Caritas, indagine sulla povertà: l’8 per cento delle famiglie dichiara di non avere soldi per il cibo

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«Nel corso degli ultimi anni più che un aumento delle richieste di aiuto alimentari e di vestiario abbiamo riscontrato un aumento delle richieste di sussidi economici, utili perlopiù per pagare le utenze, i canoni di affitto o per l’acquisto di farmaci. Da un’analisi fatta sui dati dell’ultimo triennio (relativi ai primi semestri 2013/2015) abbiamo evidenziato che pur rimanendo molto alte le richieste di beni alimentari (ancora prevalenti rispetto al resto), a crescere negli anni sono soprattutto le domande di sostegno economico. Quindi la richiesta di alimenti registrata nei Centri di Ascolto Caritas non esprime un bisogno alimentare ma soprattutto un problema economico. È chiaro poi che la povertà ha delle ricadute anche sui bisogni e consumi alimentari. Si ha meno e quindi si risparmia dove si può; le famiglie diminuiscono sia in termini di quantità sia in qualità di prodotti scelti. Ad esempio ci si rivolge maggiormente al discount. Nel nostro Rapporto abbiamo  evidenziato che oggi in Italia l’8% delle famiglie dichiara di non avere soldi per l’acquisto del cibo; nel Sud questa percentuale supera il 12%. Le nostre mense Caritas, a supporto anche di tali situazioni, nel corso del 2014 hanno distribuito oltre sei milioni di pasti. Quindi esiste sicuramente un disagio alimentare ma questo è figlio della vulnerabilità economica peggiorata notevolmente nel corso degli ultimi tempi». Federica De Lauso, sociologa, specializzata in metodologia e tecnica della ricerca sociale presso Caritas Italiana – Ufficio Studi, una dei curatori di “Povertà plurali”, illustra i risultati del Rapporto Caritas 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale.

I dati raccolti dal Rapporto Caritas 2015 indicano che in Italia la povertà avanza trasversalmente. In che modo?

«Prima della crisi economica esisteva un modello italiano di povertà che vedeva coinvolto soprattutto il Mezzogiorno, gli anziani, le famiglie numerose, i nuclei con disoccupati. Oggi a tutto questo, che rimane comunque stabile, irrisolto e aggravato, si aggiunge dell’altro. La povertà dopo il 2008 (anno d’inizio della crisi) è aumentata anche nelle regioni del Nord e del Centro Italia, coinvolge anche le famiglie meno numerose (con uno o due figli), riguarda anche gli occupati, i cosiddetti “working poor”. A differenza del passato lo stato di povertà risulta più intenso nelle classi di età centrali, le fasce maggiormente colpite dall’attuale crisi del mercato del lavoro. La povertà oggi ha quindi superato gli argini noti e conosciuti, andando a intaccare quelle categorie di persone che fino ad oggi erano maggiormante al riparo».

Secondo l’Istat per la prima volta da anni la quota della popolazione italiana colpita dalla povertà si è stabilizzata al 6,8%. È un segnale incoraggiante?
«È sicuramente un segnale importante e incoraggiante, tuttavia dobbiamo sottolineare che oggi  il numero di poveri è raddoppiato rispetto agli anni pre-crisi. Siamo passati da un milione e ottocento persone del 2007 agli oltre 4 milioni del 2014. Ritornare ai livelli pre-crisi non è impresa facile se non ci sarà un’attenzione particolare al tema della povertà e dell’esclusione sociale».

Grazie ai dati raccolti da un campione di 1.197 Centri di Ascolto Caritas (CdA) riguardanti 154 diocesi italiane (su 218) è stato possibile tracciare un profilo delle persone che si sono rivolte ai CdA nel corso del 2014. La maggior parte delle persone che hanno varcato la soglia dei CdA erano stranieri o hanno richiesto aiuto anche molti vecchi e “nuovi poveri” di nazionalità italiana?
«Nel 2014 gli stranieri rappresentano circa il 58% del totale, sono ancora quindi la maggioranza dell’utenza. Tuttavia nel corso degli anni notiamo che la forbice tra italiani e stranieri si sta stringendo; la percentuale di italiani, oggi al 41%, fino a qualche anno fa si attestava su valori molto più contenuti. Anche questo è significativo del fatto che la povertà è andata oltre i confini noti. A rivolgersi alla Caritas non sono più solo gli emarginati gravi, gli stranieri, i senza dimora, oggi chiedono aiuto anche molte famiglie italiane. Noi parliamo spesso di “una normalizzazione nell’utenza”, proprio per enfatizzare il fatto che sempre di più a rivolgersi ai CdA sono tutte quelle categorie che fino a qualche tempo fa rimanevano al di fuori dai processi di impoverimento. I dati che vengono raccolti sistematicamente da molti centri di ascolto (le nostre antenne sui territori) sono una fonte unica e preziosa per approfondire il tema del disagio e della deprivazione, aggiungono infatti molti tasselli importanti per definire quel puzzle complesso e poliedrico quale è quello della povertà. Il tutto è sicuramente possibile grazie al quotidiano impegno di numerosi volontari (giovani e meno giovani) attivi non solo presso i CdA ma su molti fronti: mense, i centri di distribuzione, servizi di accoglienza, sportelli di orientamento. Nel nostro ultimo rapporto ci siamo soffermati anche sulle formule inedite di aiuto promosse dalle Caritas diocesane che si aggiungono ai servizi tradizionali; mi riferisco agli empori solidali, ai progetti di agricoltura sociale, ai gruppi di acquisto solidale. Servizi nuovi che forniscono un aiuto materiale e concreto intervenendo però anche sugli stili di vita e di consumo».

Il Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia edizione 2015 è diviso in cinque parti. La terza parte riporta i risultati di un’indagine nazionale sul problema abitativo in Italia, realizzata da Caritas Italiana in collaborazione con il Sicet e la Cisl nazionale. La situazione com’è? 

«L’indagine ha avuto lo scopo di rilevare e approfondire la presenza di vecchi e nuovi fenomeni di disagio abitativo nell’universo dei servizi Caritas e anche in quelli del Sicet-Cisl(Sindacato Inquilini Casa e Territorio). La casa infatti insieme al lavoro rappresenta uno dei fattori che incide enormemente sui processi di povertà e marginalizzazione. La ricerca ha coinvolto un campione di mille persone tra utenti Caritas e sportelli del Sicet. I dati raccolti confermano una situazione drammatica: il 53,6% degli utenti Caritas vive in abitazioni “strutturalmente danneggiate”; il 68,9% ha grandi difficoltà nel pagare l’affitto, la rata di mutuo o le spese condominiali di mantenimento dell’abitazione, il 15% è sotto sfratto/pignoramento giudiziario, e di questi il 40% vive con minorenni. Tra loro ci sono anche famiglie monogenitoriali, separati/e e divorziati/e. A tal proposito è bene ricordare l’impegno specifico di molte Caritas diocesane che si sono attivate con progettualità ad hoc a favore di chi ha vissuto la rottura del legame coniugale; un esempio tra i tanti sono le case per papà separati promosse in tutte il territorio nazionale, da nord a sud».

Che cosa indicano gli ultimi dati aggiornati Eurostat nei 28 Paesi dell’UE rispetto al problema alimentare e come si colloca il nostro Paese rispetto alla media comunitaria?

« In Europa le dimensioni della povertà alimentare vengono calcolate con un indicatore specifico riferito alla capacità delle persone di sostenere almeno ogni due giorni un pasto a base di carne o pesce. Nel nostro continente la percentuale di persone deprivate in tal senso è pari al 10,5%. La situazione più critica è vissuta da nazioni dell’est come Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Lettonia che raggiungono livelli di disagio molto alti. In Italia la percentuale di persone che non può permettersi un piatto proteico ogni due giorni è pari al 14,2%, quindi siamo comunque al di sopra della media europea. Sottolineiamo come nel nostro Paese dal 2007 al 2013 si è registrato il più alto incremento di disagio alimentare: in soli sei anni le persone che non riescono a consumare un pasto proteico adeguato sono aumentate del 129%. Questo è sicuramente un dato preoccupante».

Dalla lettura della sezione del Rapporto che si riferisce alle forme di assistenza, animazione e presa in carico messe in atto dalla Caritas, è palese che la Chiesa continua a svolgere in modo sempre più diversificato e creativo una funzione di protezione sociale. Se le Istituzioni latitano, quanto sarebbe importante, come sottolinea lo stesso Don Francesco Soddu, direttore della Caritas Italiana, introdurre in modo stabile e progressivo il Reddito di Inclusione sociale? 

«Sarebbe molto importante attivare questa misura universale e strutturale che è sostenuta  dall’Alleanza contro la povertà in Italia (promossa anche da Caritas Italiana). Oggi l’Italia è l’unico Paese in Europa, insieme alla Grecia, che non ha una misura nazionale di contrasto alla povertà. Quello che noi proponiamo è un reddito di inclusione sociale (Reis) che, con gradualità e a partire dalle situazioni più gravi, dovrebbe essere destinato a tutte le famiglie che vivono in uno stato di povertà assoluta, indipendentemente dall’età o da altre caratteristiche dei componenti. Ricordiamo che la povertà assoluta è la situazione di maggiore criticità misurata dall’Istat e riguarda le persone che non riescono ad accedere a quei beni considerati essenziali per una vita dignitosa».

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1 commento

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    silvana messori on

    “caritas” : prendere un ampio respiro e cominciare a ricordarci il significato della parola stessa e quello che agli inizi è stato l’intento e cioè quello di redistribuire quanto viene donato. Ora la considerevole portata dell’amministrare ha creato, secondo me, troppo burocratica e da partita doppia, ciò che invece dovrebbe essere riportata alla sua essenzialità: ridonare ciò che ci viene donato e che soprattutto dona prima a noi stessi, che vogliamo Carità e Amore… se fosse possibile bisognerebbe tornare su tale argomento per approfondire anche tale concetto. grazie per l’ascolto

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