In Africa undici milioni di giovani diplomati, ma il lavoro non c’è

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Più di un giovane su 4 in Africa è senza lavoro. L’ultimo rapporto sugli Obiettivi del Millennio, da poco pubblicato dalle Nazioni Unite, fissa al 27,2% il tasso di disoccupazione per chi ha tra 15 e 24 anni. In molti Paesi la percentuale di giovani senza lavoro è doppia rispetto al dato medio nazionale e globalmente il 60% dei disoccupati africani è in questa fascia d’età. L’abbé Ambroise Tine, segretario generale di Caritas Senegal, autore di numerosi interventi sul tema, ha commentato questi numeri con il Sir.

Abbé Tine, si possono individuare cause generali dietro a questi dati o ogni Paese ha una storia a sé? 
«Il fenomeno è simile nei vari Paesi, è una sfida strutturale: il lavoro dei giovani in Africa è estremamente precario. La maggior parte di loro è impiegata nel settore informale senza protezione sociale, assicurazioni, contratti. Se vengono formati specialisti come ingegneri, infermieri, informatici, non ci sono poi occasioni d’impiego. Anche in campo agricolo molti non hanno accesso alla terra, all’acqua o a programmi di formazione. Infine, per ottenere un prestito spesso vengono richieste ipoteche, quando tante di queste famiglie non hanno nulla e questo ha conseguenze sulla possibilità di investire». 

Si può parlare di una mancanza di opportunità? 
«Le opportunità esistono: terra, acqua, risorse minerarie ci sono, ma sono sfruttate male dai governi. Servirebbero politiche d’investimento da parte degli Stati africani. Il fatto che manchino fa sì che i giovani vivano nell’angoscia e scelgano di partire per altri Paesi africani, per l’Occidente e anche per l’America Latina». 

È possibile anche che molti finiscano per essere attratti da movimenti armati o fondamentalisti? 
«Secondo l’ultimo rapporto della Banca mondiale ci sono 11 milioni di giovani africani diplomati che non trovano posto nel mercato del lavoro. Se a questo numero si aggiunge quello di chi non ha neanche una formazione, si capisce in quanti, spinti dalla disoccupazione e dalla povertà, potrebbero accettare qualsiasi cosa pur di vivere e sostenere le famiglie, compreso l’arruolamento in un gruppo guerrigliero o jihadista. Ancora una volta il compito di proteggere la dignità di questi giovani è dei governanti africani: devono prendere in mano il destino del continente e impegnarsi a favore di grandi progetti strutturali che possano creare occupazione! Altrimenti vedremo la nascita di agitazioni sociali che sempre più potrebbero fare da bacino di reclutamento per movimenti terroristici». 

Cosa impedisce ai governi africani di lanciare queste politiche? 
«Una visione del potere che potremmo definire ‘precaria’: chi è al governo sa che dovrà lasciarlo dopo pochi anni, per cui spesso si preoccupa di più di ammassare denaro per sé che di investire a favore di tutti. Da qui deriva anche il fatto che le risorse naturali dell’Africa siano date in pasto a società multinazionali che tengono per sé l’80%-90% dei ricavi. E il 10% che resta agli africani finisce a una percentuale minima della popolazione». 

Chi può intervenire per cambiare questo stato di cose? 
«La ‘massa critica’ dell’Africa deve mobilitarsi, gli intellettuali devono prendere a cuore il tema del controllo dei bilanci statali, in modo che le risorse dei vari Paesi vadano davvero a beneficio delle popolazioni. Sono gli africani a dover difendere i loro interessi in prima persona». 

In questo quadro quale potrebbe essere il ruolo delle religioni, in particolare Cristianesimo e Islam? 
«Tra gli attori della ‘massa critica’ vanno citati anche i religiosi. I leader musulmani e cristiani devono impegnarsi a far sì che il mondo politico rispetti la dignità dell’uomo e le richieste della società vengano prese in conto dai governanti. Lo stesso devono fare le altre realtà della società civile. Anche quei privati che vogliono essere considerati patrioti dovrebbero mobilitarsi perché il fenomeno della disoccupazione sia contenuto…».

Più in generale, su questo piano è possibile un vero partenariato tra il Nord e il Sud del Mondo? 
«Dopo l’ultima crisi finanziaria si è visto che il mondo è veramente un’unica famiglia: la disoccupazione è orribilmente alta anche in Paesi come la Spagna, il Portogallo, l’Italia, la Turchia. La causa sta in un’economia che non cerca lo sviluppo, ma il profitto… Servirebbe un vertice a livello mondiale per arrivare a costruire un sistema che si basi veramente sullo sviluppo dell’Uomo».

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