Papa Francesco in sinagoga

0

Foto: Papa Francesco salutato dal rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni

“A costoro io darò nella mia casa e fra le mie mura un luogo del ricordo e un nome che non sarà mai cancellato e dimenticato”, cosi recita il versetto quinto del cinquantaseiesimo capitolo del Libro di Isaia. Un luogo e un nome, in ebraico Yad Vashem: cosi si chiama la collina eretta a Gerusalemme per fare memoria dei sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori. È impossibile mettere in fila tutti costoro. Ogni volta che si ha a che fare con la Shoa (termine ebraico che vuol dire “catastrofe”, “rovina”) occorre però andare oltre le cifre e, dietro ai numeri, cercare di cogliere i volti, le storie, le biografie di uomini e donne, di vecchi e di bambini. Ognuno con il suo carico di dolore e di speranza.

IL MEMORIALE DEI BAMBINI

È quello che cerca di fare, dal 1953 – anno in cui fu istituita la collina della memoria – l’istituto di ricerca storica che qui ha sede che lavora infatti per dare un nome a tutti i sei milioni di vittime della Shoah. Ed è quello che, con dolore, ti restituisce, a Yad Vashem, il Memoriale dei Bambini. Un labirinto nel buio, costruito in una caverna sotterranea al termine della quale cinque candele, attraverso uno straordinario gioco di specchi, vengono riflesse un milione e mezzo di volte, numero approssimativo dei bambini e dei ragazzi ebrei morti nei campi di concentramento e di sterminio. Mentre si gira attorno a questo firmamento di stelle, seguendo nella penombra un corrimano, voci registrate fuori campo elencano nelle varie lingue i nomi delle vittime: “Eugene Sandor, 12 anni, Jugoslavia… Maritza Mermelstein, 8 anni, Cecoslovacchia…”. Le voci impiegano mesi per chiamare tutti per nome. Perché, come dice il Talmud, “Dio sa contare solo fino ad uno”.
Non è un caso dunque che al termine della visita, straziante, al Memoriale ci si imbatta nel monumento a Janus Korczak, un medico e un pedagogista polacco, di origine ebraica, che spese la sua vita a servizio dei bambini, in modo particolare di quelli del Ghetto di Varsavia rimasti orfani di padre e madre. Korczak era convinto che per riformare il mondo occorresse in primo riformare i sistemi educativi. Benché a più riprese i suoi amici “ariani” gli avessero offerto di farlo uscire dal Ghetto e di proteggerlo, Korczak rifiutò sempre di abbandonare i suoi bambini per rifugiarsi in Svizzera, disposta ad accogliere una tale figura. Il 5 agosto 1942 i nazisti circondarono l’orfanotrofio con Korczak e i suoi duecento bambini. Lo storico del Ghetto di Varsavia Emmanuel Ringelblum che fu testimone oculare di quei momenti scrisse a proposito dei bambini che insieme a Korcazk marciarono verso il treno che li avrebbe portati a Treblinka, verso le camere a gas: “… Era una marcia organizzata, una muta protesta contro gli assassini… i bambini marciavano i fila per quattro con a capo Korckzak”. Le piccole vittime uscirono dalla loro Casa vestite con gli abiti migliori, ordinate, mano nella mano: un sereno corteo dal quale scaturivano canti e musiche e sopra il quale sventolava la bandiera. Il padre e la madre di tutti loro sfilava rigido e freddo: il capitolo terreno si chiudeva anche per lui, Janusz Korczak, dando vita alla sua leggenda.

LE ORIGINI DELL’ANTIGIUDAISMO

Quando si attraversa Yad Vashem ci sono domande che risuonano insistentemente: come è potuto accadere? Perché nel corso della storia ci fu un accanimento profondo nei confronti della popolazione ebraica? Che responsabilità, nel corso del tempo, hanno avuto i cristiani? Salgono dal cuore le parole che Giovanni Paolo II pronunciò durante la storica visita del marzo dell’anno duemila: “Qui, come ad Auschwitz e in molti altri luoghi in Europa, siamo sopraffatti dall’eco dei lamenti strazianti di così tante persone. Uomini, donne e bambini gridano a noi dagli abissi dell’orrore che hanno conosciuto. Come possiamo non prestare attenzione al loro grido? Nessuno può dimenticare o ignorare quanto accadde. Nessuno può sminuirne la sua dimensione. (..) Come Vescovo di Roma e Successore dell’Apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell’amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l’odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una negazione dell’immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere umano (cfr Gn 1, 26).”

LA SINAGOGA BENDATA

Eppure, non sempre è stato cosi. A raccontarlo, in modo plastico, è il portale di una delle chiese gotiche più belle di Francia, quella di Strasburgo. La Sinagoga viene rappresentata come una sposa ripudiata e desolata, con gli occhi bendati, segno della cecità spirituale, accanto alla Chiesa raffigurata come sposa superba. Le pietre della cattedrale mostrano un rapporto che, nel corso dei secoli, è stato complesso e faticoso.

Già con l’imperatore Teodosio II furono emanate leggi antiebraiche (438): agli ebrei era vietato accedere a ogni carica pubblica, vietato ogni proselitismo (pena la morte), vietato costruire nuove sinagoghe o abbellire quelle esistenti. Nel 388 S. Ambrogio si oppose alla ricostruzione della sinagoga di Callinico, distrutta dai cristiani! L’imperatore Giustiniano aggravò queste disposizioni, perché incise sugli stessi diritti religiosi: proibizione del Talmud (548), proibizione della stessa esegesi rabbinica (fondata sui Targum, Midrash e sulla Mishna). Sotto il dominio dell’Islam gli ebrei godettero di condizioni giuridiche più tolleranti e favorevoli di quelle cui furono sottoposti nell’Occidente cristiano. Una stagione terribile fu provocata dalle masse che si muovevano disordinatamente insieme agli eserciti diretti in Terrasanta: furono responsabili di feroci massacri di intere comunità ebraiche in Germania, nonostante le opposizioni di vescovi e di conti; agli ebrei veniva solo lasciata la scelta fra battesimo e martirio, e a migliaia scelsero quest’ultimo proclamando la propria fedeltà a Dio. Dal 1144 si diffuse anche l’accusa di omicidio rituale e più tardi quella di un odioso complotto degli ebrei, maledetti perché deicidi, contro il genere umano. Le conseguenze, specie a livello popolare, saranno gravissime: gli ebrei diventano quasi simbolo del male satanico, da estirpare implacabilmente con ogni mezzo. Arriveranno, poi, gli ordini di espulsione: dall’Inghilterra (1290), dalla Francia (1306), dalla Spagna (1492), dove verranno perseguitati perfino gli ebrei convertiti, i “marrani”. Viene imposto anche a Roma (dopo Venezia) il regime del ghetto (Bolla di Paolo IV, 1555), cioè un quartiere in cui tutti gli ebrei dovranno necessariamente abitare, circondato da mura e dotato di una sola sinagoga. Vi è l’obbligo di un segno distintivo, di discriminazione: un disco di stoffa gialla in Francia, un cappello a punta in Germania, imposto a Roma insieme al ghetto. Viene anche l’esclusione da una lunga serie di mestieri. E anche lo stereotipo dell’ebreo “usuraio” si sviluppa già nel sec. XII, un tempo in cui, rinascendo le città, serve denaro che i cristiani, fermi al precetto matteano “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, non possono far circolare tra loro. Ma possono riceverlo da chi cristiano non è: gli ebrei, appunto. Insomma, l’antigiudaismo rappresenta un “filo rosso” che attraversa tutta la storia dell’Occidente cristiano. Certo, ciò che porterà all’infamia e all’abominio della Shoa, perpetrato dai nazisti tedeschi, è un disegno razziale fondato su presupposti biologici ma secoli di predicazione e di catechesi non possono non aver lasciato il segno. Per questo, Giovanni Paolo II quando, nel duemila si recò a Gerusalemme, volle andare al Muro Occidentale (quello che noi, impropriamente, chiamiamo “Muro del Pianto”) e nelle fessure del muro lasciò, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San Pietro due settimane prima. Lo lasciò con la stessa fiducia con cui gli ebrei osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare. “Dio Padre”, stava scritto sulla pergamena firmata semplicemente Joannes Paulus, “tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza“. Adesso la pergamena è religiosamente custodita a Yad Vashem.

E LA CHIESA?

Domenica scorsa, papa Francesco varcando la soglia della Sinagoga di Roma, il grande Tempio ebraico che sorge al di là del Tevere, poco distante in linea d’aria dal Vaticano – la terza volta che un Vescovo di Roma entra nella Sinagoga, dopo la prima, storica visita di Giovanni Paolo II (1986) e quella del suo successore Benedetto XVI (2010) – ha reso evidente un cammino durato molti secoli. Tanto infatti è il tempo perché la chiesa cattolica operi un deciso cambio di rotta nei confronti del popolo ebraico. Papa Giovanni XXIII nel 1959 abolisce la dicitura perfidi judaei che si pronunciava il venerdì santo per invocare la conversione del popolo miscredente. Qualche anno più tardi il card. Bea tiene una relazione al concilio Vaticano II e nel 1965 viene approvato a larghissima maggioranza il documento conciliare Nostra aetate in cui leggiamo: “…Quanto è stato commesso durante la sua passione [di Cristo, ndr]non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. (…) La chiesa inoltre… deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque” (n. 4). È una grande svolta rispetto all’antica accusa di “deicidio” che segna un punto di non ritorno anche contro quell’ultimo tentativo antisemita di condizionare i lavori del concilio attraverso un libro, fatto recapitare a tutti i padri conciliari, di un certo M. Pinay, dal titolo “Complotto contro la chiesa”: una delirante quanto sconvolgente serie di calunnie e accuse rivolte agli ebrei, tra cui quella, degna del miglior protocollo di Sion, di volersi infiltrare e impadronire della Chiesa.

La Nostra aetate fu promulgata il 28 ottobre del 1965; da allora, si è continuamente tentato di tradurre questo documento nella realtà concreta. Nel 1966, Papa Paolo VI decise che all’interno del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani venisse istituito un ufficio incaricato di programmare e portare avanti il dialogo con l’ebraismo. Nel 1989, la Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della CEI decide, per l’anno successivo, di organizzare per la prima volta la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano che, da allora, si tiene, com’è noto, il 17 gennaio di ogni anno. Una collocazione che ha un forte significato simbolico, perché avviene immediatamente prima della tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, con la doppia, evidente intenzione di sottolineare sia la priorità dell’incontro con Israele, radice santa della fede cristiana rispetto a qualsiasi pur rilevante sforzo ecumenico, sia l’impossibilità che quest’ultimo possa produrre risultati concreti di un certo livello senza un rinnovato impegno a porsi alla scuola di Israele.

PAPA FRANCESCO RIPETE: GLI EBREI  FRATELLI MAGGIORI

Anni fa ebbi il dono di intervistare Elio Toaff, il rabbino capo di Roma che incontrò al Tempio ebraico Giovanni Paolo II. Gli chiesi che memoria aveva di quel giorno. Mi rispose cosi: “Con Giovanni Paolo II per la prima volta un Papa è entrato in una Sinagoga. Non può immaginare quanta impressione, quanta emozione provai quando quel pomeriggio del 13 aprile 1986, alle ore diciassette in punto, entrammo insieme nel Tempio Maggiore il Papa seguito da cardinali, vescovi, monsignori e io accompagnato da rabbini ed altri rappresentanti della comunità ebraica. Abbiamo camminato insieme, uno accanto all’altro, in mezzo a due ali di folla. Poi ci siamo seduti e l’emozione è stata enorme, ha colpito tutti. Mi ricordo con commozione che in quel momento ero felice, ma non riuscii a non pensare alle sofferenze dei tempi del Ghetto, quando gli ebrei erano tenuti rinchiusi come bestie. Con quella visita del Papa quanta strada era stata fatta! Ricordo ancora con commozione quando Giovanni Paolo II ci definì «nostri fratelli maggiori».

E Papa Francesco, durante la sua visita di domenica 17  gennaio, ha richiamato quella frase: “Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede“, ha ripetuto.

Da parte sua, il rabbino  capo di Roma, Riccardo di Segni, con una geniale battuta, ha ricordato che “secondo le tradizioni giuridiche rabbiniche, un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, cioè una consuetudine fissa”. Le tre visite dei Papi alla sinagoga hanno definitivamente chiuso, per la Chiesa cattolica, una lunga storia di sofferenze inflitte ai fratelli maggiori nella fede.

 

 

Share.

Lascia un commento