8 marzo. La storia di Parvina, in Tajikistan, dove le donne sono ancora un “genere minore”

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8 marzo. Una giornata in cui viene spontanea una riflessione che, per la verità, andrebbe fatta più spesso: cosa significa oggi nel mondo essere donna. La storia di Parvina Gulyamova, una ragazza di 25 anni che vive a Dushanbe, capitale del Tajikistan, mostra come, al di là della retorica e dei luoghi comuni, non si sia persa la necessità di tutelare un genere ancora molto discriminato.
In Tajikistan, infatti, gli abusi ai danni di donne e ragazze rappresentano un fenomeno a tal punto diffuso che la metà delle donne  è convinta che la violenza di un marito contro la moglie possa essere tollerata. I livelli di violenza nel paese stanno sono alti soprattutto nelle zone rurali. Un terzo delle donne è regolarmente soggetto a forme di soprusi domestici fisici, psicologici, economici e sessuali. “Di conseguenza – spiega Parvina – è difficile riconoscere come fattori di disuguaglianza quegli atteggiamenti che vengono taciuti e disconosciuti in quanto giustificati dalla consuetudine sociale”. Spesso le donne tagike sono economicamente dipendenti dalla famiglia dei loro mariti e soffrono un trattamento severo non solo dai loro uomini, ma anche dalle suocere. “I valori della tradizionale famiglia tagika – continua Parvina – impongono sempre più discriminazioni per le donne, limitando la loro identità alla figura di moglie e madre, o costringendole a lavori pesanti e paghe misere”.
Dal 1993, con la Convenzione per la fine di tutte le discriminazioni contro le donne, è stata adottata una legislazione per promuovere l’uguaglianza di genere ma, nonostante queste disposizioni, diversi tipi di violenza domestica e discriminazione rimangono presenti in gran parte del Paese. L’accesso delle donne all’istruzione per esempio. Spiega Parvina: “Le ragioni sono più d’una: strani stereotipi che hanno l’effetto di confinare le ragazze a ruoli sociali in cui la bellezza, la cura della casa, la crescita dei figli sono considerate le uniche qualità per una donna. La religione poi è molto sentita e promuove pratiche d’ineguaglianza come il controllo sulla vita sociale della donna. La povertà inoltre rimane la più grande barriera per l’istruzione femminile. Infine i bambini, soprattutto le femmine, vengono considerati una risorsa come forza lavoro, e anziché andare a scuola faticano nelle piantagioni di cotone. Tutto ciò contribuisce a diminuire l’accesso all’istruzione”. Ma le disparità invadono tutti i settori della società e della quotidianità: “solo a scuola le ragazze indossano l’uniforme- racconta Parvina -Eccetto le rare aree urbane, le donne non possono indossare abiti moderni. Oggi le donne tagike indossano l’abito tradizionale” (lo possiamo vedere nelle fotografie ndr). Molte ragazzine si vengono date in spose in età adolescenziale, nonostante la legge lo vieti: “Dal 2010, una legge ha stabilito che uomini e donne devono avere 18 anni per sposarsi- spiega Parvina -Ma in pratica il matrimonio fra minori è molto comune. Dato che le coppie non possono registrare un matrimonio nel quale una delle due parti è minorenne, per molti di essi c’è un leader religioso locale che officia la cerimonia. In seguito, senza un certificato registrato, la sposa ha quindi meno diritti agli occhi della corte”. Dal 2011 Parvina lavora con Cesvi, che si batte in tutto il mondo per la tutela dei diritti fondamentali. Nel distretto di Khovaling, nella regione di Khatlon, la zona sud occidentale del Tagikistan, Cesvi ha avviato il Progetto “No More Violence” per ridurre la violenza contro le donne, in particolare quella domestica. “Abbiamo fondato anche Centri di sviluppo delle donne- spiega Parvina –cioè cooperative femminili e piccole imprese che valorizzano i talenti: per la lavorazione delle verdure ad esempio, o dei semi per l’olio o il cotone. Il progetto, della durata di tre anni, mira a costruire una comunità femminile che sappia riprendersi la sua identità e dignità. Mira a creare un ambiente socioeconomico in cui le donne godano di una maggior protezione, soprattutto casalinga. Parvina spiega: “Si organizzano corsi di formazione specifici e training rivolti alle donne per migliorare le loro competenze in ambito gestionale e organizzativo. Inoltre, coinvolgendo le comunità e le istituzioni locali, si creano delle reti di sostegno per le donne vittime di soprusi e si costruisce una strategia comune di risposta alla violenza domestica”.

 

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