazioni, sia stato invitato il politologo Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes e docente di Studi strategici alla Luiss “Guido Carli” di Roma. La lectio magistralis che Caracciolo terrà venerdì 19 settembre alle 20 e 45, a Bergamo, presso il Teatro Donizetti (ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, con prenotazione obbligatoria) avrà lo stesso titolo di questa edizione di Molte fedi, ovvero Non abbiate paura! Tracce di speranza per l’uomo di oggi.

Professore, per superare le paure occorre pure fare i conti con esse. Uno dei maggiori motivi d’inquietudine, oggi, è dato dalla constatazione che i singoli Stati non sembrano più in grado di affrontare le sfide del mondo globalizzato. Secondo molti commentatori, per esempio, l’economia mondiale è condizionata da “potentati” che sfuggono al controllo dei governi nazionali.

«Se si sfoglia un atlante stampato cent’anni fa, si nota che gli Stati nazionali erano meno della metà di quelli oggi esistenti. Nel tempo vi è stata una proliferazione di nuovi Stati: questi, però, hanno spesso un carattere più “patrimoniale” che nazionale, nel senso che sono governati da gruppi ristretti, mafie e clan familiari che si servono di essi per gestire i propri affari. Ciò non impedisce a tali entità statuali di avere una bandiera o dei rappresentanti presso le Nazioni Unite: di fatto, però, esse non corrispondono all’idea dello “Stato nazionale”, come si è andata definendo nella moderna storia europea. Mi riferisco, concretamente, ai casi di diversi Paesi balcanici, ex sovietici, africani, mediorientali.  Peraltro, anche in alcune parti del cosiddetto “Occidente” si fa ancora fatica a entrare pienamente nel paradigma dello Stato nazionale».

Nel 2010, un suo dialogo con Enrico Letta è stato raccolto in volume con un titolo in forma interrogativa, L’Europa è finita?. Nel corso degli ultimi quattro anni, sono emersi elementi utili per dare una risposta definitiva a questa domanda?

«Benché io sia coautore di quel libro, direi che la domanda del titolo è mal posta, perché l’Europa, in senso proprio, non è mai cominciata. Nel dialogo con Letta, ricorrendo a un’immagine zoologica, parlavo non di un singolo animale, ma di “un bioparco attrezzato, in cui convivono una quantità di animali domestici, di varia taglia, con varie storie e varie ambizioni”. L’Unione Europea non ha avuto finora – e a mio avviso, non avrà nemmeno nel prossimo futuro – una soggettività propria: è un’organizzazione atipica, molto originale, che gli Stati membri hanno costruito per proteggere i rispettivi interessi. Il problema è che tali interessi spesso divergono: proprio per questo, una sigla comune non basta a produrre un’unica, vera soggettività politica. Manca qualcosa, perché possa avviarsi un processo di sintesi chimica».

Vi è anche il rischio di ulteriori divisioni statuali entro i confini dell’UE? Oltre al referendum sull’indipendenza in Scozia, si ipotizza un’analoga consultazione in Catalogna, mentre in Belgio fiamminghi e valloni vivono da “separati in casa”.

«Indubbiamente, vi è un contesto irriducibile ad unum, caratterizzato da crescenti conflitti interni e da disaccordi difficilmente sanabili.  In particolare, una divergenza che riguarda da vicino noi italiani è relativa alla strutturazione dell’unione monetaria, che – nella sua forma attuale – implica inevitabilmente la nostra deflazione, una perdita di valore di “tutto ciò che è Italia”. Per quanto attiene al referendum scozzese di giovedì prossimo e ad altri fermenti indipendentistici: se si mettono assieme dei soggetti diversi proponendo  (senza sapere bene come) che essi confluiscano in un’unità superiore, e non si consegue poi questo risultato, le cose non tornano semplicemente alla situazione iniziale…»

Un fallimento del genere mina la credibilità degli Stati e dei governi che avevano ideato e condotto il progetto?

«Sì, certo. Per dirla breve, rischiamo oggi di cadere tra due sedie: tra l’impossibilità (o l’improbabilità, volendo essere più cauti) di costituire un unico soggetto politico europeo, e la crisi degli Stati nazionali. Il risultato è una tendenziale delegittimazione della politica e della democrazia, che dal secolo scorso è stata la forma elettiva della politica in questa regione del mondo».

Passando ad altro argomento: tra gli attori presenti sulla scena geopolitica mondiale, le religioni organizzate hanno un ruolo di rilievo. Ci pare notevole che la rivista da lei diretta, Limes, abbia dedicato ben due numeri – nell’aprile 2013 e lo scorso marzo  – a studi e approfondimenti sul primo anno del pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

«Papa Francesco ha invertito una tendenza che aveva quasi portato la Chiesa ad allontanarsi dal mondo e quindi, inevitabilmente, anche dalla dimensione degli affari geopolitici. Nel recente passato, la gerarchia cattolica si era soprattutto impegnata nel tentativo di risolvere dei problemi gravissimi all’interno della Chiesa, mentre Bergoglio ha, per così dire, “riaperto le finestre” sulla realtà circostante. L’operazione è ancora in corso, ed è troppo presto per giudicarne gli esiti. Da un punto di vista pastorale, mi pare poi di notare in Francesco una differenza, per esempio, rispetto a Giovanni Paolo II, che era particolarmente sensibile ai problemi della Chiesa in Africa; l’attenzione di Bergoglio sembra invece concentrarsi sull’Asia, se consideriamo il suo recente viaggio in Corea del Sud e il tentativo della Santa Sede di stabilire un dialogo con la Cina. Il grande interrogativo, però, concerne ciò che oggi la Chiesa può fare per contribuire a migliorare la situazione in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente: in questo caso, purtroppo, mi pare che i margini di azione siano ridotti e i rischi assai grandi».

 

 

Ricordiamo che le prenotazioni agli eventi di Molte fedi si possono effettuare mediante il sito Internet www.moltefedisottolostessocielo.it

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