Roma, Milano, Torino, Napoli… Considerazioni varie sul dopo elezioni

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Foto: Virginia Raggi, candidata 5Stelle a Roma

SOTTO IL SOLE NIENTE DI NUOVO. QUASI

Niente di nuovo sotto il sole, solo a prima vista. Nel senso che le elezioni amministrative di domenica scorsa hanno sì confermato la tendenza di gran lunga più accreditata, e cioè che la gente non vota in base alle idee o ai programmi, ma in base alle facce più o meno presentabili dei candidati. Lettura provvista di un suo perché, operata dallo stesso Renzi, tuttavia non abbastanza approfondita in quanto mira a depotenziare il pur esistente valore politico di certi risultati.

ROMA. VIRGINIA RAGGI, LA “GRISSINA”

Così, a Roma, Virginia Raggi – grillina ribattezzata dall’impertinente ironia trasteverina “grissina”, per l’aspetto filiforme, – sfonda, rappresentando una forza politica certamente con le mani pulite. Ma si tratta di un consenso pro o contro? Qui sta una prima spiegazione della sconfitta nella Capitale, del resto largamente messa in preventivo, sia della sinistra che della destra, punite per le omissioni del passato ma anche per l’incapacità attuale di lanciare volti nuovi. Infatti, seppur stringendo i denti, s’è salvato l’ex radicale Bobo Giachetti – buona scelta, forse l’unica, del Pd – mentre sono naufragati i soliti noti Giorgia Meloni e Alfio Marchini. Partiti tradizionali battuti anche senza la discesa in campo di Alessandro Di Battista, il campione locale pentastellato, che – rispetto all’eccellente 35 per cento della Raggi – non molto di più avrebbe potuto prendere.

MILANO. PARISI HA RAGGIUNTO IL BATTISTRADA SALA

A Milano – dove destra e sinistra si sono quasi miscelate in un cocktail dal sapore indefinito – l’affermazione di Stefano Parisi contiene, qui indubbiamente, meriti personali, che vanno oltre il desiderio di lanciare un segnale al partito di Renzi. Con Pisapia, il Pd nel capoluogo lombardo ha fatto benissimo, eppure Beppe Sala – ancora in testa, ma per meno di un punto – sconta la sua disinvoltura nell’occupar spazi più che nel professare coerenti idee. Al ballottaggio, Parisi, con l’eccezionale inseguimento che lo ha portato ad un’incollatura dal rivale, non può che passar favorito, come il trottatore che, raggiunto il battistrada, l’attacca all’ingresso della retta d’arrivo. E allora sì che per il premier si profilerebbe una cocente debacle.

TORINO. VOTO CONTRO I 40 ANNI DI FASSINO

Se a Torino la sconosciuta Chiara Appendino, bella ragazza trentunenne 5 Stelle, incassa il 30 per cento, non può che essere l’appeal della new entry ad impensierire un Piero Fassino uscente, fra i pochi al di sopra di ogni sospetto. E lei, pronta, ha già dichiarato che, essendo in consiglio comunale da cinque anni, la prossima volta non si candiderà, anche se dovesse vincere il ballottaggio: “Intendo rispettare la regola dei due mandati”. Voto pro o contro, in questo caso? Voto contro. Non contro Fassino, ma contro i suoi 40 anni in politica (consigliere comunale proprio a Torino gia’ nel 1975).

NAPOLI. DE MAGISTRIS QUASI PENTASTELLATO

Infine a Napoli stacca tutti Luigi De Magistris, uscente. L’ex magistrato, in dura polemica con Renzi, di che partito è? Nella città partenopea, il premier s’è suicidato con la candidatura di Valeria Valente, risultata più debole perfino di Gianni Lettieri, rimasto, nel centrodestra, a regger la candela di uno schieramento al Sud col fiato particolarmente corto (con l’eccezione di Cosenza, il sindaco Occhiuto eletto al primo turno). E proprio sui casi di Napoli e Cosenza la minoranza Pd prima o poi dovrà presentare il conto a Renzi all’interno di una problematica (l’alleanza con Verdini), che più politica non si potrebbe. Ma il successo di De Magistris, “sindaco di strada” che non è pentastellato ma poco ci manca, va accostato sì o no alle affermazioni di Raggi e Appendino, che fanno dei 5 Stelle il primo partito a Roma e a Torino?

LA DESTRA IN LIBERA USCITA

A destra, l’arido panorama non cambia in quanto metter d’accordo interessi e teste diverse come Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia resta impresa ardua, che una volta riesce e una volta no. Che Meloni sia stata fatta fuori da Berlusconi attraverso l’appoggio al perdente Marchini, sta nei fatti. E Berlusconi che replica che il modello da seguire è Milano, con Parisi, rafforza la tesi della faccia del candidato che fa la differenza. Che è come dire che veri punti di contatto fra i tre partiti non ce ne sono. La stessa Lega, al di là d’analisi curvate sul proprio ombelico, non ha da compiacersi, salvo far festa per il 22 per cento della sua candidata Lucia Bergonzoni a Bologna.

RENZI IL REFERENDUM DI OTTOBRE E QUELLO DEL 23 GIUGNO, IN INGHILTERRA

Che cosa può accadere ora? Che se, fra Giachetti, Sala e Fassino, Renzi ne perde due, si pone un problema perché diventerebbe inevitabile interpretare contraria al governo la netta sconfitta. In attesa del referendum d’ottobre. Ma impossibile dire quale sarà fra quattro mesi lo scenario. Non fra quattro mesi bensì solo il 23 giugno un altro referendum, quello degli inglesi che hanno una mezz’idea di uscire dall’Europa, potrebbe già cambiare molte cose. Senza contare che, gufi o no, caro Renzi, le preoccupazioni sul versante dell’economia non sembrano in procinto d’attenuarsi.

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