Il Papa con il patriarca Kirill: incontro storico. E poi in Messico, Paese di migranti

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Papa Francesco: «Finalmente, fratello: è chiaro che questa è la volontà di Dio».

Patriarca Kirill: «Anche se le nostre difficoltà non si sono ancora appianate c’è la possibilità di incontrarci e questo è bello».

Papa Francesco e il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie si sono incontrati a Cuba, dove l’aereo con il quale Bergoglio ha lasciato Fiumicino è atterrato all’aeroporto dell’Avana, dove ha fatto scalo lungo il viaggio per il Messico e dove ad attendere il Pontefice (accolto da Raul Castro) c’era il patriarca di Mosca, Kirill.

In una sala riservata dell’aeroporto internazionale José Martì, i due primati di Mosca e di Roma, entrambi sorridenti, dopo essersi scambiati una serie di abbracci, hanno avuto un colloquio di circa due ore in spagnolo e in russo alla sola presenza dei due interpreti, il cardinale Kurt Koch, presidente del pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani, e il metropolita Hilarion, stretto collaboratore di Kirill. Poi lo scambio di doni, Francesco ha consegnato una reliquia di San Cirillo e un calice, Kirill invece una copia dell’icona della Madonna di Kazan.

Infine la firma congiunta di Francesco e Kirill a un testo che ha spaziato su

Medio Oriente: “In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale a unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo a un rapido ristabilimento della pace civile”;

Ucraina: “Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica e umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace” e Famiglia che “si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna ed è il centro naturale della vita umana e della società”.

Lo storico incontro è durato circa tre ore, al termine delle quali Francesco è ripartito per il Messico dove è giunto alle 2.48, mentre Kirill ha continuato il viaggio che, dopo Cuba, lo condurrà in Brasile e Paraguay.

La giornalista messicana Valentina Alazraki, durante il viaggio che stava portando il Papa e il seguito a Cuba e poi in Messico, ha donato al Pontefice un sombrero speciale (per Valentina Alazraki è il terzo sombrero a un Papa dopo San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), confezionato apposta per l’occasione. Un sorridente Francesco ha subito indossato il tipico cappello messicano con una tesa molto larga idonea a proteggere dal sole.

Prima di partire per la lunga trasferta Alazraki ha anticipato per noi:

«Ogni viaggio apostolico di Bergoglio assume un significato simbolico, per questo è importante la tappa nel Sud del Messico, in Chiapas, dove è rilevante la presenza di comunità indigene e di migranti che attraversano quotidianamente la frontiera in cerca di una vita migliore negli USA, in questa terra di confine che è un’altra “periferia dell’esistenza”. Il Papa vuole visitare queste due frontiere, perché il Messico non è solo un Paese da cui partono i messicani per andare al di là del muro degli Stati Uniti ma è anche un Paese attraversato da un fiume di migranti centroamericani, che passano dalla frontiera Sud, dal Guatemala, dal Messico, attraverso il Chiapas per andare verso gli USA. In questo senso la presenza del Papa richiamerà questa duplice veste del Messico, un Paese che accoglie i migranti e che deve essere all’altezza di questa sfida, migranti che spesso sono in balia di organizzazioni criminali. Quindi il Papa con questo viaggio intende cogliere le due realtà che vive la mia terra: il Messico, Paese attraversato da migranti, quindi il dovere di accoglienza, e dall’altra parte il dramma degli stessi messicani che passano anche loro il confine. Una doppia realtà che fa comprendere bene il fenomeno migratorio in Messico». Valentina Alazraki, decana dei giornalisti vaticanisti, da quasi quarantun anni corrispondente del Vaticano per Televisa, gruppo radio-televisivo privato messicano, svela la chiave di lettura del prossimo viaggio apostolico di Papa Francesco in Messico: «Andare come migrante, un’immagine forte, perché Bergoglio si sente migrante e vuole far suo questo tema», puntualizza la giornalista, nata a Città del Messico, considerata una star in patria, la quale un anno fa ha intervistato Papa Francesco.

Quali saranno le tappe principali del dodicesimo viaggio di Papa Francesco in Messico durante la sua visita apostolica, che farà dal 12 al 18 febbraio prossimo?

«Papa Francesco arriva il 12 sera, venerdì, a Città del Messico, perché lo stesso Pontefice ha detto fin dal primo momento che si è iniziato concretamente a parlare di questo viaggio, e anche prima, che il motivo principale della sua visita sarebbe stata la visita al Santuario della Vergine di Guadalupe, una tappa per Bergoglio irrinunciabile. Papa Francesco ha anche detto che se non fosse stato per la presenza della Vergine di Guadalupe nella Basilica di Città del Messico, probabilmente non sarebbe nemmeno passato per Città del Messico in quanto capitale. Infatti, l’interesse del Papa è focalizzato su differenti Stati della Repubblica Messicana che sono degli Stati simbolo dei temi e dei problemi principali che il Santo Padre vuole affrontare in questo viaggio. Quindi il 13 febbraio la Messa nella Basilica di Guadalupe per incontrare i vescovi, i sacerdoti, tutto il mondo religioso della Chiesa messicana, poi domenica 14 Bergoglio presiederà la celebrazione eucaristica nella località di Ecatepec de Morelos (Stato di México) per la grande Messa, perché nella capitale non c’era un luogo sufficientemente ampio che garantisse una presenza così massiccia di fedeli. Da quel momento il Papa ogni giorno si sposterà iniziando dal Chiapas, una delle regioni più povere e con una maggiore densità di popolazione indigena. Il Chiapas rappresenta la frontiera a Sud del Messico, sappiamo che Francesco è il Papa delle frontiere e delle periferie, quindi il Santo Padre si è voluto recare nella periferia sud del Chiapas per incontrare soprattutto il mondo indigeno a San Cristóbal de las Casas e a Tuxtla Gutiérrez, dove incontrerà alcune famiglie. Martedì 16, Sua Santità visiterà Morelia, nello Stato di Michoacán, uno Stato dove la violenza è legata al narcotraffico, dove celebrerà una Messa insieme a sacerdoti, religiose e religiosi, seminaristi e incontrerà i giovani. Un’occasione per lanciare alle giovani generazioni messicane un messaggio positivo, perché saranno questi giovani che dovranno costruire un Messico, dove ci dovrà essere necessariamente meno violenza. Ultima tappa di questa visita pastorale sarà la frontiera a nord del Paese, era da qui che Bergoglio voleva entrare negli Stati Uniti, cioè attraverso la frontiera nord del Messico, come un qualsiasi migrante. Del resto Bergoglio è figlio di emigranti e si sente tale, quindi voleva entrare negli USA come un migrante dalla frontiera nord, in seguito al ristabilimento delle relazioni fra Cuba e Stati Uniti è venuto meno il progetto papale di entrare negli Stati Uniti dal Messico. Quando Bergoglio ha deciso di andare in Messico ha ripreso in mano il progetto, quindi, il 17 febbraio, l’ultimo giorno della visita pastorale in Messico, il Pontefice sarà nella frontiera nord per parlare al mondo dei migranti, ultima tappa prima di tornare in Vaticano».

È vero che il Santo Padre nel suo quarto pellegrinaggio in America Latina, si recherà in alcune località messicane che non sono mai state visitate dai suoi predecessori, San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?

«Sì, questo è stato espresso desiderio di Papa Francesco, del resto il Messico è un Paese che è privilegiato dal punto di vista delle visite papali, quella di Bergoglio sarà la settima visita, Wojtyla è venuto cinque volte (fu quello di Giovanni Paolo II in Messico il suo primo viaggio apostolico, era il 1979), Ratzinger una volta. Papa Francesco vuole andare in posti che non siano stati già visitati dai suoi predecessori, una scelta fortemente voluta perché Bergoglio ha voluto privilegiare quegli Stati messicani che non avessero già avuto il privilegio di una visita papale, ricordo che il Messico ha 93 diocesi. È comprensibile e logico nello stesso tempo il desiderio di Bergoglio, quello di andare là dove nessun altro Papa è andato prima di lui».

Qual è la situazione politica nel Suo Paese di origine, seconda nazione con il maggior numero di cattolici dopo il Brasile?

«Il Messico è una Repubblica Presidenziale nella quale il Presidente è Capo di Stato e di Governo ed è anche il Comandante supremo delle Forze armate. Il Presidente attuale si chiama Enrique Peña Nieto ed è in carica dal dicembre 2012. Il Parlamento messicano è composto di molti partiti. Il Messico è tradizionalmente un Paese laico, dove vi è separazione tra Stato e Chiesa, ci sono state in passato persecuzioni da parte dello Stato nei confronti della Chiesa Cattolica, sto parlando degli anni Venti del XX Secolo ma dagli anni Novanta vi è stato un progressivo riavvicinamento tra Stato e Chiesa, con il definitivo ristabilimento delle relazioni diplomatiche nel 1992. Prima c’era stato il riconoscimento giuridico della figura della Chiesa cattolica e in seguito il ristabilimento delle relazioni diplomatiche».

Bergoglio sarà il primo Pontefice a parlare nel Palacio National, sede del potere esecutivo federale in Messico, un evento impensabile fino a qualche anno fa, considerato che la Chiesa cattolica non aveva personalità giuridica. Ce ne vuole parlare?

«È emblematico di ciò ripensare a ogni visita apostolica di Wojtyla in Messico per far capire come la situazione sia cambiata dal 1979 fino ad oggi. Infatti, io dico sempre che San Giovanni Paolo II è andato in cinque Messico diversi, non cinque volte in Messico. La prima volta che il papa polacco arrivò in Messico non esistevano rapporti diplomatici tra il Messico e lo Stato del Vaticano, Wojtyla non fu ricevuto come un Capo di Stato, il Presidente della Repubblica messicana di allora, diede in benvenuto al Papa con questa frase: “Buon pomeriggio, Signor… La lascio in mano al popolo messicano…”. L’unico vestito di bianco, in senso clericale, era Giovanni Paolo II, se c’era qualche sacerdote non era certo vestito con la tonaca, era un Messico surreale, considerato che la popolazione era ed è a maggioranza cattolica (il 90%). Era una situazione anacronista, da un lato il popolo cattolico messicano e dall’altro l’ipocrisia dello Stato messicano che non riconosceva dal punto di vista giuridico la Chiesa Cattolica. Iniziò allora un lavoro di ristabilimento dei rapporti tra Stato e Chiesa che culminò, come ho detto, nel 1992, con il ristabilimento delle relazioni. Nel 1990 nel frattempo, Giovanni Paolo II tornò in Messico e il Capo di Stato di allora lo ricevette ma solo come un semplice atto di cortesia, senza nessun protocollo riservato solitamente a un Capo di Stato. Nel 1993 il Papa polacco andò nello Yucatan per un incontro con il mondo indigeno e lì per la prima volta fu ricevuto dalla autorità locali come un Capo di Stato. Nel 1999 Giovanni Paolo II tornò ancora una volta in Messico, ricevuto con tutti gli onori. Si vide allora il Papa benedire il Palazzo presidenziale, immagine impensabile solo venti anni prima. Nel 2002 quando per la quinta volta Wojtyla tornò in Messico fu accolto per la prima volta da un presidente cattolico che pubblicamente si dichiarava tale, il quale s’inginocchiò davanti al Pontefice baciandogli l’anello e che fu presente insieme alla sua famiglia a tutte le messe celebrate dal Pontefice. Questo fu il “quinto Messico” di San Giovanni Paolo II che rappresentò l’evoluzione del Paese, perché ogni viaggio del Papa polacco ha coinciso con una nuova situazione del Paese e dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Stato messicano e tra il Messico e la Santa Sede. Ora arriva Francesco, con la sua visita si farà un salto di qualità, perché il 13 febbraio il Presidente Enrique Peña Nieto offrirà una cerimonia di benvenuto in suo onore nel Palacio Nacional, alla presenza delle autorità, di esponenti della società civile e del corpo diplomatico. Bergoglio dunque non sarà accolto solo come leader religioso, ma anche come Capo di Stato».

Qual è il senso di aspettativa della popolazione messicana nei confronti dell’arrivo del primo pontefice latinoamericano, data anche la venerazione di Papa Francesco per la Virgen de Guadalupe?

«Ovviamente Bergoglio è un Papa che il popolo messicano sente molto vicino per le sue origini, il primo Papa che visiterà il Paese la cui lingua di origine è lo spagnolo. Un Papa che conosce molto bene la realtà latinoamericana e la realtà messicana. C’è tra la mia gente un sentimento di speranza, questi ultimi anni in Messico sono stati difficili, ciò è dovuto soprattutto alla guerra contro il narcotraffico che ha mietuto molte vittime tra la popolazione civile. Il popolo al quale appartengo aspetta dal Papa parole di speranza, di conforto, di incoraggiamento e di fiducia nel futuro, la popolazione sa ovviamente che il Papa non possiede la bacchetta magica che risolve i problemi, ma i messicani aspettano un messaggio che possa essere illuminante per tutti su cosa si possa fare per migliorare la società civile».

Durante la Messa pomeridiana in San Pietro del 12 dicembre scorso, in occasione della festa di Nostra Signora di Guadalupe patrona del Paese latinoamericano, il Santo Padre annunciando il suo viaggio in Messico ha centrato la sua omelia sull’amore misericordioso di Dio, affidando alla Vergine tutto “il continente americano”. Quali sono le maggiori contraddizioni di quel grande Paese e quali sono i mali principali del “popolo pellegrino” sudamericano?

«Le principali contraddizioni sono innanzitutto una forte ingiustizia sociale, caratteristica di molti Paesi latinoamericani, ne è colpita una vasta fascia della popolazione. Sono poche le famiglie che detengono in mano la ricchezza con una classe media che tende a scomparire e che ogni giorno ha più difficoltà. C’è in Messico una grande disuguaglianza sociale, del resto queste società che hanno una religiosità popolare, che a Papa Francesco piace moltissimo, molte volte restano vittime di modelli di vita importati da fuori, rischiando di perdere la loro identità culturale e religiosa. Questa è una delle minacce più forti che insidia le società latinoamericane. Non dimentichiamo infine la corruzione e l’impunità che è presente in tutte le società ma qui in modo particolare, citando la povertà e la mancanza di aver accesso all’educazione e a un minimo di vita degna».

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