Don Dordi non è beato per caso. Risposta a talune critiche “ecclesiastiche”

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Foto: don Alessandro Dordi, beatificato a Chimbote, il 5 dicembre 2015 

DON SANDRO CONFESSAVA I SUOI PECCATI

In questi giorni di celebrazioni per la beatificazione di don Sandro Dordi ho sentito dei preti dire che don Sandro è stato beatificato perché è stato ucciso, se no non sarebbe mai diventato beato, perché nel suo ministero ha fatto sempre quello che ha voluto lui. La frase è sgradevole, ma, dato che ha del vero, può offrire degli utili spunti di riflessione.

Se si vuol dire che don Sandro è stato beatificato solo perché è stato ucciso in odium fidei, è sbagliatissimo. Se invece si vuol dire che durante la sua vita non gli uscivano già dalla testa i raggi dell’aureola, è vero. Se, cioè, vogliamo dire che aveva anche lui i suoi difetti, è vero. Ne ho visti anch’io e di evidenti. Ma so che andava a confessarsi, come fanno tutti, anche i cristiani migliori. Papa Giovanni, ora santo canonizzato, prima di morire – è scritto nella sua biografia – quando il suo segretario, in base ad un accordo che c’era tra loro, lo avvertì della sua fine imminente, chiese che gli si chiamasse il confessore e si confessò. E non confessò delle virtù, ma dei peccati. Solo la Madonna era tanto migliore di tutti da potersi esimere da questo dovere.

DON SANDRO SI CONFRONTAVA

Non è vero però che Don Sandro, nel suo ministero, ha fatto quello che voleva. È vero che aveva molto del camoscio solitario di montagna. È vero anche che alcune scelte, come quella di andare a lavorare in fabbrica in Svizzera e quella di andare in Perù, le ha prese di impulso suo, ma sicuramente mai senza consultarsi con qualcuno e, comunque, mai contro la volontà dei superiori. Aveva anche lui amici e confidenti con cui confrontarsi. Si pensi anche solo ai Monsignori Lino Belotti, Sergio Gualberti e Romeo Todeschini. Era comunque sempre pronto a rendere ragione ai superiori di ciò che faceva ed erano ragioni che stavano in piedi, come quando scrisse al Vescovo di Friburgo, suo superiore diretto, per motivare la scelta che aveva fatto di andare a lavorare in fabbrica. È una lettera ruvida, da montanaro, ma bellissima (si può trovare nelle sue due biografie, quella di Assunta Tagliaferri e quella di Mons. Arturo Bellini), dove si vede che la sua decisione non era stata un capriccio né un gesto dimostrativo con tracce di esibizionismo, come a volte succedeva in questo campo.

È però vero che è stato il martirio a far sì che la sua vicenda, fortunatamente simile a quella di tanti bravi preti, è stata come tolta dal mazzo e messa in evidenza particolare. Se però si va a ritroso, come han fatto gli evangelisti con Gesù, e si va a vedere quello che è venuto prima della morte, in tutto il suo ministero sacerdotale, si scopre che don Sandro non è stato ucciso per caso. La sua morte è stata la tragica, ma logica conseguenza di tutta l’impostazione della sua vita, il punto di arrivo di un autentico “sendero luminoso”.

LA VITA DI DON SANDRO SPIEGATA DAL VESCOVO

L’ha messo bene in chiaro il Vescovo Francesco nella celebrazione del 9 dicembre in Seminario, sottolineando tre punti della vita del nuovo Beato: la paura che l’ha attanagliato negli ultimi tempi, la testimonianza e il martirio come dovere e il suo dire con consapevolezza “Io sarò il prossimo”.

La paura non è un difetto, è umanissima. Gesù, dice Matteo, nel Getsemani cominciò ad avere paura e, secondo Luca, arrivò a sudare sangue. La paura è quella che mette ancora più in risalto gli altri due punti. La testimonianza (fino al martirio) vissuta come dovere. Il senso del dovere è una della caratteristiche di don Sandro dal primo all’ultimo giorno del suo ministero. Ripeto, si leggano le biografie e si vedrà. Lo stesso per l’essere il prossimo. Don Sandro aveva detto quella frase dopo l’uccisione di due frati polacchi quindici giorni prima della sua. Ma il Vescovo Francesco ha invitato a leggere quella frase non solo per indicare una prossimità di tipo cronologico, prima loro e poi io, ma una prossimità continua in tutte le situazioni in cui si è trovato, dal Polesine, alla Svizzera, al Perù. “Io sarò il prossimo per la mia gente, sempre, a qualsiasi costo“.

Personalmente posso attestarlo: l’ultima volta che è stato in Italia, è venuto a trovarmi. Sapendolo così perseguitato, gli avevo suggerito di venir via per un po’, finché non si fossero calmate le acque. Egli mi ha risposto: “Se li abbandono in questo momento, non han vicino proprio più nessuno”.

IL PARERE DI GESÙ

Ma diciamocelo: se anche Don Sandro ha avuto dell’indipendenza in qualche passaggio del suo ministero, possiamo comunque ricordare la parabola dei due figli, uno che dice al padre di sì e poi fa di no e l’altro che dice di no e poi fa effettivamente quello che il padre vuole. Gesù chiede: “Quale dei due secondo voi ha a ubbidito al padre?”. (cfr Mt 21, 28-31).

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1 commento

  1. Cristoforo Vescovi on

    Grazie, don Giacomo, per questo chiarimento. Non ho avuto la grazia di conoscere personalmente don Sandro. Ho avuto la possibilità di visitare Chimbote, Santa, il luogo dell’omicidio, e di aver pregato e concelebrato con Mons. Lino e Mons. Scarpellini Eugenio, insieme al Vescovo Bambarén, grande uomo e pastore. Non andiamo a cercare la morte, ma sappiamo che il Vangelo dei poveri comporta anc he il rischio della propria vita, e per questo bisogna essere testardi perché il Vangelo sia radicato in ogni luogo. Siamo Chiesa, e vogliamo bene alla Chiesa. Ringrazio Dio per il dono di don Sandro. Colgo l’occasione per augurare Buon Natale. don Cristoforo

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