San Giovanni Bianco: una comunità viva intorno alla Sacra Spina. Secoli di cura e attenzione

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La foto di apertura del post è di Gianvittorio Frau

Quando mi hanno chiamato a far parte della commissione della Sacra Spina di San Giovanni Bianco conoscevo la reliquia e la sua storia soltanto di fama e per aver seguito leggendo il giornale le cronache della festa annuale. Con il tempo ho letto, approfondito, conosciuto meglio la devozione della gente non solo del paese ma di tutta la Valle Brembana. Ma l’ho davvero toccata con mano la mattina del Venerdì Santo. Sono arrivata a metà mattina, in tempo per la preghiera dei ragazzi: la chiesa era piena di gente, per la maggior parte famiglie, moltissimi giovani. Un folto gruppo seguiva la preghiera guidata. Molti sostavano davanti alla cappella della reliquia. E poi ce n’erano diversi che davano una mano al parroco a preparare tutto quello che occorreva in vista delle celebrazioni pasquali e della processione di quella sera. La sensazione era quella di una comunità viva, frizzante e indaffarata. C’era la coda davanti ai confessionali e i preti erano presissimi.
Nell’oltrepassare il cancello per procedere all’osservazione, condotta di fronte ai fedeli in quell’occasione, ho sentito la responsabilità di svolgere il mio compito con scrupolo, attenzione, rispetto, rigore. Non mi aspettavo nulla, tenevo solo gli occhi aperti. Quella mattina non c’era (ancora) nulla di particolare da vedere sulla Spina. Tutt’intorno, invece, c’era moltissimo da vedere e da ascoltare. Ho incontrato Carlo Rota che è una delle colonne della comunità. E’ stato tra i fondatori del Gruppo Sacra Spina che si muove con discrezione intorno alla reliquia occupandosi senza farsi notare di tutti quegli aspetti che la gente considera parte integrante della tradizione ma che sembrano spuntare dal nulla, come le luminarie. “Adesso però – chiarisce – ho lasciato spazio ai giovani, lavoro solo in chiesa”. Per cinquant’anni, prima di lui, suo padre ha fatto il sacrista: “E’ stato lui a trasmettermi la passione per la Sacra Spina”. E gli ha raccontato dell’ultimo fatto prodigioso, quello del 1932: “Quella sera l’entusiasmo era alle stelle, le campane non smettevano più di suonare. E’ arrivata tantissima gente, da tutta la valle, e si fermava a pregare”. Un ricordo vivo in tutte le case di San Giovanni Bianco: molti l’hanno sentito raccontare dai genitori e dai nonni. Chissà quanti solo pochi giorni fa si sarebbero immaginati di poter vivere un momento così in prima persona. Molti ci speravano. Ma Carlo ha detto anche “non importa se non accadrà niente di straordinario, per noi la Sacra Spina è già un miracolo”. Lo è come segno quotidiano, nella sua semplicità, che alimenta la fede anche attraverso azioni elementari come fermarsi un po’ in chiesa a pregare, portarci i bambini, raccontare loro una storia che possono fare propria. Carlo Rota mi ha portato a vedere il museo dove sono conservati gli antichi arredi liturgici della parrocchia, nei quali sopravvivono molte tracce della devozione popolare. Gli ex voto, bellissimi, pareti intere di gratitudine espressa nei modi più diversi, seguendo la sensibilità individuale ma anche uno stile conforme ai tempi. Il baldacchino prezioso usato durante le processioni, le immagini delle confraternite. Ogni aspetto un tassello, nell’insieme costruisce il ritratto di una comunità che è cresciuta nei secoli intorno alla Sacra Spina coltivando una fede genuina, indipendentemente dai fatti prodigiosi: dall’ultimo sono passati più di ottant’anni. Nel frattempo, però, la partecipazione e la cura non sono venute meno. Mattoni importanti sui quali costruire. Il segno è per tutti, ma in questa comunità – è la nostra impressione – non andrà disperso.

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