Profughi dall’Africa: ora in città come volontari ripuliscono le strade della Malpensata

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Sono quattro giovani, vengono da Pakistan, Mali, Nigeria e Gambia, sono profughi di guerra con storie difficili e travagliate e una gran voglia di lasciarsele alle spalle. Storie di soprusi, di violazioni dei più banali diritti e di disperazione. Ma nei loro occhi scuri brilla la luce della speranza e quel desiderio di riscatto e di una svolta.
Vivono a Bergamo da alcuni mesi, sono ospiti nelle strutture dell’ex Casa di riposo del Gleno e sono alla ricerca di un lavoro regolare che possa garantire loro un futuro sereno nel nostro Paese. Grazie a un protocollo di volontariato firmato da Prefettura, comuni e Caritas hanno iniziato in questi giorni a prestare servizio volontario per la pulizia e la manutenzione di parchi, piste ciclabili e strade della nostra città e provincia. Un programma dai risvolti sociali significativi e profondi, come spiega don Claudio Visconti, presidente Caritas Bergamo: «Rimanere inattivi durante il giorno, dato che si tratta di ragazzi poco più che ventenni e in piena salute, sarebbe compromettente per loro e per il loro futuro. Inoltre, per noi bergamaschi spesso chiusi e coi cuori pieni di diffidenza e pregiudizio, vedere che le persone che ospitiamo si danno da fare per la comunità e hanno voglia di mettersi in gioco gratuitamente, è un motivo per aprirsi in modo più dolce all’accoglienza».
C’è di più: i ragazzi, che già frequentano la scuola di italiano, hanno così la possibilità di approfondire la conoscenza della lingua stando a contatto con la popolazione. Una sorta di «do ut des» che porta un arricchimento per tutti, apre al dialogo e migliora la qualità della vita collettiva e individuale. Sono in tutto 950 i profughi accolti dal 21 marzo a oggi nella nostra provincia, come spiega Bruno Goisis, presidente della cooperativa Ruah: «Di questi, 450 sono rimasti qui, gli altri sono partiti per i Paesi nordici. Oggi in città sono in tutto 83 e, fra loro, 50 hanno aderito subito al progetto offrendosi volontari».
Abbiamo avuto la fortuna di conoscere quattro di loro, che si adoperano per la pulizia del quartiere della Malpensata muniti di scope e bidoni della spazzatura. Sono Djawara, Mamadou, Mohammed e Boubacar. Parlano solo un timido francese, sono poco più che maggiorenni ma il loro vissuto, quello che trapela dalle poche parole che riusciamo a scambiare, è già molto pesante. Djawara è arrivato in Italia insieme a Mohammed: il loro paesino, a nord del Mali, era in guerra con i ribelli.
«Quando sono arrivati i ribelli – dice – la polizia ci ha consigliato loro di partire: siccome sequestravano i documenti e i più giovani li arruolavano di forza, siamo scappati». Con una jeep sono partiti viaggiando per quattro giorni fino all’Algeria, senza una goccia d’acqua in mezzo al Sahara. Una volta giunti in Algeria, hanno trovato piccole occupazioni come muratori ma era molto dura trovare un impiego duraturo. Una volta arrivati in Libia hanno trovato la guerra, si sono fermati due mesi ma, continua Djawara «La tensione era perenne. La polizia ti prendeva e ti metteva in prigione, non tollerano i neri. Noi siamo stati fortunati, la polizia una notte ha fatto irruzione e ci ha condotti su un battello militare italiano».
Dopo quattro giorni di viaggio nel Mediterraneo, il 18 luglio 2014 sono arrivati, esausti ma salvi, sulle coste di Siracusa grazie all’operazione Mare Nostrum. Su un altro battello sbarcato sulle stesse coste siciliane erano anche Mamadou e Boubacar: «Mio papà – dice Mamadou – era un commerciante di prodotti cosmetici femminili in Mali, ma gli jihadisti non amano questo tipo di commercio, così ci hanno bruciato il negozio. Mia mamma è morta nel 2012 e io sono stato ospitato da una famiglia di compaesani. Non ho notizie di mio padre, immagino che sia stato ucciso dagli jihadisti». Tanta disperazione non ha fatto perdere a Mamadou la speranza di un futuro migliore: «Sono partito verso il Burkina Faso, a piedi o con mezzi di fortuna, poi sono arrivato in Niger. Ho trovato un uomo che mi ha aiutato nel viaggio in cambio di lavoro quotidiano, eravamo in trentacinque persone su un’utilitaria con un cassone». Nel viaggio attraverso il Sahara durato una settimana, non c’era cibo né acqua e quattro persone hanno perso la vita. «Arrivato in Libia ho subito più volte i saccheggi dei banditi». Il giorno della paga, il padrone che li aveva accompagnati in Libia li ha pagati, ma poi è successo un imprevisto improvviso: «Sono arrivati a casa i poliziotti- dice Mamadou -ci hanno picchiati e portati in prigione. Una cella di due metri quadrati per una settimana senza darci cibo». Poi, una notte come tante altre ma che avrebbe cambiato per sempre il corso della loro vita, anche loro sono stati caricati a forza su un battello, senza sapere dove sarebbero andati. La nave italiana li ha strappati a un destino di morte certa.

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