Dall’Africa a Bergamo: diciamo no al terrorismo, sì alla fede, all’incontro, all’amicizia

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Dall’Africa a Bergamo: la comunità africana francofona si è costituita nel 2009 con l’arrivo in diocesi di don Mathieu Malick Faye, sacerdote senegalese che si occupa della pastorale dei migranti africani di lingua francese. Ed è proprio lui a raccontarci le difficoltà ordinarie di molti suoi fedeli, tra crisi e mancanza di lavoro, ma anche la voglia di essere comunità, di tramandare le tradizioni dell’Africa alle nuove generazioni per non disperdere il patrimonio culturale dei loro paesi di origine e renderli consapevoli di ciò che sono. Un lavoro sotterraneo, spesso invisibile, ma estremamente importante.

Anche alla luce dei recenti avvenimenti in Francia, dove a indossare i panni dei terroristi sono stati proprio ragazzi immigrati di seconda o terza generazione.

Don Faye, da quante persone è composta la comunità francofona africana di Bergamo?
«Da circa 50 persone, che vengono da diverse parti dell’Africa, ma soprattutto dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dal Togo, dal Burkina Faso, dal Congo e dal Camerun. Le culture sono dunque diverse, ma quello che le accomuna è la lingua: per questo motivo celebriamo la Messa in francese ogni quarta domenica del mese alla Chiesa di San Giuseppe a Seriate. Da quest’anno abbiamo cambiato metodo, ossia cerchiamo di andare nelle parrocchie dove si trovano i nostri fedeli: ad esempio andremo a Cisano Bergamasco, a Ponteranica e a Gandino».

Quali sono le difficoltà principali che riscontra parlando con i suoi fedeli?
«Il problema principale è soprattutto quello legato alle condizioni economiche: pensi che per la prova dei canti per la giornata dei Migranti alcuni mi hanno detto di non avere i soldi per il biglietto dell’autobus. A causa della crisi molti dei nostri fedeli si trovano dunque in gravi difficoltà. La seconda questione che cerchiamo di affrontare riguarda il livello della fede, ossia fornire loro gli strumenti per poter pregare in famiglia. La nostra comunità è composta principalmente da nuclei familiari e per questo motivo diventa importante pregare all’interno della famiglia: su questo punto insisto molto e cerco di fare tutto il possibile. Internet in questo senso è uno strumento utile, perché così posso segnalare loro le preghiere o i canti da stampare. Per i bambini, inoltre, cerchiamo di insegnargli la lingua del loro paese di origine: ormai con loro è quasi più facile parlare in italiano, ma è importante che imparino la lingua del paese (il francese, ma anche il wolof, la lingua parlata in Senegal) affinché possano comunicare con i parenti che sono rimasti là. È un legame molto importante che non va spezzato: in quest’ottica ho chiesto ai genitori di scrivere delle storie tipiche dei loro paesi, quei racconti che vengono tramandati dai nonni di generazione in generazione, per poi tradurli in italiano e farli leggere ai bambini. Anche questo è cultura e per me è importantissima».

Come avete vissuto i recenti avvenimenti in Francia, un paese con cui la sua comunità mantiene un legame molto stretto?
«Sono molto dispiaciuto di quanto avvenuto a Parigi, anche perché quei misfatti hanno gettato discredito sulla figura dell’immigrato. Non siamo così e rigettiamo il terrorismo con forza, perché è una cosa disastrosa. Tutta la comunità africana francofona di Bergamo ha seguito quei tragici eventi in maniera diretta, anche perché molti ragazzi seguono la tv francese, e molti hanno chiamato i loro parenti in Francia per avere notizie e per sapere se stavano bene. Il fatto che uno dei terroristi, Coulibaly, fosse africano ha suscitato ancor più amarezza nella nostra comunità: non avrebbe mai dovuto prendere quella cattiva strada».

Il terrorismo islamico è un problema che riguarda anche il continente africano. Boko Haram la preoccupa?
«Boko Haram sta distruggendo la Nigeria, in un solo giorno ha causato oltre 2.000 morti. Perché? Come può un uomo far tanto male ai suo fratelli? Ora Boko Haram è penetrato anche in Camerun, perché le frontiere là non sono così ermetiche e sorvegliate, ma questo rappresenta un fatto che ci preoccupa molto. Occorre trovare una soluzione comune per aiutare l’Africa e forse servirebbe anche l’aiuto della comunità internazionale».

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