Da Philadelphia al Sinodo: «Non possiamo condannare i giovani perché vivono nel mondo di oggi, bisogna incoraggiarli ad essere audaci nelle scelte»

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«Una caratteristica dei grandi personaggi – lo avevo già visto seguendo i viaggi di Giovanni Paolo II – è quello di saper parlare a tutti, a prescindere dalla loro condizione e dalle proprie origini. Francesco è entrato nei palazzi del potere americani senza restarvi prigioniero. Dopo essere stato alla Casa Bianca e al Congresso, è andato in una parrocchia di Washington a incontrare i senzatetto, dopo il discorso all’Onu si è recato in una scuola di Harlem e si è intrattenuto con bambini e ragazzi». Enzo Romeo, caporedattore vaticanista del TG2, ha seguito come inviato il viaggio di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti e ha osservato da spettatore privilegiato il successo di questa missione nella quale Bergoglio, anch’egli “figlio di questo grande continente”, è rimasto sempre se stesso. Conquistando il Grande Paese, il Pontefice si è imposto come unico vero leader globale. «Durante il suo decimo viaggio apostolico il Santo Padre ha stretto le mani dei potenti ma ha cercato gli umili, tenendo insieme questi due poli, il polo dei vertici e delle stanze dei bottoni e quello invece di chi vive la sua quotidianità, ed è alle prese con gli affari di tutti i giorni», precisa Romeo, nato a Siderno, in provincia di Reggio Calabria nel 1959, che ha raccontato i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco e da inviato è stato su alcuni dei principali fronti di tensione e teatri di politica internazionale degli ultimi decenni.

Fidel Castro, uno degli ultimi superstiti di una generazione di leader che hanno cambiato il mondo, e Jorge Mario Bergoglio, il Papa latino venuto dalla fine del mondo. È stato l’incontro di due rivoluzionari?
«Sì, ma la rivoluzione di Castro non è la rivoluzione di Cristo. Il Dio dei cristiani è un Dio che lascia liberi, sempre. Non si può dire lo stesso del regime castrista. Detto questo, l’incontro tra Fidel e Francesco è stato quello tra due icone dell’America Latina, due miti viventi di quel continente».

L’incontro tra “The frugal Pope” come il Pontefice è stato ribattezzato dalla Cnn, “Qui come figlio di migranti” e Barack Obama alla Casa Bianca, “Lei è il Papa della speranza”, dimostra come il dialogo sia capace di trasformarsi in negoziato politico. È merito del “soft power” di Bergoglio?
«Francesco sarà anche un Papa “low cost”, come ha ironizzato qualcuno, ma non è un papa “low profile”. La sua umiltà, il richiamo alla sobrietà, l’attenzione agli ultimi sono un richiamo severo e una sfida impegnativa per tutti. La credibilità personale è condizione importante, forse decisiva, per dare forza all’impegno diplomatico… Oggi non basta parlare “ex cathedra”, bisogna testimoniare “extra cathedra”».

“Io e i miei amici ci vogliamo bene, senza porre importanza al colore della nostra pelle”, firmato Sophie Cruz. Una bimba di cinque anni figlia d’immigrati messicani ha recapitato una lettera nelle mani del Papa nel corso della parata al National Mall di Washington. Qual è il significato profondo di questo gesto in un momento particolare come questo?
«Sophie è figlia di genitori immigrati senza documenti. La sua letterina dice quello che Francesco ha ripetuto in molti suoi discorsi durante questo viaggio. Soprattutto in quello rivolto alla comunità ispanica e ai gruppi d’immigrati che ha incontrato nel Parco dell’Indipendenza di Washington, davanti alla casa dove fu firmata la Costituzione degli Stati Uniti, che proclamò la pari dignità di tutti gli uomini. Un diritto che oggi va ribadito, anche di fronte al grande esodo migratorio cui stiamo assistendo».

Nel discorso al Congresso degli Stati Uniti riunito in seduta comune, Papa Francesco ha invocato politiche di accoglienza, impegno contro le disuguaglianze, “questa è la terra dei liberi, non temiate gli stranieri”, e la lotta al cambiamento climatico. Quale testimone diretto di questo evento, che reazioni ha percepito in generale?
«Il Papa ha raccolto applausi da tutti, anche se nel Congresso molti rappresentanti repubblicani hanno idee ben diverse dalle sue, specie in tema di accoglienza agli immigrati. I media e l’opinione pubblica sono sembrati entusiasti di Francesco, che però durante il volo di ritorno ha precisato che a lui non interessa esser considerato una star. Il Papa è il servo dei servi di Dio, ha detto».

Un grido a difesa dell’ambiente e dei poveri. È stato questo il discorso di Bergoglio tenuto al Palazzo di Vetro di New York dinanzi all’assemblea generale dell’Onu, in platea anche Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del premio Nobel per la pace. Un monito affinché non si apra il “vaso di Pandora della guerra” e l’Onu non deroghi “all’infaticabile ricorso al negoziato”. È il manifesto di Francesco al Pianeta?
«È il tema sviluppato ampiamente nella “Laudato sì”. Salvaguardia del creato e inclusione sociale per Bergoglio sono questioni interconnesse e cruciali. Se non si risolve una, non è possibile venire a capo dell’altra e se non si mette mano a entrambe, secondo il Papa è a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità».

Nei suoi discorsi il Santo Padre ha citato quattro personaggi: Abramo Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton. Quali sono stati i temi ricorrenti?
«I primi due sono noti a tutti noi, per la Day e Merton molti congressisti saranno andati a navigare su internet per saperne qualcosa in più. Si tratta di due grandi testimoni cattolici del secolo scorso, la prima attenta ai lavoratori e ai meno abbienti, il secondo uomo di dialogo e apertura. Due esempi di una Chiesa aperta a tutti, quella che piace a Francesco».

Si sta facendo tanto per rispondere alle necessità delle famiglie. Vi chiedo di pregare per esse, come pure per le decisioni del prossimo Sinodo sulla famiglia”. Durante l’incontro mondiale delle famiglie a Filadelfia, il Santo Padre ha voluto rilanciare il tema del prossimo Sinodo dei vescovi a pochi giorni dall’inizio in Vaticano, e che proprio sulla famiglia vedrà un confronto decisivo tra riformisti e conservatori?
«Il discorso fatto ai vescovi convenuti a Filadelfia per l’incontro delle famiglie è stato, di fatto, un preambolo al Sinodo. Per la Chiesa il matrimonio è una grazia ma non si può ignorare la profonda trasformazione della società che coinvolge credenti e non credenti. La cultura dominante stimola le persone a credere che non ci si possa legare a niente e a nessuno, si cerca di coprire la solitudine con i “mi piace” e i followers sui social network. Ma possiamo “scomunicare” i giovani perché vivono in questo mondo? Bisogna piuttosto stimolarli a essere audaci nella scelta del matrimonio e della famiglia. La Chiesa più del rigore delle norme deve essere capace di un rigore degli affetti, sull’esempio di Gesù che ha saputo parlare anche alla samaritana che conviveva con cinque uomini diversi. Questa la riflessione di Bergoglio; vedremo ora come risponderanno i padri sinodali. Filadelfia è stata la città più blindata dal punto di vista della sicurezza, a Cuba era tutto tranquillo, anche New York era blindata, ma la città è abituata a questo e ad altro e la gente ormai non ci fa più caso. A Filadelfia invece veniva messo in risalto questo aspetto, il centro era completamente isolato, avevano messo i blocchi di cemento in mezzo alle strade».

A suo giudizio quali sono stati i momenti più emozionanti della missione?
«Credo la visita a Ground Zero. Durante l’incontro interreligioso all’interno del Memorial di Ground Zero, alla presenza dei rappresentanti di fede ebraica e musulmana, la partecipazione era profonda perché c’è stata questa lunga preghiera silenziosa di ognuno. Ricordo l’abbraccio tra il giovane Iman e il giovane rabbino, poi alla fine c’è stato un applauso liberatorio… Ma tutta la visita pastorale è stata un condensato di emozioni, penso ai tanti incontri personali, soprattutto quelli con la gente qualunque. Per esempio, per quanto riguarda la passeggiata di Bergoglio a Central Park, oltre 80mila persone hanno seguito il corteo papale attraverso il parco, la cosa che impressionava era il fatto che ore e ore prima, si erano formate lunghe code di gente che doveva passare attraverso i metal detector, perché aspettava di entrare all’interno del parco che era stato chiuso. Le persone avevano il biglietto per poter stare ai bordi della strada e attendere la papamobile con il Santo Padre. Questo dà anche la misura dell’attesa della gente, ferma pazientemente in fila per vedere Papa Francesco solo per un attimo».

Il viaggio più lungo del Pontificato, già definito storico da molti osservatori. Si aspettava un simile successo?
«Credo di sì, ricordo che anche Benedetto XVI ebbe un’accoglienza molto calorosa. Noi abbiamo un’immagine dell’America come quello di un Paese consumista, basato sul Dio denaro, il che è vero ma questa è solo una parte della verità. Gli Stati Uniti sono una nazione dove a cominciare dalla Costituzione, c’è un forte spirito religioso che viene vissuto in modo diverso da noi. Nell’America profonda, più che nelle grandi città, c’è una grande dimensione della fede. Ogni discorso che si fa negli Stati Uniti termina con “God bless America”. In ogni banconota si legge “in God we trust”. Quindi non mi sorprende l’accoglienza che può avere un Papa, che sia Ratzinger o che sia Bergoglio. Certo, Papa Francesco con il suo modo di fare ha un elemento in più che rende possibile questo successo. Però va al di là del personaggio quell’accoglienza».

La vaticanista Valentina Alazraki ci ha rivelato che Papa Francesco durante il volo di andata di ogni viaggio, saluta personalmente ciascun giornalista. Possiamo chiederle cosa ha detto a lei il Pontefice?
«Un semplice saluto, ma sono stato io a chiedergli qualcosa. Cosa? È top secret…».

 

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