De Rita: «Gli italiani sono sobri per natura. Ma ora il Paese è bloccato, non si investe più»

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«“Il cavallo non beve”, come dicono gli economisti, la società italiana è così satura di cose, argomenti, investimenti, preoccupazioni, che preferisce stare tranquilla piuttosto che rimettere in gioco i soldi. Questo è il vero problema di oggi, abbiamo un’evidente liquidità ma non c’è una propensione a investirla. Probabilmente perché gli obiettivi dei singoli “mi faccio la casa, l’azienda, la seconda casa, mi compro la macchina” non interessano più, sono diventati quasi pericolosi… Non c’è più un obiettivo generale, pensiamo alla ricostruzione post-bellica, alla industrializzazione, allora sì che la gente si muoverebbe. I singoli obiettivi personali latitano. In questo momento siamo tutti poveri dal punto di vista dell’“immaginifico collettivo”. Quindi non si fa nulla. È questa la crisi oggi. Abbiamo abbastanza risorse in cantina ma non sappiamo farle funzionare, rimetterle in circuito». Giuseppe De Rita, 82 anni, fondatore e Presidente del Censis (Centro studi investimenti sociali), analizza dal punto di vista antropologico, economico, politico e sociale il difficile momento che sta attraversando l’Italia e non solo. Per il sociologo «la politica non è fare riforme strutturali, è dare un segno, una traccia di marcia su cui milioni di persone si possano incamminare».

Secondo il Rapporto Coop 2014 “Consumi & Distribuzione”, la recessione economica ha cambiato gli stili di consumo: gli italiani sono più attenti alle spese, al rapporto qualità-prezzo e agli sprechi. È in atto una mutazione genetica delle famiglie italiane?
«Mutazione genetica è una parola troppo grossa, comunque c’è un ritorno a una certa austerità che la popolazione italiana ha sempre avuto. Se escludiamo gli anni Settanta e Ottanta, gli italiani sono sempre stati un popolo austero di natura, un popolo sobrio nei loro comportamenti, tutto dipende dalla natura contadina. Anche nelle zone più rigide d’Italia ha sempre vinto nel suo DNA profondo che è un DNA di sobrietà. Questa sobrietà in un momento di crisi è diventata non una pura austerità di tristezza ma un modo di gestire le cose. La sobrietà significa che si arbitrano i consumi, cioè si dice “questo si può fare, questo non si può fare”, si arbitrano i prodotti “meglio questo, meglio quell’altro”, si arbitrano i modi di comperare, qualche cosa si compra al discount e poi si va addirittura dal salumaio di grande livello. Ci sono una serie di meccanismi di arbitraggio, li chiamo io, cioè di decisione, che sono sotto il segno della sobrietà. Non ci si concede più tutto».

I cordoni della borsa sono stati ristretti in quasi tutti i settori con l’eccezione dei prodotti tecnologici e del cibo di qualità. Si sono ridotti gli spostamenti, gli acquisti di abbigliamento e la spesa per il divertimento mentre decolla la spesa via web. Sei anni di ristrettezze e di incertezze economiche hanno provocato profondi cambiamenti nelle nostre abitudini?
«Sì, in parte è vero ma è anche vero che se andiamo a vedere i settori che hanno sofferto di più, l’abbigliamento e l’arredamento, tanto per dire, sono i settori dove noi avevamo speso di più nel corso degli ultimi trent’anni. Se apro il mio armadio la mattina e ci trovo cinque o sei vestiti che ho acquistato negli ultimi due o tre anni, non me ne vado a comperare un settimo. Se giro per Roma e trovo un quadro che mi piace, pensando che a casa ce ne sono già tanti, mi domando “perché lo devo acquistare?” Abbiamo fatto uno sviluppo dell’arredamento, facendo, come dico io, le case piene di cose che oggi è difficile fare un nuovo arredamento. La stessa cosa vale per l’abbigliamento. La trasformazione verso l’abbigliamento più sobrio, una tuta da ginnastica, un abito casual, la moltiplicazione delle scarpe da tennis e via dicendo, è dovuto non tanto a una voglia, a un bisogno di spendere di meno ma quanto al bisogno di avere delle cose che sono diverse da quelle che si hanno a casa».

L’economista USA Jeremy Rifkin nel suo libro “La società a costo marginale zero” scrive che tra cinquant’anni i nostri figli e nipoti vivranno in comunità aperte utilizzando l’energia rinnovabile, con risorse e beni in abbondanza, dimentichi della privacy e dei condizionamenti legati all’era del capitalismo. Tutto questo quasi a costo zero, in un mondo connesso grazie a internet. Che cosa ne pensa di questa previsione del guru dell’economia sostenibile, utopia o futura realtà?
«Faccio questo mestiere da cinquant’anni e ne ho sentite tante di queste previsioni futuribili, da quelle più tragiche a quelle più positive come questa di Rifkin. Su queste previsioni non mi sono mai azzardato a dire è giusto, non è giusto perché le ho viste fallire quasi tutte».

Tra marzo e agosto 2014 il calo delle vendite nella grande distribuzione nel Nord d’Italia è calato rispetto al Sud del Paese: -1,6% nel Nord contro un -0,7% nel Centro-sud. Secondo i dati dell’Iri, la disoccupazione e l’erosione dei redditi di tutti i ceti sociali hanno fatto sì che i consumatori del Nord tagliano la spesa mentre il Sud sembra aver esaurito la caduta.  “La crisi ha colpito il cuore produttivo e l’area più ricca del nostro Paese e questo ora incide anche sui consumi delle famiglie” ha precisato Gianpaolo Costantino, consulente Iri. Vuole commentare questi dati?
«Se i consumi del Mezzogiorno sono relativamente bassi anche il decremento (progressiva diminuzione) sarà relativamente basso. Se i consumi di Bergamo sono alti, anche il decremento sarà più alto. C’è sempre una proporzione fra il dato di partenza e il dato successivo, bisogna vedere qual è la linea. Certamente non mi sorprende il fatto che la grande distribuzione abbia avuto più flessione al Nord che al Sud, anche perché al Sud ce ne sono meno di grandi distribuzioni quindi è un normale, naturale processo di evoluzione o di passaggio congiunturale. Vedremo nei prossimi mesi cosa succede».

In una recente intervista ha dichiarato “i soldi sono nei materassi, aiutiamo gli italiani a spendere”. Desidera chiarire il Suo pensiero?
«La cosa importante è che ci sono tre dati di una sensazione. Sono aumentati i depositi bancari, lo dicono i dati e lo dicono i banchieri, sono aumentate e di molto, in modo improvviso e inaspettato le polizze vita, cioè investimenti in polizze assicurative a medio e lungo termine. Sono aumentati a un ritmo incredibile gli investimenti in fondi di investimento, incredibile perché da venti mesi aumenta il risparmio gestito dai fondi di investimento di trenta miliardi ogni trimestre. Trenta miliardi in più ogni trimestre, una cifra tutto sommato che fa pensare che gli italiani hanno una capacità di risparmiare, e hanno risparmiato in questi anni molto di più. Inoltre io abitualmente dico di fronte alle platee che mi stanno a sentire “se pensate che buona parte dei lavori normali, da quello dell’idraulico, del giardiniere, del falegname, si pagano ormai cash, ci deve essere anche un risparmio cash”, quello che va sotto i materassi e non va dentro un conto corrente bancario. Abbiamo quattro forme di risparmio che fanno pensare che gli italiani siano molto “liquidi”. Alcuni sì sono poveri, ma la media possiede una notevole liquidità. Ciò è confermato dal fatto che sono stati dati ottanta euro a non so quanti milioni di italiani, questi non hanno avuto alcun effetto di trasposizione di questi ottanta euro in consumi, in investimenti. Sono finiti tutti al risparmio».

Jobs act, Articolo 18, riforma della Pubblica Amministrazione sono in discussione politica alle camere ma che cosa dovrebbe fare il governo per creare uno sviluppo reale?
«Non è molto facile dirlo. Il governo ha deciso di fare delle riforme di struttura perché ce lo richiede l’Europa. Queste riforme, da quella della legge elettorale a quella della Pubblica Amministrazione danno un’idea all’estero, non so quanto in Italia, che il Paese sta cambiando, però il cambiamento non c’è, perché la riforma è strutturale, non è un intervento di promozione. Lo sviluppo è fatto da milioni di persone, le riforme invece sono fatte da poche persone per settori molto particolari e spesso rigidi. Bisogna recuperare il gusto politico di avere obiettivi uniti. Questa è la natura stessa della politica, la politica non è fare riforme strutturali, è dare un segno, una traccia di marcia su cui milioni di persone si possono incamminare».

“L’Italia soffre troppo, noi le diamo voce” ha dichiarato Mons. Nunzio Galantino, Segretario della Cei che si fa interprete delle esigenze delle fasce popolari che più soffrono la crisi economica. La Chiesa, attraverso i suoi vescovi, vede un Paese in sofferenza, Bagnasco ha parlato di “depressione spirituale”. Che ne pensa?
«C’è una depressione esistenziale, una mancanza di desiderio, di speranza. Credo che in questo momento ci sia più bisogno, magari, di desideri anche sfrenati piuttosto che di una spiritualità magari rigida. Se parlo poi con Galantino o con Bagnasco forse mi convincono del contrario».

È sempre più emergenza lavoro: secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia 15-24 anni ad agosto in Italia è stato del 44,2%, in aumento di un punto percentuale rispetto al mese precedente e di 3,6 punti nei dodici mesi. Mai così alto dal 1977. Rispetto a luglio i disoccupati sono calati di 134 mila nella Ue e di 137 mila nell’Eurozona; rispetto ad agosto 2013 sono calati di 1,745 milioni nella Ue e di 834 mila nell’Eurozona. Che cosa non va?
«C’è un meccanismo di chiusura a riccio su se stessi che riguarda noi e l’Europa. C’è un’Europa stanca, vecchia che non riesce a creare spazio per i propri giovani, garantisce benissimo i propri vecchi ma non riesce a dare spazio ai giovani. È un problema antropologico di quella zona del pianeta più stanco, più saturo e più vecchio che esista al mondo. Cioè il mondo europeo».

“Non avere lavoro non è solo non avere il necessario per vivere: no, noi possiamo mangiare tutti i giorni, andare alla Caritas o altre associazioni. Il problema è non portare il pane a casa, questo toglie la dignità. Il problema più grave non è la fame, è la dignità: dobbiamo difenderla e la dà il lavoro”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate lo scorso luglio durante la visita pastorale in Molise. Desidera commentarle?
«Sono parole giuste quelle del Santo Padre. Si vedono molti quaranta/cinquantenni disoccupati e non arrivati alla pensione che chiedono un lavoro, una piccola collaborazione al Censis. Lo sentiamo il dramma di questa gente che non porta più il pane a casa per i propri figli o per i propri nipoti. Il problema è capire se questa sensazione che abbiamo è una sensazione risolvibile con una politica adeguata. Oggi la politica adeguata non c’è».

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