«Siamo in un’economia di guerra: conservare, risparmiare, non spendere. Soffriranno turismo e scambi»

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La «guerra all’Isis», oltre ad essere insidiosa e anomala, comporta conseguenze anche per l’economia internazionale. Secondo il docente di storia economica Giampiero Bianchi (Università Cattolica) nel breve soffriranno il turismo e gli scambi. Sul medio-lungo termine, invece, stabilità e sicurezza potranno essere le premesse per la ripresa e anche per lo sviluppo democratico dei Paesi coinvolti. In futuro le politiche del petrolio non potranno più essere svincolate dall’etica come avviene oggi. Con i sanguinosi fatti di Parigi e del Mali, appare chiaro che il terrorismo islamico sta pregiudicando non soltanto la pace ma anche il normale andamento delle economie tra Europa, Africa e Medio Oriente. Per cogliere le dinamiche in gioco e le conseguenze abbiamo intervistato uno storico dell’economia, il professor Giampiero Bianchi, docente all’Università Cattolica di Roma.

Dopo Parigi, il Mali con morti e ostaggi. Il terrorismo islamico non dà tregua. Cosa succederà, alla lunga, alle nostre economie, se continuerà così?
«I problemi internazionali gravi vanno affrontati e, possibilmente, risolti. E questo, come insegna la storia, possono farlo solo le ‘grandi potenze’ (uso non a caso questa espressione del XIX secolo) quando, appunto le ‘potenze’ di allora, magari con cinismo e facendo anche i propri interessi, usavano forza e responsabilità comune, in quello che chiamavano e che ora non c’è più il ‘concerto delle nazioni’. Questo da noi manca e non è bene».

Purtroppo oggi le “grandi potenze” sembrano assenti, riluttanti, e non in sintonia. Che fare?
«In effetti, nella regione mediorientale le ‘potenze’ non si sono accordate quasi su nulla, anzi: nei nuovi conflitti in Siria, Iraq, Libia, per non parlare degli storici nodi sauditi/iraniani, Israele/Iran, o in Palestina dove, ricordo, è ripreso il conflitto interno; e questo ha molto aggravato e allargato (vedi il Mali) il problema del terrorismo islamico. Oggi finalmente, dopo i fatti di Parigi e del Sinai, Russia, Francia, Usa, Ue sembrano andare verso un accordo, per spegnere un fuoco oramai troppo grande e troppo vicino, per le bombe e per i profughi. Questo è bene: vuol dire a breve il fare la guerra, ma in tempi lunghi conseguire stabilità, sicurezza, ripresa degli scambi, ecc. Non pace però che, come ricorda il Papa, è altra cosa».

Dopo i 130 morti di Parigi la gente ha paura, c’è psicosi. L’economia rischia di bloccarsi?
«Distinguerei tra tempi brevi e tempi lunghi. Nei primi il turismo e gli scambi avranno problemi e sarà difficile che la domanda globale cresca come tutti invocano; saranno tempi in qualche modo da ‘economia di guerra’ e prevarrà il conservare, il mettere da parte, il non spendere… Diverso per i tempi medio-lunghi quando,  secondo me, stabilità, certezza, sicurezza potranno essere le premesse alla ripresa. E si avrà più spazio per la politica, dopo un ventennio di completa irresponsabilità dei grandi poteri economici. Come ci ricorda il Papa, a quel punto si dovrà ricostruire la pace e insieme i paesi colpiti dal conflitto, ripristinando la giustizia, la crescita e le opportunità per tutti e non solo per pochi come accade ora».

Cosa potrebbe significare portare il conflitto nelle aree mediorientali per debellare l’Isis?
«Politicamente lì abbiamo forti legami geo-economici, non dimentichiamolo. E purtroppo per loro, quei paesi nella globalizzazione esportano solo materie prime e manodopera, importando tutto il resto. Cinicamente dico che non avremo con la guerra un grande problema economico. Ma qui dobbiamo chiederci: e dopo? Vogliamo fare qualcosa di più per loro andando alla radice dei loro problemi ? Si parla spesso, impropriamente, di Piano Marshall per il Sud del Mondo: ma qui c’è un equivoco storico. Quello fu soprattutto un grande intervento politico democratico prima che economico; gli Usa esportarono sì soldi e loro interessi ma portarono da noi i frutti del New Deal: coesione sociale, distribuzione equa dei redditi, dialogo tra classi, stemperamento dei contrasti, aiuto alle comunità locali, riforme, borse di studio, ecc. Siamo pronti a fare lo stesso?».

Il crollo del prezzo del petrolio può essere alla base dell’aggravarsi dello stato di tensione generale nell’area?
«No, direi che è stata una conseguenza più che una causa e che comunque non incide: tanti svendono il proprio greggio per avere subito denaro e armarsi. E questo, unito al calo globale della domanda (in Cina soprattutto) terrà a lungo basso il prezzo. Una volta ristabilita la sicurezza e vinto il terrorismo, servirà però più attenzione anche al petrolio e alle sue politiche, che non potranno più essere in toto svincolate dall’etica come avviene oggi».

Il Papa invoca lo stop alla produzione e vendita di armi. Ritiene possibile concretamente, allo stato delle cose, procedere in tale direzione?
«Ricordo cosa disse Adam Michnik, il grande intellettuale dissidente polacco: ‘la seconda guerra mondiale scoppiò perché c’era Hitler e non perché c’erano i carri armati’. Il problema insomma è altro. Detto questo, è intollerabile che l’industria delle armi sia non solo fortissima ma sostenuta e sponsorizzata dai governi, anche democratici come quello francese o svedese, ad esempio. I governi dovrebbero fare altro, mi pare che dica loro il Papa, con i suoi modi diretti che la gente capisce e gli statisti fanno finta di non capire».

La “guerra all’Isis”, di là dai suoi esiti militari, comporterà crescita economica oppure si tradurrà in stagnazione dei commerci e scambi internazionali su vasta scala? Cosa insegna, al riguardo, il passato?
«Ogni guerra è stata sempre premessa di ricostruzione, crescita, spesso di sviluppo. In tempi lunghi però; ma, nei tempi lunghi, diceva Keynes, saremo tutti morti. Non scordiamo cioè che durante la II Guerra Mondiale si posero le basi dell’Onu, del Fmi, della Banca Mondiale, ecc. Pensiamo fin da ora al dopo terrorismo».

 

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