Trump e i populismi. Le paure per i confini che cadono. Ma quando una civiltà si chiude è iniziata la sua agonia

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Foto: Barak Obama durante la recente visita a Hiroshima

I MOLTI POPULISMI CHE AVANZANO

La vittoria di Donald Trump per la designazione dello sfidante repubblicano alla presidenza USA, la sconfitta di strettissima misura di Norbert Hofer nella competizione per la presidenza austriaca, l’affermazione di forze cosiddette populiste in quasi tutti i Paesi europei, la battaglia per la Brexit suscitano altrettanti interrogativi urgenti circa il futuro delle nostre società. Il denominatore comune di queste diverse esperienze è la tendenza a separarsi dal mondo globalizzato per rinchiudersi dentro i confini dei propri Stati. Il mondo globalizzato si presenta come una minaccia sulla scena delle persone. Paura, incertezza, rischio: queste categorie dell’esistenzialismo europeo negli anni ’30 ritornano oggi su scala mondiale per descrivere stati d’animo che toccano tutto il vecchio Occidente, quello costituitosi nella guerra fredda. La caduta della cortina pare aver dischiuso il vaso di Pandora delle paure del mondo.

CAPIRE LE PAURE

Capire le ragioni, senza precocemente buttarla in politica, è la precondizione per non essere travolti da quei movimenti politici che fanno il surf sulle onde della paura e si candidano a tornare indietro, verso la stagione tragica degli anni ’30 del Novecento. Le paure sono fondate. Si tratta di percezioni diverse, a seconda dei soggetti sociali, delle generazioni, dei contesti nazionali. Ma certo, l’impressione di stare dentro un vortice incontrollabile è piuttosto realistica. Alla fine, toccava ai confini degli Stati e della politica proteggerci dalle incertezze e dai rischi non calcolabili. Ora il mondo sta perdendo i confini: potenze economiche, finanza, migrazioni, terrorismo mondiale, concentrazione di ricchezze e diseguaglianze insopportabili, la rete mondiale del Web stanno disfacendo la fragile tela di ragno dei confini nazionali, tracciati con il ferro e con il fuoco di due guerre mondiali. Non siamo più al riparo dalle contraddizioni, dai dolori e dai conflitti del mondo. Sperimentiamo l’impotenza delle politiche e della politica.

LA LEZIONE DEL TARDO IMPERO ROMANO

Qui nascono le divaricazioni. Una parte dell’opinione pubblica è sinceramente convinta che occorre impedire la caduta dei confini e che laddove le barriere di separazione siano troppo basse si debba rafforzarle e innalzarle. E’ una reazione classica ad ogni svolta epocale. Quando i Goti premevano ormai da un paio di secoli ai confini dell’impero romano, si avviò già nel III secolo una drammatica discussione nella classe senatoria romana se integrarli o no nei confini. L’aristocrazia senatoria cristiana era contraria, perché i Goti erano ariani. L’aristocrazia pagana, perché temeva l’inquinamento etnico. Intanto la gioventù romana si dava alla dolce vita. Dal rifiuto della quale si svilupperà l’esperienza straordinaria di Benedetto da Norcia. I Goti travolsero l’impero. Manca la controprova per un’eventuale politica romana di integrazione.

L’ISOLAMENTO È IMPRATICABILE

Se la storia ha qualche lezione da offrire, è che l’isolamento non è praticabile. E’ una promessa consapevolmente falsa. Certamente porta voti oggi, perché una parte degli elettorati è esattamente questo che vuole: credere che sia possibile tornare nelle vecchie e rassicuranti frontiere. Ma quando una civiltà si chiude, è già incominciata la sua agonia. Tuttavia, aprire i confini è un’operazione complessa e rischiosa. È una questione culturale, prima che politica. Occorre un paziente lavoro di illuminazione delle coscienze sulla storia passata e sul futuro. E serve un atteggiamento intransigente sui principi della nostra civiltà, relativi alla dignità della persona, alle sue libertà fondamentali.

LE NOSTRE REGOLE VANNO ACCETTATE

Chi viene da noi, deve accettare le nostre regole e i nostri valori. Non possiamo regredire, nel nome dell’integrazione facile, verso l’identificazione di fede e politica, di etica religiosa e diritto civile e verso pratiche sociali di sottomissione della donna. Il cosiddetto populismo si nutre della faciloneria delle risposte alle paure e dell’impotenza della politica a sua volta chiusa nei confini nazionali. Eppure non tutta la politica è impotente. Mentre il vecchio Occidente si dibatte tra egoismi nazionali e difficile integrazione sovranazionale, nell’area Usa-Pacifico il mondo pare guardare avanti. Nell’ultimo anno della sua presidenza, Obama ha chiuso il contenzioso storico con Cuba, con il Vietnam, con il Giappone di Hiroshima e Nagasaki. Non è solo cambiare lo sguardo sul passato, è rimetterlo in prospettiva di un futuro diverso. Obama lo ha fatto. Non tutta la politica ha paura delle paure del popolo. In fondo, questa è l’impresa dei decenni a venire: se il mondo si mondializza, anche la politica deve fare altrettanto.

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