Alla Scuola di preghiera del Seminario “L’amore è intrepido”: silenzio, ascolto e scoperta

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“L’amore è intrepido”: il tema della Scuola di preghiera del Seminario di quest’anno è accattivante, e così l’immagine a cui attinge, “Icaro” di Matisse. Un uomo senza ali che abbraccia il blu dell’ignoto, lo sfiora con la punta delle dita e sembra danzare fra le stelle. Nel petto ha un cuore rosso che pulsa. L’immagine giusta per rappresentare la preghiera seguendo il filo rosso dei temi forti di quest’anno pastorale: la carità, la misericordia, che sono anche slancio verso l’altro e verso l’ignoto. Come sempre in programma una serie di incontri che si snodano da ottobre a maggio (il prossimo è il 22 aprile).
“Il titolo – spiega don Gianfranco Scandella – viene dai Promessi Sposi ed è una frase che il cardinal Borromeo dice, in tono di rimprovero, a don Abbondio, in una sorta di riflessione sul coraggio”. Quest’anno però è stata fatta una scelta precisa nella preparazione di ogni serata: ridurre i contenuti “teorici” all’essenziale, e concentrarsi invece sugli aspetti che fanno della preghiera un’esperienza a tutto tondo, che coinvolge la mente, il cuore e il corpo ed è fatta di diversi ingredienti fondamentali. Prima di tutto il silenzio: “Abbiamo scelto – sottolinea don Gianfranco – di lasciare all’interno di ogni serata uno spazio di silenzio molto lungo, anche dieci-dodici minuti”. Silenzio puro, non abitato né da immagini né da video o altri supporti multimediali. Silenzio e basta. Uno spazio in cui ciascuno misura la propria capacità di ascoltare e di specchiarsi in se stesso.

Gli ingredienti di ogni serata sono molto semplici: si comincia con una riflessione e una lettura del vescovo. Entrambi molto mirati e concentrati su alcuni aspetti concreti della preghiera: “Oltre che sul silenzio – precisa don Gianfranco – ci siamo concentrati su altri elementi della preghiera, come l’esicasmo, la ripetizione continua di alcune formule o ritornelli, e poi sull’adorazione e sul ringraziamento”.

Da questa parole sono nate delle forme, molto essenziali ma anche molto vicine all’esperienza dei giovani di oggi: “Ci siamo lasciati ispirare dall’opera di Matisse, estraendone di volta in volta elementi diversi, e i giovani della quinta teologia hanno costruito alcune azioni sceniche”. Hanno usato canzoni di cantautori contemporanei che avevano contenuti pregnanti e in tema, da Niccolò Fabi a Zucchero ed Elisa, interpretandole dal vivo. Hanno sfruttato la suggestione delle ombre cinesi, “ma per scelta – sottolinea don Gianfranco – non sono stati utilizzati video o altri supporti multimediali”. Le parole chiave hanno fatto da filo conduttore per la meditazione. Non c’era nemmeno un vero e proprio libretto ma soltanto un foglio con la lettura e alcuni ritornelli di Taizé, perché la preghiera si è ispirata a quello stile. Un modo per fare emergere l’aspetto più forte e trascendente della preghiera, che è insieme “meditare e agire le parole”.  All’abbondanza di parole e di formule, insomma, la Scuola di preghiera di quest’anno ha preferito l’idea di “creare le condizioni di un’intimità, un clima che disponesse ad avere un momento in cui ci si mette alla Presenza di Dio e ci si sta in modo da poter ascoltare”. Un momento di raccoglimento. Alla base anche l’idea di preghiera di Sant’Ignazio di Loyola: un momento in cui ci si proietta nella scena che si ascolta per renderla vicina e farla propria.

 

 

 

 

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