Michele Serra ai giovani: «Imparate a usare la tecnologia senza farvi usare»

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Alle 20.30 il teatro Serassi di Villa d’Almè è gremito. Sul palco tredici sedie; una, al centro, riservata al grande ospite della serata, Michele Serra, le restanti dodici, disposte a semicerchio, destinate ad un gruppetto di giovani pronti ad incalzare, con le loro domande, il giornalista-scrittore. La serata è parte del ciclo di eventi “Molte fedi sotto lo stesso cielo”, promossa dalle Acli in collaborazione con il Comune di Bergamo e Unesco.
Michele Serra, giornalista, scrittore e intellettuale, con le sue celebri “Amache” è una delle firme più illustri di Repubblica. La sua ultima fatica letteraria “Gli Sdraiati” (edito nel 2013 da Feltrinelli) ha riscosso enorme successo, arrivando a vendere oltre 450mila copie. È proprio da brani tratti dal romanzo che i giovani interlocutori prendono spunto per le loro domande.
«“Gli sdraiati” mi ha messo nei pasticci – ha esordito Serra – da quando è stato pubblicato mi invitano a convegni, seminari, eventi sull’educazione o sulla formazione degli adolescenti per parlare di cose che non conosco. Io non sono un sociologo. Ho scritto il libro cercando di descrivere un problema che è la difficoltà di comunicazione tra un padre e un figlio inventati». Anche se, ammette, la figura del padre è abbastanza autobiografica.
«Nella sua generazione c’erano degli “sdraiati”? – gli chiede uno degli intervistatori- Ai miei tempi era più difficile essere “sdraiati”. Faccio un esempio: io e mio padre, la sera, guardavamo lo stesso telegiornale e litigavamo sentendone le notizie. Insomma, c’era un conflitto di idee, oggi sembra che non ci sia più nemmeno quello perché ogni membro della famiglia ha il suo computer, la sua televisione, il suo smartphone» e aggiunge: «Il “Noi” era più a portata di mano, era più collettivo. Era più facile crescere insieme e sentirsi parte della società. Il rischio era quello di scadere nel banale conformismo perché tutto era uno slogan, tutto faceva parte di quel grande kolossal di cui eravamo partecipi e spettatori».
In alcune divertenti pagine del libro, il padre ritrae magistralmente il figlio sdraiato inerme sul divano con le cuffie dell’mp3 nelle orecchie, la televisione accesa, il computer sulla pancia, il cellulare in una mano e nell’altra un libro di scuola. Alla vista del padre, il figlio mugugna “E’ l’evoluzione della specie”. «Uno della mia età, di fronte ad un ragazzo sempre connesso, si chiede: che cosa accade ai neuroni di questo povero ragazzo?» riflette Serra «Oggi si parla di “sindrome dello sguardo chino”: salendo sul pullman non riesci a incrociare lo sguardo di nessuno perché sono tutti intenti a maneggiare i loro accessori di nuova generazione. Ma quello che più mi imbarazza è vedere colleghi della mia età che usano Twitter e Facebook più dei ragazzi. Il giorno in cui voi giovani imparerete ad usare la tecnologia e non a farvi usare avrete vinto la grande sfida».
In un periodo storico in cui i giovani fanno sempre più fatica a trovare lavoro, a uscire di casa e, dunque, ad essere parte integrante di questa società, qualcuno si chiede se è necessario un passo indietro da parte degli adulti per agevolare dei passi avanti per i giovani. «Ammetto che c’è una certa persistenza in età attiva degli adulti, insomma abbiamo la tendenza a rimanere in mezzo alle scatole a oltranza» conclude lo scrittore con un invito ai giovani in stile Steve Jobs «Ma non deprimetevi, prendetela come una sfida. Mandate in pensione gente che è lì a scaldare il posto. Siate più energici! E poi, il futuro è vostro e arriverà il momento in cui dovrete pagarvi da soli la ricarica dello smartphone».

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