La gloria di Dio è l’uomo vivente. Forse. Corpo e corporeo nei documenti del Sinodo

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Religion à la carte”. Cosi un poliedrico studioso francese ha definito il rischio del nostro tempo. In mondo segnato da confini incerti e dalla pluralità di fedi e di culture, al supermarket delle fedi molti hanno la tentazione di prendere quello che più gli aggrada e di scartare ciò che più li infastidisce. Per cui l’uomo contemporaneo rischia di essere, allo stesso tempo, un po’ cristiano ma anche un po’ buddista, un po’ mussulmano e, insieme, un po’ induista.

Chi custodisce il dialogo tra le fedi continua invece ostinatamente a sostenere che tutte le religioni sono importanti ma non tutte le religioni son uguali. Vi sono identità specifiche che danno valore a ciascuna fede. E dunque per noi – come per i credenti di tutte le fedi – la sfida è di mostrare la differenza. E dove sta la differenza cristiana? Nella vicenda di Gesù di Nazareth. Noi professiamo che Dio si è fatto carne, si è fatto corpo nella storia di Gesù.

Per questo la Chiesa, nel corso dei secoli, ha osato dire: è nella carne il principio della salvezza. Caro cardo salutis (Tertulliano) e, con Ireneo, «la gloria di Dio è l’uomo vivente». E per questo la Chiesa, nel corso della storia, ha combattuto eresie – come lo gnosticismo – che affermavano che la perfezione cristiana era la rinuncia all’intero ordine degli affetti. Ogni legame umano, tra uomo e donna, in ordine alla generazione era peccato; ogni partecipazione alla vita politica era indegna del cristiano… Una frattura tra creazione e redenzione che oltre ad essere disumana era certamente anticristiana. Tutto questo vale la pena ricordarlo perché è abituale in certi ambiti ecclesiastici dichiarare spregevole il mondo («noi non ci abbassiamo alle miserie del mondo») e, quasi di conseguenza, trattare uomini e cose che vivono nel mondo in modo duro e crudele. In nome di un presunto bene superiore o per la gloria di Dio a volte si distrugge la speranza di un cristiano. E così dimentichiamo Giovanni che ci ripete che il criterio dell’amore di Dio è l’amore fraterno, «come io vi ho amati».

L’ABISSO TRA REALTÀ PERCEPITA E IMMAGINE IDEALE

Mi è tornato in mente Tertulliano leggendo un articolo che Gilberto Borghi ha scritto per il blog che la rivista Il Regno ha tenuto aperto durante i giorni del Sinodo (http://ilregno-blog.blogspot.it/). Borghi, un emiliano arguto, ha cercato di leggere i testi del Sinodo a partire da ciò che da tempo forse sia il problema di fondo della fede di oggi, in tutti i suoi ambiti: in quale dimensione dell’uomo, un certo modo di vivere e pensare la fede ponga il baricentro su cui stare in piedi da credenti in questo mondo. In altre parole, il sinodo mostra una fede di testa, di cuore, di pancia, di spirito, o di relazione? I risultati trovati parlano da soli e ci svelano che la vera frattura non è certo quella che i giornali si affannano a sparare in prima pagina. Ma un’altra. La prima parte della “Relatio” (dove si cerca di descrivere la realtà effettiva della famiglia nel mondo, così come il sinodo l’ha percepita) mostra come il 19% delle parole in essa utilizzate hanno a che fare con la dimensione umana dello spirito. Il 23% invece attiene alla dimensione razionale volitiva. Il 32% alla dimensione relazionale. Il 16% a quella affettiva e appena l’8% a quella fisico corporea.
Nella seconda parte (dove si cerca di mostrare l’ideale cristiano della bellezza della famiglia, così come il Sinodo l’ha immaginata) invece i numeri sono molto diversi. Ben il 54% delle parole utilizzate hanno a che fare con la dimensione spirituale religiosa, mostrando una vera esplosione dell’attenzione alla trascendenza. La dimensione razionale e volitiva è rappresentata dal 15% delle parole, solo di poco in calo. Pure in leggero calo quella relazionale che si attesta la 26%. Mentre per le ultime due dimensioni si assiste ad un vero e proprio tracollo: quella affettiva, si riduce ad un misero 4,5%, e quella corporea sparisce completamente. Ora – si chiede Borghi – già così alcune considerazioni emergono da sole. Tradotte in alcune domande. Possibile che una fede in cui parliamo di resurrezione, incarnazione e cibarsi di un corpo risorto, possa produrre una visione della famiglia in cui la dimensione affettiva è marginale e quella corporea inesistente? Possibile che l’aggettivo sessuale compaia nel testo solo nella prima parte, solo tre volte, di cui due in senso negativo? La parola gioia compare 6 volte, ma solo due sono applicate alla condizione della famiglia, entrambe nell’ultima parte. Non compare mai la parola felicità e nemmeno piacere. Come hanno fatto i padri sinodali a descrivere la bellezza della famiglia cristiana, nella seconda parte, senza parlare di gioia, di felicità o di piacere? Ma soprattutto: Non si sono accorti dell’enorme, abissale, distanza tra la realtà percepita della famiglia e l’immagine ideale che ne hanno mostrata? «A questa ultima domanda, però, prima di analizzare la terza parte, mi sono risposto che sicuramente questa distanza era stata colta. E che nella terza parte (dove si mettono a fuoco indicazioni e problematiche pastorali che vogliono tentare di tradurre l’idealità della seconda parte nella condizione concreta della prima parte) i numeri mi avrebbero dimostrato un riequilibrio antropologico che avrebbe permesso di riavvicinare le prime due parti. Bene. I risultati della terza parte sono i seguenti: Spirituale religioso 47%; razionale volitivo 30%; relazionale 21%; affettivo 1,3%; corporeo 0%. Come volevasi dimostrare».
Il mondo reale della famiglia appare sulla scena del sinodo per un piccolo istante, poi svanisce. Le idee teologiche e gli assunti filosofici razionali occupano quasi tutto lo spazio. La vera frattura – scrive Borghi – è qui. Tra una realtà fatta di coniugi e figli che hanno baricentri bassi, a volte bassissimi e a volte inesistenti, che vivono più sentendo che pensando. E un sinodo che ha un baricentro alto, per alcuni padri anche altissimo, che pensa e sembra non sentire abbastanza.

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