Una doppia linea pastorale per i nostri tempi. Per chi è nell’ovile e per chi è nelle periferie

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Immagine: il Buon Pastore, Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia

Negli incontri che i sacerdoti e gli operatori pastorali hanno con il Vescovo nella visita che egli sta facendo alla Diocesi di Vicariato in Vicariato, emerge una presa di coscienza che, magari con parole diverse, si ripete come un ritornello.
“Sentiamo oggi più che mai che la strada della pastorale delle nostre comunità ci chiede di uscire dalle nostre case, dalle nostre parrocchie, dai nostri ruoli più o meno fissi… Ma uscire, andare incontro a volti e situazioni nuove, ignote, non abituali, è fatica. È la fatica di intraprendere strade nuove e progettare priorità diverse. La carità (il bene che vogliamo ai fratelli) ci spinge a riprendere i contatti con chi si è allontanato e ad aprire un dialogo con chi non è mai stato vicino, per porci con tutti il problema della salvezza.
Ma è anche la fatica di rimotivare e rilanciare quelli che forse frequentano solo per abitudine”.

LA PASTORALE VERSO I PRATICANTI

Nell’occuparsi dei praticanti per rimotivarli e rilanciarli, gli operatori pastorali, e specialmente i sacerdoti, hanno l’impressione logorante di pestare l’acqua nel mortaio, al punto che qualcuno sente la tentazione di piantare tutto e ritirarsi in convento.
Eppure è un impegno da non trascurare. La parabola della pecorella smarrita, per la quale il pastore lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare l’unica sbandata, non va presa alla lettera; ha come tutte le parabole di Gesù una punta di paradosso. Essa indica la priorità che bisogna tener presente nella pastorale; ma, evidentemente, se vengono lasciate a se stesse, le novantanove o muoiono di stenti oppure fuggono e diventano pecore smarrite da dover poi andare a cercare.
Ciò che emerge con il Vescovo nella visita pastorale è che comunque l’impegno degli operatori verso i praticanti non può più essere di semplice conservazione e di piatta ripetitività, ma dev’essere impostato con l’intento della rimotivazione e del rilancio missionario. Bisogna cioè portare i fedeli a interrogarsi sul perché continuano a credere e a praticare, sul che cosa cercano. In pratica bisogna portarli a saper rendere ragione della propria fede; e poi a convincersi che, se si è lieti della propria fede, si deve sentire la necessità di comunicala in qualche modo, in famiglia, sul lavoro, nel proprio ambiente sociale. I praticanti, cioè, devono sentirsi fortemente chiamati in causa dalla domanda di Gesù: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà. troverà ancora la fede qui da noi?”. Allora, ciò che più importa non è il numero di chi va a Messa la domenica, ma come esce di chiesa chi ci va.
Evidentemente qui c’è già una formidabile nuova prospettiva di lavoro nella pastorale tradizionale. Appare subito chiaro che vanno impostate in modo diverso (più legato alla vita vissuta e più mirato sul futuro della fede) la catechesi, la liturgia e la stessa pratica della carità.

LA PASTORALE “FUORI LE MURA”

Ma, ancora più evidentemente, s’impone la necessità di uscire dal chiuso, di andare verso tutte le periferie come ama dire Papa Francesco. È sempre più necessario arrivare ai “lontani”, che ormai sono maggioranza. Secondo la raccomandazione di Gesù stesso, ripresa recentemente con forza dal Papa, non si tratta di andare a caccia per riaccalappiare tanti che si sono allontanati, o accalappiare quelli che non si sono mai avvicinati. Il proselitismo può aumentare solo il numero degli schiavi. Si tratta invece di far arrivare dappertutto e a tutti la Notizia che in Gesù il male e la morte sono stati vinti e che quindi un mondo nuovo è possibile, anzi che è già iniziato.
La Notizia si può fare arrivare a partire dalla testimonianza accompagnata o seguita dalla predicazione; oppure può partire dall’annuncio seguito o accompagnato dalla testimonianza.
Il problema, non facile e che richiede inventiva e coraggio, è quello degli strumenti, dei modi, dei tempi di questa uscita verso le periferie più lontane. Poi la Parola, si sa, è come il seme gettato dal seminatore: cade su terreni diversi con diversa rispondenza; ma, nonostante le perdite, alla fine il risultato dirà comunque che è valsa la pena. L’ha detto il Signore.
È comunque sulla pastorale ai lontani che occorrerà investire di più sia come ricerca, sia come progettazione, sia come esperimentazione. Qui su fa ancora troppo poco, quasi niente.

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