Soffia ancora lo spirito di Assisi. Oltre il fondamentalismo e l’indifferenza

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«Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!».

C’ero anch’io quel giorno. Era il 24 gennaio 2002 e queste furono le parole con cui Giovanni Paolo II concluse l’impegno comune delle religioni per la pace, atto finale della Giornata di preghiera per la pace, nella piazza della basilica inferiore di san Francesco ad Assisi, alcuni mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle.
Nella città di san Francesco, simbolo di tolleranza e crocevia delle fedi, il Papa – dopo lo storico incontro del 27 ottobre 1986 e la giornata del 10 gennaio 1993 mentre infuriava la guerra nei Balcani – Wojtyla richiamò di nuovo i rappresentanti delle religioni del mondo per pregare insieme per la pace. Ricordo le parole appassionate del vecchio papa: «E’ doveroso, pertanto, che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammantarsi di religiosità, facendo addirittura appello al nome sacrosanto di Dio per offendere l’uomo. L’offesa dell’uomo è, in definitiva, offesa di Dio. Non v’è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell’uomo sull’uomo».
Lo “spirito di Assisi” (così fu chiamato dallo stesso Giovanni Paolo II) rappresenta la fase finale di un lungo cammino che ha visto la Chiesa cattolica (a partire dal Concilio Vaticano II) maturare la consapevolezza che “germi di verità” sono presenti in tutte le fedi religiose. Dopo il Concilio, il dialogo è il nuovo atteggiamento della Chiesa verso le religioni. Questo non significa mettere tutte le religioni sullo stesso piano. Significa però riconoscere che oggi più che mai occorre percepire che la mia “verità” deve fare i conti con la verità dell’altro e rispettarla, che la mia “unicità” deve tener presente l’unicità dell’altro. Anzi, occorre abituarsi a considerare l’alterità come occasione di comunione, non come pretesto di scomunica e di violenza. Quale verità è mai quella che accetta di essere diffusa e propagandata dalla violenza? O nutrita dal disprezzo e dalla denigrazione del diverso? «La verità scissa dall’amore non è Dio, ma diventa un idolo che non bisogna amare né adorare», ha scritto Pascal.

TRA IDENTITÀ E DIFFERENZA

I giorni che abbiamo alle spalle hanno riproposto con forza la verità di queste parole. Lo sappiamo: per vivere appieno il nostro presente e il nostro futuro, è indispensabile, da un lato, conoscere più e meglio le religioni “altre”, cercando di evitare i ricorrenti pregiudizi e i facili pressapochismi; e dall’altro, educarci pazientemente al confronto e al dialogo interreligiosi. Non sarà agevole, certo, aprirci con sincerità alle parole religiose altrui: occorrerà innanzitutto un cambiamento di mentalità, un’apertura alle ragioni degli altri, una conoscenza diretta a partire non solo da un’informazione e documentazione maggiori ma anche dall’incontro nella quotidianità, nello scambio interpersonale, nel racconto vicendevole delle rispettive esperienze di fede. Occorrerà tempo, coraggio, disponibilità: “normalmente” la diversità, e dunque anche la diversità religiosa, ci fa paura, ci crea un evidente disagio, perché la percepiamo come un’oscura minaccia alla nostra identità e spesso non possediamo gli strumenti per rielaborarla positivamente in vista di quella che un grande profeta del nostro tempo, “don” Tonino Bello, chiamava felicemente la “convivialità delle differenze”.

OLTRE IL FONDAMENTALISMO E L’INDIFFERENZA

Per ritrovare un vero dialogo tra le grandi religioni, bisogna superare i due grandi nemici che lo minacciano, e cioè il fondamentalismo e l’indifferenza. Il primo è la risposta sbagliata a un problema reale, quello che deriva dall’appiattimento, nel mondo globalizzato, di tutte le identità spirituali e culturali. Il fondamentalismo – che non è solo islamico – reagisce a questa omologazione con un ritorno letterale alle proprie radici e denunciando come un tradimento ogni sforzo, da parte di altri credenti della stessa fede, di confrontarsi con posizioni diverse e con la modernità. L’altro grande nemico è l’indifferenza. Essa ha lo stesso effetto del fondamentalismo: uccide il dialogo tra i diversi, non chiudendoli, come quello, in una reciproca, incomunicabile separazione, ma azzerandone le identità. È quello che accade oggi spesso nei paesi occidentali, compreso il nostro. La polemica sui crocifissi in classe, esplosa qualche tempo fa, nasconde, più in profondità, l’idea che il rispetto delle credenze altrui, comporti la rinunzia, da parte di un popolo, alle proprie tradizioni religiose e culturali. Perché è evidente che, molto più del crocifisso, nelle nostre scuole può risultare estraneo a un musulmano o a un indù lo studio della Divina Commedia, o della storia dell’arte occidentale, tutta intessuta di teologia cristiana. Bisogna allora eliminare dalle aule queste espressioni della nostra civiltà? Per rispondere, proviamo per un momento a collocarci al di fuori del nostro paese. Chiediamoci: sarebbe corretto pretendere che in India venissero cancellate tutte le tracce pubbliche della tradizione induista, per evitare di offendere i cristiani che vivono là? E veramente questo mimetismo favorirebbe il sereno confronto tra le diverse religioni? Crediamo che il buon senso spinga a dare ad entrambe queste domande una risposta negativa.

FARE I CONTI CON LE PROPRIE RADICI

La convivenza tra le religioni, nel mondo globalizzato, può venire solo dalla capacità di dialogare (contro il fondamentalismo) non malgrado, ma grazie alle diversità che le distinguono (contro l’indifferenza). Bisogna essere se stessi, per essere capaci di ascoltare gli altri e avere qualcosa da dire loro. Forse è proprio questa scarsa consapevolezza delle proprie radici cristiane (che non significa doverle brandire ideologicamente come una forma – vuota e ideologica – di identità) che rende difficile all’Occidente un confronto più sereno con le altre civiltà. Su questa strada c’è molto da fare. Ma ne vale la pena.

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