Una nuova intolleranza. I temi alla moda non si possono discutere. A proposito di Foresto Sparso e del suo parroco

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A Foresto Sparso c’è un parroco, don Davide Nembrini, nel mirino per aver scritto, sul bollettino parrocchiale, di una “nuova gravissima iniziativa per insegnare ai nostri figli fin dalla più tenera età le tendenze lesbiche, gay, bisessuali, trans” secondo le direttive dell’Unar; il parroco snocciola una serie di attività promosse nelle scuole e conclude il suo scritto invitando il cristiano “a farsi sentire”. La polemica è esplosa: molti abitanti del paese, sulla piazza reale o in quella virtuale, si smarcano, accusano il parroco di avviare una caccia alle streghe, l’inserto locale del Corriere ne fa un “caso”, i bollettini incriminati spariscono misteriosamente dalla chiesa. Niente di nuovo sotto il sole.

PROIBITO DISCUTERE

Le parole di don Nembrini sono più o meno condivisibili, più o meno appropriate, opinabili fin che si vuole; ma il punto non è se il parroco abbia ragione, ma se ha diritto, come uomo e come prete, di esprimere la propria posizione. È inutile negare che il problema dell’identità individuale, delle inclinazioni personali e dei diritti esista: affrontarlo con una crociata sarebbe sciocco, molto più saggio è discuterne, purché però sia legittimo. Non so se la “gravissima iniziativa” sia davvero allarmante: di certo lo è la cappa opprimente che si respira intorno a certi temi. Il timore, sempre più fondato, è che si vada verso il dominio di un pensiero unico che impone come bisogna pensare e cosa si deve dire: chi non si accoda, chi non si uniforma, chi non accetta i nuovi dogmi secolari è automaticamente ostracizzato dal pubblico dibattito, additato come un retrogrado e un oscurantista. Le parole di don Nembrini non vanno nemmeno prese in considerazione: sarebbe già troppo. Quello che importa è subito prenderne le distanze, accusarlo di ignoranza e omofobia, zittirlo con frasi ad effetto come “da quando l’amore, in qualunque forma sia, è un problema?”.

A PROPOSITO DI GIULIETTA E ROMEO DIVENTATI GIULIETTO E ROMEA

Ma è così scandaloso dire che rispettare la diversità non significa negarla, né trasformarla necessariamente in modello da imitare? È così bigotto far notare che la questione dell’identità individuale è un po’ più seria di come vorrebbe affrontarla certa retorica imperante? L’allarmismo del parroco è poi così ingiustificato? Da anni, all’estero e in Italia, si sono cominciati a stravolgere persino i capolavori della letteratura e le fiabe dei bambini, sostituendo a Giulietta Giulietto o a Romeo Romea; a Trieste, qualche mese fa, si scoprì che il Comune aveva finanziato un progetto per il quale i bambini dell’asilo (3-4 anni) si sarebbero dovuti travestire – i maschi da femmina, le femmine da maschi – per “verificare le loro conoscenze su cosa voglia dire essere maschi e femmine, rilevare la presenza di stereotipi di genere e offrire un punto di vista diverso da quello tradizionale”; anche l’ultima riforma della scuola comprende un controverso passo (comma 16) che sembra recepire l’assunto di base dei gender studies – la distinzione di genere è puramente convenzionale –, tanto che il ministro Giannini, dopo le polemiche, ha accettato di modificarlo.

DOVE STA L’INTOLLERERANZA

Tutto questo è assolutamente normale, giusto e sacrosanto. Ogni obiezione è respinta in partenza. Il problema è di chi non capisce, come il parroco di Foresto Sparso. Ma è più intollerante chi critica o chi impedisce di criticare?

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