In vacanza a Parigi nei giorni dell’attentato: «Ho riscoperto il valore di un sorriso»

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È un po’ il mio motto. Lo cito anche in classe quando voglio far capire ai ragazzi che non è importante studiare le date a memoria ma capire la storia per vivere al meglio il presente. Si tratta di una frase nella canzone Salvami di Jovanotti, quella che fa «La storia ci insegna che non c’è mai fine all’orrore, la vita ci insegna che vale solo l’amore». E sulla scia di questa frase vorrei raccontare la mia vacanza a Parigi proprio nel giorno dell’attentato e nei due giorni successivi. Più che un racconto, il mio contributo è un insieme di pochi flash senza un ordine cronologico o di importanza, ma li scriverò lasciandomi guidare dai ricordi.

A Parigi ci ero andata con una mia nipote: è la terza dei miei sei nipoti e, dopo essere andata con la prima a Berlino e l’altra a Roma, avevo condiviso con lei il sogno di visitare la capitale francese. La Cresima ricevuta a maggio e il regalo rimandato per vari motivi a novembre: partenza nel pomeriggio di venerdì 13 e rientro nella tarda serata di domenica. Viaggi regolari, ma vacanza inaspettata. Eppure Roberta l’aveva organizzata al meglio. Lei è la mia ex compagna di classe nella scuole medie e, sapendo che alterna la sua vita tra il lavoro, i viaggi e la sua bellissima casa in un angolo di paradiso della Valle Brembana, le avevo chiesto consigli su Parigi. Il destino ha voluto che da poco tempo collaborasse per un’agenzia di viaggi e così il mio soggiorno era stato organizzato nei minimi particolari. La sua disponibilità non era dettata da obblighi professionali e so che ha fatto di tutto affinché, dopo gli attentati, potessimo rientrare un giorno prima.

Voli ormai stracolmi e vincoli di altro genere non ci hanno permesso di rientrare sabato e così la sera, dopo un pomeriggio trascorso nella camera dell’albergo nella zona di Porte St.Cloude, siamo andate in un ristorante vicino. Il nome italiano e un menù ricco di pizze ci facevano sentire un po’ a casa, anche se il tg in onda sul maxischermo al nostro fianco ci riportava alla dura realtà dei fatti: 129 morti, 300 feriti gravi, si cercano i terroristi in Belgio…

“Pizza e acqua, pizza e birra e caffè” ho tentato di dire in francese alla cassa e il proprietario, in un inglese sciolto quanto il mio, ci ha chiesto “Where are you from?”. Stavo per rispondere “I’m from.. Lenna!”, come imparato a memoria nel biennio delle superiori, ma Sabrina è stata più veloce di me e al suo “Italy” il proprietario ci ha sorriso con un “Wow, Italy!” accompagnato da due caramelle. Un gesto semplice, per qualcuno banale, ma, nella tensione che si respirava a Parigi, due caramelle e un sorriso ci avevano addolcito la serata. E, a proposito di dolci, della capitale francese mi porto il ricordo del sapore e profumo delle croissant. In una città di musei chiusi e strade blindate, la boulangerie è stata per noi l’unico diversivo: croissant la mattina, baguette per pranzo e altre sfiziosità da mettere sotto i denti nel pomeriggio.

Tra i tanti ricordi di questa vacanza, accompagnata dall’ansia di conoscere dei particolari che definivano sempre più la tragedia del venerdì sera, porto con me il suono ininterrotto dei nostri cellulari. Molte persone ci hanno fatto sentire la loro vicinanza e preoccupazione per i fatti avvenuti. E se per certi aspetti pareva il gioco del “Sai chi mi ha scritto?”, per altri è stato motivo di riflessione: la tecnologia è servita per non sentirsi soli e per dire a tutti l’indignazione nei confronti del terrorismo. Facebook colorato di bandiere francesi, whatsapp con immagini della Tour Eiffel in segno di lutto e web, radio e tv che trasmettono solo notizie da Paragi. I social network usati per dire a tutti che “La storia ci insegna che non c’è mai fine all’orrore…” e l’abbraccio a casa ci ricorda che “la vita ci insegna che vale solo l’amore”.

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