Mostafa, musulmano a Bergamo: a Parigi hanno ucciso anche i miei amici. Il terrorismo non c’entra con l’Islam

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Nel continuo fluire di informazioni in rete a proposito dell’attentato a Parigi di quattro giorni fa si fatica ad ascoltare le voci dei musulmani moderati, addolorati e sconvolti quanto noi e forse, se tendiamo un po’ orecchi e cuore, di più. È una tesi forte e poco digeribile, ma quante considerazioni di pancia si sono sentite o lette in questi giorni? Siamo stati messi di fronte a uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam, dove è ben chiaro chi deve vincere. Ma come si sentono i musulmani quando accadono atti di terrorismo con l’Islam come vessillo? Cosa ne pensano? L’abbiamo chiesto a un musulmano che lavora nella parrocchia di Longuelo come factotum ormai da due anni, e proprio allo stadio di Parigi ha perso quattro suoi giovani conoscenti.
Mostafa (nome di fantasia, perché il suo preferisce non dirlo) 46 anni, dall’89 vive a Bergamo. Dopo le scuole medie ha deciso di lasciare il Marocco per raggiungere da solo alcuni suoi amici e insieme hanno cercato lavoro. Con la sanatoria, la legge Martelli del 1990, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Non è però mai riuscito a ottenere una occupazione stabile e con essa la cittadinanza italiana, che probabilmente avrà l’anno prossimo. Ogni anno tornava ad agosto nel suo paese, a 30 minuti da Marrakech, ed è lì che ha incontrato sua moglie, con la quale ha avuto tre figli, due maschi di 12 e 7 anni e una femmina di 18 mesi. Ora vivono insieme, la moglie lavora per qualche ora in un asilo e i figli vanno a scuola. La domenica imparano l’arabo e il Corano al patronato San Vincenzo. Dopo la crisi è stato difficile trovare lavoro, lui ha anche pensato di tornare in Marocco ma dopo una prova di due mesi ha rinunciato per il bene dei figli, che sono cresciuti in Italia e si sono integrati. L’attentato a Parigi lo ha coinvolto direttamente perché nel 2013, quando era in Marocco, ha conosciuto quattro ragazzi di età compresa dai 20 ai 30 anni al suo paese. Questo weekend sua sorella, che è rimasta in Marocco, gli ha telefonato per informarlo che erano morti allo Stade de France. Erano tutti ragazzi di seconda generazione con cittadinanza francese, eccetto uno.
«Il terrorismo non c’entra niente con l’Islam, è una religione pacifica, non ci insegnano questo – dice -. Nel Corano è scritto che le tre religioni monoteiste devono comportarsi come fratelli (le altre non ci sono proprio)». Mi spiega che secondo lui chi aderisce ai gruppi terroristi ha poco denaro, è disperato e i capi offrono molti soldi, addirittura promettono che la propria famiglia potrà andare in Paradiso se si faranno martiri, ossia kamikaze o attentatori. «Il bisogno spinge a gesti estremi, è povera gente». Mi racconta che ieri c’è stata una manifestazione di due ore a Marrakech con candele e fiori. Al suo paese, ci sono una chiesa del 1936 accanto a una moschea: «È così che dovrebbe essere, c’è un solo Dio e ognuno deve essere libero di scegliere la religione che preferisce». È inconcepibile per lui che la propria venga strumentalizzata da potenti gruppi estremisti per servire i loro interessi ed uccidere civili innocenti. Perché proprio l’Islam e non un’altra religione si macchi così spesso di terrorismo non me lo sa spiegare. E così, un po’ inquieti e un po’ senza parole, ci congediamo. E forse è proprio così che dovrebbe lasciarci, l’abiezione.

È così difficile fermarsi ad ascoltare, a metabolizzare l’accaduto e soprattutto a pensare, quando ci si trova sommersi: dagli aggiornamenti, ultimo il Blitz a Saint Denis per scovare la mente dell’attacco, dalle mobilitazioni dei cittadini e delle autorità in sostegno alle vittime, a Bergamo una folla si è raccolta davanti a Palazzo Frizzoni per mostrare solidarietà, e dagli insopprimibili commenti sui social network, in corsa nella gara di vicinanza più ipocrita, quella dietro uno schermo, da cui ogni parola rivela solo mania di protagonismo. È ora di fermare il flusso, di incontrare i volti dell’Islam e cercare risposte. Noi abbiamo provato a farlo ma tablet e smartphone ci compatiscono mentre bare si chiudono, controlli di poliziotti coi mitra immobilizzano una città che non è la nostra e a parte i parenti delle vittime, tutti possiamo continuare liberamente le nostre vite da cristiani italiani. Forse quello che ci resta da fare non è sentirci in colpa perché siamo stati più fortunati e non è accaduto a noi, e nemmeno di farci immobilizzare dalla paura che un attentato capiti a Roma o dove abitiamo. La nostra riflessione deve orientarsi al dialogo coi volti dell’Islam e a far sentire ai musulmani che non sono soli. In attesa dei governi possiamo discuterne con i nostri conoscenti musulmani, forse il film “Timbuktu” già ci ha insegnato qualcosa, e magari ci sorprenderemo nel trovarli più entusiasti di quanto di saremmo aspettati a combattere questa piaga, che se ci uniamo forse può spaventarci meno.
La foto: un ulivo, simbolo di pace, nel giardino della parrocchia di Longuelo
ulivo
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