Padre Dall’Oglio: il sogno di un cristianesimo fraterno all’Islam

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«Tranquillo, ci vediamo a ottobre». Così è terminata l’ultima telefonata che ho avuto all’inizio del luglio dello scorso anno con padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa, in Siria. Gli chiedevo rassicurazioni in ordine alla sua presenza a Molte fedi, il percorso sul dialogo tra fedi e culture promosso dalle ACLI di Bergamo e al quale padre Paolo aveva, alcuni anni prima, già partecipato. Dopo pochi giorni dalla telefonata, padre Paolo è stato rapito a Raqqa, città nell’Est della Siria oramai sotto il controllo dei gruppi islamisti, dove era andato quasi sicuramente per trattare la liberazione dei due vescovi di Aleppo, il siro-ortodosso Youhanna Ibrahim e il greco-ortodosso Boutros Yazigi, rapiti un paio di mesi prima. Era il 28 luglio 2013. Secondo le ricostruzioni fatte, il gesuita stava camminando per le strade della cittadina quando è stato sequestrato da miliziani. Da allora le voci si rincorrono e non si hanno notizie certe. Qualcuno ha scritto che il religioso è stato ucciso il giorno dopo il rapimento, altri invece che è vivo ed è in mano a gruppi jihadisti che stanno trattando con il Governo italiano, ad altissimo prezzo, la sua liberazione.

AIUTARE OGNUNO AD ESSERE PELLEGRINO DI VERITÀ

La prima volta che ho incontrato padre Paolo era in pieno deserto, nel Nebek, ad un’ottantina di chilometri a nord di Damasco. Lasciata la macchina, presi un sentiero stretto che saliva verso la montagna, a milletrecento metri di altezza. Dopo quasi quattrocento gradini giunsi ad un particolarissimo e straordinario monastero che il gesuita aveva restaurato con cura. Un antichissimo luogo di sosta e di preghiera cristiana e una chiesa interamente ricoperta di affreschi dell’undicesimo e dodicesimo secolo. Dall’Oglio vi era stato, per caso, molti anni prima e ne era rimasto incantato. Quasi subito ha voluto far rinascere il monastero dando vita ad una comunità monastica, maschile e femminile, che porta il nome di Al-Khalil, ovvero “l’amico di Dio, Abramo”. Oggi i membri della comunità sono una decina, cattolici e ortodossi, uomini e donne, e, oltre ai due monasteri di Mar Musa e Mar Elian (situato a Qaryatayn, ad una cinquantina di chilometri da Deir Mar Musa) e quello aperto recentemente nel Kurdistan iracheno, contano uno studentato a Cori, in Italia, dove vivono tre confratelli, allievi della Gregoriana. Una comunità cattolica di spirito ecumenico che si raccoglie attorno ai tre pilastri della vita monastica: preghiera, lavoro manuale e ospitalità, che nel mondo semita, arabo e d’origine nomade, è la virtù più alta. Niente di originale: Ora et labora. Se non fosse che si è nel cuore dell’islam. E che gli ospiti a cui la comunità ha aperto generosamente le porte del monastero sono soprattutto i figli e le figlie della Umma islamica. Quelli che ogni giorno ripetono almeno cinque volte, ad Allah grande e misericordioso, quell’affidamento alla misericordia divina senza il quale nessuno può piacere a Dio. Quando, sotto la tende dell’accoglienza, di fronte alla tavola imbandita di frutta e formaggio, gli chiesi se la sua visione non fosse troppo ingenua e rischiava di annacquare la differenza cristiana mi rispose con forza: «No! Io so che annuncerò fino alla fine l’Evangelo di Gesù. Ma so anche che, di fronte a me, un musulmano non si stancherà di annunciare, con la stessa intensità, la profezia del Corano. Qui, in mezzo ai credenti musulmani, ho imparato che l’unico mezzo per donare la propria vita per Gesù consiste nell’aiutare ognuno a essere un pellegrino di verità, non limitarlo all’interno del suo contesto, valorizzare la sua esperienza di Dio» .

“INNAMORATO DELL’ISLAM, CREDENTE IN GESÙ”

Non a caso, uno dei suoi ultimi libri porta il titolo Innamorato dell’Islam, credente in Gesù (Jaca Book). Padre Paolo, soprattutto dopo la sua espulsione dalla Siria, non ha nascosto il suo appoggio alla rivoluzione anti Assad, assumendo una posizione diversa dalle prudenze di chi teme una deriva fondamentalista della rivolta. Negli ultimi mesi prima del rapimento, di fronte all’evidente conflitto in atto nel mondo mussulmano tra sunniti e sciiti e al prezzo altissimo che i cristiani siriani stanno pagando, ho sentito nelle sue parole più sfumature e complessità. Nell’ultima intervista fatta, gli ho chiesto: «Cosa sogni per il cristianesimo siriano?». «Sogno una presenza di minoranza nel mondo musulmano, spiritualmente e teologicamente contenta di essere tra loro, di essere per loro, di essere con loro. Qui a Mar Musa scommettiamo su un cristianesimo orientale residuo, che non resti per tradizionalismo, reliquia residuale, ma per convinzione vocazionale: è il nostro privilegio. D’altronde, in Siria da quattordici secoli cristiani e mussulmani vivono insieme. E questa commensalità vorrà pur dire qualcosa!». «Come San Francesco a Damietta, insomma…». «Sì, in mezzo al divampare delle Crociate Francesco ha profetizzato il fallimento della soluzione militare e ha annunciato una via molto diversa per portare Cristo nella tenda del sultano. Sia chiaro, noi non siamo qui ‘in cerca di martirio’. Ci sentiamo molto vicini ai sette monaci trappisti dell’Atlante, che poi il martirio l’hanno effettivamente subìto, ma erano andati in Algeria per instaurare una relazione di amicizia e fraternità, in nome di Cristo, con i musulmani. Se solo sapessimo ammirare l’enorme lavoro di Dio in ogni uomo, in ogni tradizione, in ogni famiglia umana!».

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