Sale in zucca: la cucina abbatte le barriere del disagio psichico. E diventa un lavoro vero

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Nel dossier di questa settimana raccontiamo quattro belle storie di inclusione di persone con disabilità – a Bergamo e provincia – che tendono a smontare gli stereotipi più diffusi. Toccano ambiti diversi, dalla cucina alla cultura fino allo sport.

Sale in Zucca: si sono dati questo nome i quindici ragazzi che fanno catering e producono delizie artigianali, ottenendo un gettone di presenza per ogni giornata di lavoro. Fin qui niente di particolare, se non fosse che questi ragazzi soffrono di disagio psichico e sono in cura presso i servizi specialistici. Gli educatori che da alcuni anni li accompagnano li aiutano a dare nuovamente sapore al loro tempo libero, alle relazioni con gli altri, ai progetti per il loro futuro.
«Per noi raccontare di Sale in Zucca – spiega Patrizia Organista, educatrice di AEPER – significa prendere in mano i ricordi degli ultimi sei anni di lavoro, per testimoniare come da attività riabilitative e risocializzanti abbiamo coltivato e realizzato con i nostri ragazzi una progettualità nuova e condivisa, affidando loro un impegno che li valorizzi e riconosca loro un merito». Culla e cornice di Sale in Zucca è infatti il Progetto Innovativo Regionale TR05 “Paziente grave e comunità sociale”, che mira a migliorare la qualità della vita e l’inclusione sociale degli utenti in carico al Dipartimento di Salute Mentale dell’azienda ospedaliera di Treviglio-Caravaggio, facendolo fuori dal contesto istituzionale, come spiega Patrizia: «Lavorando nel loro territorio di vita, sostenendoli nel vivere il tempo libero e creare relazioni sociali, collaborando in rete con associazioni e agenzie del territorio». Scoprendo la comune passione per la cucina, nel 2010 si è partiti con il gruppo «Mezzogiorno con il cuoco», poi è stato il turno di «Pane, Pizza e fantasia» e così le attività di socializzazione e aggregazione tra i fornelli sono diventate uno strumento per fare leva sulle abilità di ciascuno dei partecipanti. «Ognuno si sperimenta in prima persona con gli ingredienti da miscelare ed impastare- racconta Patrizia -affina le proprie abilità manuali, torna a casa dopo il gruppo con il frutto del proprio lavoro, magari ancora caldo di forno, soddisfatto per quello che ha preparato e curioso di farlo assaggiare ai propri familiari». Giorno dopo giorno sono emersi i talenti e le abilità: «Ci stavamo rendendo conto che potevano esserci le risorse per considerarla un campo su cui avviare delle progettualità per il futuro- dice Patrizia orgogliosa -Anche osservando l’intero gruppo all’opera, era evidente che si veniva intrecciando un affiatamento importante, in cui per esempio veniva naturale dare una mano a chi ne aveva bisogno, o mettersi a disposizione per le pulizie finali. È insomma emerso un potenziale su cui abbiamo deciso di investire».
Sono arrivate così le prime esperienze di catering rivolto all’esterno: sono stati preparati rinfreschi per eventi e manifestazioni pubbliche come mostre, convegni e coffee break. Patrizia parla con l’entusiasmo di chi ha vissuto da vicino e con trasporto questo salto di qualità: «I partecipanti hanno potuto dedicarsi alla cucina non più solo come una passione, ma in una veste molto vicina a quella professionale, fornendo un servizio agli altri e sentendosi valorizzati nel loro impegno e nelle loro capacità». Niente di più lontano dal contesto riabilitativo «di cura» tradizionale: «Per i partecipanti – spiega Patrizia – avviene un cambiamento nell’immagine di sé: non solo si vedono in grado di cucinare, di apprendere nuove ricette, di realizzare cose buone per loro e per le loro famiglie, ma addirittura il loro saper fare cose buone diventa un servizio che offrono ad altri e per il quale ottengono un riconoscimento sociale, emotivo e relazionale, oltre che economico. Il feed-back positivo da parte di chi assaggia le nostre delizie è, a parer mio, ciò che più soddisfa i ragazzi, poiché ricevono una conferma esterna di essere nelle condizioni non solo di ricevere (aiuto, cure, sostegno), ma anche di creare e di “dare” all’altro. Il rapporto con il cliente è un riconoscimento sociale che gratifica molto i ragazzi». Un’occasione di riscatto non da poco, rispetto all’esperienza della malattia psichica che rischia di appiattire l’immagine di sé alla sola dimensione del malato, offuscando la possibilità di mettere in gioco altre risorse.
Due anni di partecipazione a eventi e iniziative di diverso tipo: cene servite al tavolo e a buffet, inaugurazioni di mostre, brunch, laboratori di pasticceria, hanno portato il team di Sale in Zucca, alla fine del 2014, a sperimentare la produzione e la vendita di Sali aromatizzati, proponendoli come idea regalo per Natale. «I ragazzi hanno preparato Sali aromatizzati alle erbe, all’aglio e peperoncino, alla curcuma e al wasabi, confezionandoli con cura ed originalità – svela Patrizia -. L’iniziativa ha riscosso un successo inaspettato: oltre 200 vasetti venduti in pochi giorni. Questo risultato ha motivato il gruppo rispetto al sostenere e portare avanti un secondo canale di attività: la preparazione e vendita di biscotti artigianali, che portano il nostro marchio. È stata una soddisfazione: mesi di preparazione in cui il nostro rapporto con i ragazzi di Sale in Zucca si è nuovamente modificato nel segno di una maggiore condivisione, maggiore simmetria, in cui l’educatore è una figura di riferimento dal punto di vista emotivo e relazionale ma alla pari dal punto di vista delle competenze tecniche. Io, per esempio, non so usare la sac à poche bene quanto loro! – confessa candidamente Patrizia – Con i ragazzi abbiamo deciso i nomi dei biscotti, la forma e gli strumenti da utilizzare per la preparazione».
E la soddisfazione continua: il 2016 è l’anno della svolta: «Abbiamo avviato ufficialmente la nostra distribuzione: i biscotti “Classici” (pastafrolla con vaniglia), “Golosi” (con cioccolato fondente) e “Naturali” (con farina integrale e miele) sono serviti in alcuni ristoranti assieme al caffè e si trovano sui banchi di supermercati, bar e negozi di prodotti tipici». Il lavoro di preparazione e di coordinamento degli educatori è infatti stato affiancato da un grosso impegno sul territorio, per creare una rete di acquirenti che sostenga la diffusione dei prodotti, come oratori, aziende agricole e gruppi di acquisto solidale.
«Guardiamo avanti – conclude Patrizia – siamo sempre alla ricerca di collaborazioni! Abbiamo voglia di farci conoscere e instaurare nuovi contatti con associazioni e commercianti che possano favorire la diffusione dei nostri prodotti, con la storia, il significato e la ricchezza che rappresentano».

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